venerdì 28 novembre 2008

Ricerca: l'Onda anomala e l'aria fritta

Cari lettori, come molti di voi sapranno nel periodo di massima protesta degli studenti universitari si è contestualmente svolta un'assemblea aperta in quel della Sapienza dove 3000 studenti (secondo gli organizzatori) avrebbero discusso su alcune linee guida di riforma dal basso, producendo 3 documenti. La loro lettura è estremamente interessante e soprattutto rivela il grado di cultura (basso) e di ideologia (altissimo) di chi ha scritto quei documenti. Intervengo con ritardo perché in questi giorni sono stato altrimenti impegnato.

Partiamo dalla ricerca. Nel relativo testo si legge un po' di tutto, andiamo con ordine:

  • Indipendenza ed autonomia della ricerca: socializzazione dei risultati della ricerca, democratizzazione dell'accesso ai fondi anche per i dottorandi, tutela libera e non commerciale (GPL vs brevetti).
Fumosità ai massimi livelli: come è possibile valutare l'impatto di una ricerca sulla società? Con quali parametri? In che modo si dovrebbe democratizzare l'accesso ai fondi per tutti i soggetti interessati (financo ai dottorandi!)? Nulla, silenzio assoluto...
  • autonomia della ricerca e nuovo modello di valutazione, legato alla rendicontazione sociale e disgiunto dai bilanci, dai brevetti e dalle pubblicazioni
Mi chiedo se chi ha scritto questo documento abbia ben capito di cosa parla oppure, per il semplice fatto di usare dei "paroloni", pensa automaticamente di aver scritto concetti elevati...
  • reddito per tutti e per qualunque attività, dai dottorandi fino ai praticantati
Magari in un quarto documento ci faranno sapere con quali risorse...
  • abolizione dei dottorati senza borsa
Questa è una delle idiozie più grosse che abbia mai sentito: non solo in tal modo si trasforma il titolo di Dottorato nell'unico binario di accesso alla docenza universitaria e lo si giudica invece inutile per la società nel suo complesso. Allo stato attuale, si tratterebbe di abolire almeno il 40% dei posti di dottorato disponibili (per legge devono essere coperti al 50% da borse, quindi esiste almeno un 40-50% di posti senza borsa). Dunque, invece di liberare tali posti dal gioco del concorso come avviene all'estero (presento un progetto e l'università valuta se accoglierlo oppure no, tanto la ricerca la pago da me), li si vuole direttamente abolire. Oggi, l'ultimo posto in un concorso di Dottorato è l'unica possibilità che hanno i meritevoli di accedere, visto che i posti con borsa sono occupati dagli "allievi di": abolirli significa nepotizzare ancora di più permettendo un controllo ancora più capillare e maggiore l'accesso alla docenza universitaria.
  • abolizione del turnover, contratto unico di lavoro subordinato al termine del dottorato, ruolo unico nella docenza
Qui si sfiora la follia: il blocco del turnover serve ad impedire che università che sono fuori legge spendendo oltre il 90% in stipendi continuino a reclutare docenti senza poterlo fare; serve ad impedire che lo Stato italiano spenda un mucchio di soldi in stipendi che potrebbero essere reinvestiti in attività di ricerca, soprattutto in un momento come questo dove la liquidità scarseggia.
  • partecipazione dei ricercatori precari e dei dottorandi ai processi decisionali dell'università tramite rappresentanti eletti
L'unico punto sul quale mi sento di concordare
  • riformare l'università guardando all'estero ma scartando subito il modello anglosassone che ha fallito in Inghilterra e negli Stati Uniti
Sarebbe interessante capire sotto quale punto di vista il modello anglosassone ha fallito: poca ricerca, poca mobilità sociale, dov'è che è sbagliato? Poi, a quale modello europeo bisognerebbe guardare, quello francese, quello tedesco, quello svedese, quello lituano o magari ungherese?

Infine, nelle righe finali abbiamo la chiave di lettura: «Una molteplicità di strade ma molte di più, pensiamo, sono quelle che usciranno dalla fantasia di questo movimento, dalla forza della partecipazione che lo sta facendo vivere, dalla capacità di sperimentare percorsi nuovi che ha mostrato in questi giorni di mobilitazione».

Se si dovesse giudicare un movimento dalla sola partecipazione, l'Onda ha fallito in tutto e per tutto. Concordo sul fatto che solo la "fantasia" poteva produrre una tale massa di paroloni senza senso, dalla rendicontazione sociale, alla democratizzazione, alla gerarchizzazione: appunto, aria fritta e probabilmente anche un po' marcia.

Si parla di concorsi ma non di come riformarli (va bene il sistema attuale quindi? Panico...), non una parola sulla valutazione della ricerca e della didattica, per la quale anzi si rifiutano sia i brevetti che le pubblicazioni (avessero almeno spiegato come parametrizzare la socialità della ricerca!), si chiedono più soldi, molti più soldi, ma non si dice una parola su come reperirli, visto che si rifiuta il supporto del settore privato. La natura dell'estensore si appalesa per quello che è: un mix di concetti veterocomunisti e veterosessantottini, che gli Italiani hanno rifiutato a stragrande maggioranza e che hanno già distrutto l'università oltre ogni più fosca apparenza. Vivere sulla nube di Oort e poi pretendere di "autogestire" la riforma di un settore così complesso e vitale per il Paese è uno sport estremo che non deve avere patria in Italia. Colgo con grande favore la rinuncia dell'Onda a presentarsi alle elezioni universitarie della Sapienza, dove le formazioni di centrodestra (non tutte legate ai partiti di Governo, giova ricordarlo) hanno ottenuto un successo netto e probabilmente non preventivabile: meglio così, meno potere decisionale hanno i sinistrorsi, meglio sarà per il Paese.

Quando poi passeremo ad analizzare il documento sulla didattica, beh allora ci sarà spazio anche per le scimmie da circo...

Università: l'anomalia dell'Onda e la politica del nulla

Di Rossano Salini per ilsussidiario.net

Ci sono due episodi, accaduti negli ultimi giorni, che possono tornare assai utili per capire che cosa stia accadendo intorno al tema università, soprattutto per quanto riguarda le dinamiche politiche annesse. Si tratta di due voci, molto diverse tra loro, che hanno avuto in sorte una medesima sostanziale indifferenza da parte di media e politici. Ma la prima è caduta nel nulla per debolezza intrinseca, quindi a ragione; la seconda invece per debolezza del destinatario cui il messaggio era indirizzato.

La prima voce di cui si parla è stata quella degli studenti dell’Onda, i quali, al termine di una lunga serie di iniziative di protesta, domenica 15 novembre si sono riuniti per formulare la loro proposta di riforma. Anzi, di “autoriforma”, come loro stessi l’hanno chiamata. Sono passati dieci giorni, ma di quel proclama non si vede effetto alcuno. Molto semplice capire il motivo per cui la proposta, pur preparata con cura e adeguatamente articolata in più punti, non abbia ricevuto molta attenzione: si è trattato infatti di una confusa dichiarazione d’intenti, assolutamente irricevibile e del tutto decontestualizzata dal dibattito pubblico, nazionale e internazionale, sul rilancio del sistema dell’università. Nulla su autonomia, governance, valutazione: solo un antiquato catalogo sindacalese su abbassamento delle tasse, abolizione dei contratti precari, assunzioni di massa, stipendi minimi a 1300 euro anche per i dottorandi, accessi gratuiti a cinema, teatri, musei. Proposte sconsiderate, vista la loro assoluta insostenibilità economica; ma soprattutto idee prive di una base culturale aggiornata, che recepisca almeno uno degli stimoli provenienti dal dibattito provocato, tanto per fare un esempio, da un volume di grande successo come “L’università truccata” di Roberto Perotti. D’altronde non è il primo caso in cui un abbozzo di pars construens in tutto il recente subbuglio anti-Gelmini abbia dimostrato la propria inconsistenza: già il Pd, che ha a più riprese fatto proprie le ragioni del movimento di protesta, aveva alcune settimane or sono lanciato nientemeno che un decalogo per l’università. Iniziativa ben poco incisiva, che ha solo raccolto autorevoli critiche di merito sulla manchevolezza delle proposte stesse (si vedano le argomentazioni di Andrea Ichino dalle colonne de Il Sole 24 Ore).

Veniamo ora alla seconda voce “dimenticata” degli ultimi giorni, anch’essa parzialmente collegata al tema università. Si tratta delle pubbliche dimissioni di Irene Tinagli dal coordinamento nazionale del Pd; una comunicazione arrivata da Pittsburgh, dove la dimissionaria risiede, tramite lettera pubblicata su Il Riformista. Lo stesso quotidiano denunciava ieri il silenzio in cui la missiva è stata lasciata cadere. In questo caso però, come si diceva, l’indifferenza è colpevole, perché le argomentazioni della Tinagli sono di tutto rispetto. Ecco il passaggio che più qui interessa: «Non ho visto nessuna proposta incisiva, se non “andare contro” la Gelmini. Peraltro tra tutti gli argomenti che si potevano scegliere per incalzare il ministro sono stati scelti i più scontati e deboli. Il mantenimento dei maestri, le proteste contro i tagli, la retorica del precariato, tutte cose che perpetuano l'immagine della scuola come strumento occupazionale. È questa la linea nuova e riformista del PD? Cavalcare l'Onda non basta. Serve una proposta davvero nuova, che ribalti certe logiche di funzionamento anziché difenderle. Ma non ho visto niente di tutto questo». Accuse pesanti, nonché stridenti, per valore culturale, con l’avvilente balletto intorno a Villari in cui il partito chiamato in causa era nelle stesse ore (ed è tuttavia) impegnato.

I due episodi si tengono, e la morale è del tutto semplice: facilissimo alzare il polverone della protesta, assai più arduo giungere a proposte credibili. Scuola e università meritano grande attenzione, e il governo non ha certo dimostrato per il momento particolare sensibilità sull’argomento. Ma dalla parte opposta del governo ci stanno innanzitutto coloro che vogliono, tramite difese corporative, mantenere privilegi e situazioni di favore cementate negli anni. L’esito al momento è che il governo scende a patti con questi per mitigarne le reazioni, e l’opposizione cavalca le proteste dei medesimi soggetti per guadagnarne il consenso politico. Le corporazioni sono gli unici interlocutori cui il debolissimo mondo della politica presti attenzione. E pare che il dibattito in Senato in questi giorni intorno al decreto sull’università stia per l’ennesima volta dimostrando questo dato poco consolante.

Difficile, al momento, ipotizzare che le voci veramente riformiste (ci sono, e crescono sempre più per quantità e qualità) possano al momento ricevere ascolto. La parte innovativa e culturalmente forte del nostro paese rimane come al solito qualcosa di totalmente estraneo agli interessi della politica, dell’una e dell’altra parte.

Decreto 180: il PD emenda ma vota contro lo stesso...

Sembra di essere in un manicomio di schizzofrenici: un partito politico si batte affinché una legge cambi nel senso che egli stesso propone, quei cambiamenti vengono accolti, ma quello stesso partito politico continua a votare contro. Per "partito preso"? No, perché siamo in Italia e l'inutilità dell'opposizione si misura in questa schizzofrenia politica senza fondo. Dunque, il decreto Gelmini, anche se corretto, anche se in molti punti ha registrato convergenze tra opposizione e maggioranza, contiuerà ad essere "manchevole e minimale". Ovvio, il PD in Parlamento prova a fare il suo dovere (insomma poveretto, bisogna comprenderlo, ognuno fa quel che può ed è capace di fare, e dunque giudichiamo positivamente lo sforzo di chi è in grado di fare poco), però in piazza di fronte alla gente deve dimostrare di essere duro e puro, una opposizione senza sconti e senza compromessi: per cui, il Governo che accettando gli emendamenti perfino di Pancho Pardi (signori, gli emendamenti di un personaggio dei fumetti!) pensava di essersi guadagnato l'astensione, ha di nuovo fatto male i conti (e noi si potrebbe aggiungere povera la maggioranza che ancora ci crede). Alla fine, nel PD si è consumata l'ennesima spaccatura: una persona che di università e di scuola ne capisce davvero e le cui proposte sono estremamente interessanti, come il senatore Nicola Rossi, ha abbandonato l'aula per aperto dissenso contro la linea tenuta dal suo partito. E non è il solo: Irene Tinagli si è dimessa dal coordinamento nazionale del PD perché inconsistente e veteroretorica la politica del partito sull'Istruzione italiana, talmente tanto da indurre un personaggio di tale levatura addirittura alle dimissioni (cosa rara in Italia). Peccato che di entrambe le cose, in televisione o nei giornali, si sia detto poco o nulla, qualche riga ben nascosta in mezzo agli articoli: e meno male che l'informazione è monopolizzata da Berlusconi!

Vediamo in ogni caso, dalle pagine di corriere.it, i principali punti del decreto 180 in via di conversione al Senato:

Università: le novità del decreto Gelmini

Stop ad assunzioni per gli atenei in deficit, nuove regole per i concorsi dei docenti e strumenti anti «baronati»

ROMA - Ora tocca all'università. Il decreto legge Gelmini sull'università, licenziato dalla commissione Istruzione del Senato arriva all'esame dell'aula. Stop alle assunzioni nelle università con i conti in rosso, deroga parziale al blocco del turn-over, invece, negli atenei virtuosi. Ma anche nuove regole per i concorsi di docenti e ricercatori universitari e strumenti per combattere i «baronati» dentro gli atenei. Diverse le novità apportate in commissione: gli emendamenti del relatore, il senatore del Pdl Giuseppe Valditara, hanno introdotto una stretta sui baroni (per fare carriera i docenti dovranno produrre pubblicazioni scientifiche, bando, insomma, ai fannulloni) e l'obbligo per gli atenei di rendere più trasparente l'uso delle risorse messe a bilancio e la produzione scientifica.

ASSUNZIONI - Il dl prevede il blocco delle assunzioni nelle università che, alla data del 31 dicembre di ciascun anno, abbiano i conti in rosso. Per gli atenei indebitati c'è anche l'esclusione, per il 2008-2009, dei fondi straordinari per il reclutamento dei ricercatori. Scatta, invece, il parziale sblocco del turn-over (che passa dal 20% al 50%) negli atenei virtuosi a patto che il 60% dei soldi sia speso per reclutare i giovani. In base ad un emendamento approvato in commissione ci si può avvalere per le assunzioni anche del supporto economico di soggetti privati.

CONCORSI - Cambiano le regole per la composizione delle commissioni. Per la selezione dei docenti sono previsti un ordinario nominato dalla facoltà che bandisce il posto e quattro professori ordinari sorteggiati su una lista di dodici persone da cui sono esclusi i docenti dell'università che assume. Per i ricercatori la commissione è così composta: un ordinario e un associato scelti dalla facoltà che bandisce il posto e due ordinari sorteggiati in una lista che contiene il triplo dei candidati necessari, esclusi sempre i docenti dell'ateneo che assume. Un emendamento votato oggi prevede che ci sia una commissione nazionale designata dal Cun (Consiglio universitario nazionale) per supervisionare le operazioni di sorteggio che saranno pubbliche. Le nuove commissioni valgono anche per i concorsi già banditi, ma intanto sono stati riaperti i termini per partecipare ai concorsi in atto, viste le novità.

NORME ANTI-«BARONI» - Tra le novità introdotte in commissione al Senato, le norme anti-baroni: è prevista la costituzione di una anagrafe (aggiornata annualmente) presso il ministero con i nomi di docenti e ricercatori e le relative pubblicazioni. Per ottenere gli scatti biennali di stipendio i docenti dovranno provare di aver fatto ricerca e ottenuto pubblicazioni. Se per due anni non ce n'è traccia lo scatto stipendiale è dimezzato e i docenti non possono far parte delle commissioni che assumono nuovo personale. I professori e i ricercatori che non pubblicano per tre anni restano esclusi anche dai bandi Prin, quelli di rilevanza nazionale nella ricerca. Gli atenei dovranno anche garantire trasparenza nei bilanci e far sapere agli studenti come vengono spesi i finanziamenti pubblici. I rettori in sede di approvazione del bilancio consuntivo dovranno anche pubblicare i risultati delle attività oltre che i finanziamenti ottenuti da soggetti pubblici e privati. Altrimenti si rischiano penalità nell'assegnazione dei fondi.

RIENTRO DEI CERVELLI - le università potranno coprire i posti da ordinario e associato o da ricercatore chiamando studiosi «stabilmente impegnati all'estero» anche quelli già impegnati nel Programma ministeriale di rientro dei cervelli. Lo prevede un emendamento votato in commissione. Si potranno anche chiamare «studiosi di chiara fama».

UNIVERSITÀ VIRTUOSE - Almeno il 7% del Fondo di finanziamento ordinario sarà distribuito alle università virtuose per migliorare la qualità della ricerca e dell'offerta formativa.

DIRITTO ALLO STUDIO - Nel decreto ci sono anche 65 milioni per nuovi alloggi e 135 milioni di euro per le borse di studio destinate ai meritevoli.

IL MINISTRO - «Il decreto approvato dal Governo e gli emendamenti approvati dalla Commissione Cultura del Senato sono una vera e propria svolta nel sistema accademico in Italia – ha dichiarato il ministro dell'Istruzione Università e Ricerca Mariastella Gelmini - da vent’anni si parlava di come legare il merito alla carriera dei professori e di come vincolare i finanziamenti all’università in base a parametri che ne valutassero la qualità. Per la prima volta le carriere dei docenti non saranno legate a scatti automatici ma - come previsto dagli emendamenti approvati in commissione - al merito ed alla ricerca effettivamente svolta».

domenica 23 novembre 2008

Scuola: dalla Svezia una lezione di libertà

Di Giovanni Cominelli per ilsussidiario.net

Che il Pd abbia ridotto la questione educativa di questo Paese al “più soldi!” e che abbia condotto una massiccia campagna - o se ne sia fatto condurre - contro “la privatizzazione” della scuola non meraviglia ormai più. Certo, le forze che lo compongono hanno conosciuto una cultura migliore. In fondo, è stato un ministro della sinistra, Luigi Berlinguer, a dare al Paese la legge n. 62 del 2000, che creava la fattispecie delle scuole “paritarie”: scuole private che diventavano “pubbliche”, a determinate condizioni.

Ma oggi la condensazione di statalismo cattolico-democristiano e vetero-socialdemocratico degli eredi del Pci ha prodotto una regressione: l’idea che la libertà di scelta della scuola da parte delle famiglie sia un lusso, che lo Stato non può permettersi di finanziare, se non quando le vacche sono grasse.

Ma che dire di un governo “liberale” (sic!) che riduce le scuole paritarie sulla soglia della chiusura? Si tratta solo di incapacità tecnica di governo di una materia complessa o c’è dell’altro? C’è parecchio altro. Non solo, con tutta evidenza, una misconoscenza basilare della condizione reale del sistema educativo in Italia, non solo un malinteso e fatale continuismo con la filosofia manutentiva, conservatrice e minimalista di Fioroni. C’è una ben solida - ahinoi! - cultura politica nazionale. Secondo questa cultura, che unisce la Destra storica, il Fascismo (il Manuale del fascista del 1937 recitava, a mò di catechismo: «Tutto nello Stato, nulla fuori dello Stato, nulla contro lo Stato»), un certo cattolicesimo politico e la Sinistra storica, la scuola è stata appositamente costruita quale grande apparato ideologico di Stato e tale deve restare. Solo lo Stato conosce autenticamente il destino dei nostri figli e se ne prende cura. Solo lo Stato garantisce piena cittadinanza ed eguaglianza delle opportunità. Solo lo Stato costruisce la nazione. La persona, le famiglie, la società civile sono fomento di disordine, di incontrollabilità, di irrazionalità delle scelte. La libertà di scelta delle famiglie si può solo tollerare illuministicamente, come si fa con le minoranze.

In tutti i Paesi europei, dall’Inghilterra, alla Svezia, all’Olanda, alla Francia compresa, la libertà di scelta delle famiglie è trattata, anche sul piano finanziario, non come un residuo, ma come l’anima del sistema e il motore dell’innovazione dei sistemi statali di educazione. Nel 1992 il nuovo governo di centro-destra svedese ha introdotto la libertà di scelta della scuola. Dopo decenni di rigido centralismo scolastico governato da una politica socialdemocratica ispirata da criteri di uguaglianza e giustizia sociale tipici del welfare state svedese, i bacini d’utenza furono smantellati e le famiglie furono autorizzate e parimenti finanziate a scegliere la scuola nella quale iscrivere i propri figli, statale o privata che fosse.

Nel 1992, solo l’1% degli allievi della scuola primaria e l’1,7% degli studenti della scuola secondaria frequentavano in Svezia una scuola privata. Nel 2008 la proporzione degli studenti nel settore privato è passata al 9% nella scuola primaria e al 17% in quella secondaria. I socialdemocratici, tornati al potere, hanno preso atto pragmaticamente, perché le famiglie hanno scelto, il sistema ha continuato a esprimere ottime performances, la scuola di Stato ha dovuto innovarsi.

Un governo è liberale se aumenta la quota di libertà per le persone, le famiglie, la società civile. Si dirà: c’è la crisi finanziaria, che sta precipitando in crisi economica, produttiva e occupazionale. Appunto. Da dove si pensa di raccogliere le energie del Paese per rimettersi in piedi, se non partendo dalle libere scelte delle persone, dai ragazzi, dalle famiglie?

Università: i comunisti continuano a mentire

Non c'è niente da fare. È più forte di loro: quando non sanno che dire, la loro cultura ed il loro dna gli impone di mentire. Si tratta di una mutazione genetica avvenuta oramai decine di anni or sono, quindi non c'è né meraviglia né stupore a che oggi i comunisti mentano spudoratamente, riuscendo persino a fabbricare leggi diverse da quelle promulgate e commentando le prime e non le seconde a puro uso e consumo della loro propaganda, quella stessa che ha ridotto la scuola italiana com'è oggi (certo il '68 non fu un movimento a matrice cristiana-DC).

Prendiamo ad esempio il nuovo libro in uscita per DeriveApprodi, e pubblicizzato dal quotidiano Liberazione, dal titolo "Manifesto per l'università pubblica", con uno stralcio a firma di Alberto Burgio. Vediamo cosa dice l'esimio:

Per ogni studente universitario lo Stato italiano spende 8.026 dollari contro una media OCSE di 11.512. È inutile che i comunisti continuino la loro fantasiosa battaglia contro i professori della Bocconi (che stanno sopra di loro di qualche migliaio di spanne): quel dato Ocse per l'Italia non è ponderato, cioè mentre per gli altri Paesi si tiene conto della popolazione studentesca attiva, per il Bel Paese si tiene conto della popolazione studentesca totale. Bel modo con i piedi di confrontare le cifre! La realtà è che, se si normalizzano i dati, si scopre che l'Italia spende oltre 15.000 dollari per studente, cioè risulta essere il quarto Paese a livello mondiale.

Il rapporto tra docenti e studenti in Italia è di 1:29, contro una media europea di 1:16,4. Ancora una volta, dati fuffa. Non si tiene conto della popolazione attiva, che è poi quella che frequenta i corsi ed ha rapporti con i professori: normalizzando i dati in tal modo, si scopre che l'Italia ha un rapporto docenti/studenti di 1:9, contro quello della Gran Bretagna di 1:10.

La previsione della possibilità di trasformare (con decisione a maggioranza del senato accademico) le università pubbliche in fondazioni private. È ufficiale, il Burgio non sa cosa sia l'art. 16 della legge 133, perché non lo ha letto e perché forse si fabbrica le leggi in casa prima di commentarle. Comma 1: «La delibera di trasformazione e' adottata dal Senato accademico a maggioranza assoluta ed e' approvata con decreto del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze». Che non è proprio la stessa cosa di mettere all'asta l'università...

I tagli accelerano il processo di privatizzazione dell'università, frammentando il sistema universitario nazionale e cancellando l'università di massa, considerata dalla destra un pericoloso strumento di mobilità sociale. Mi piacerebbe sapere se l'esimio Burgio in quello che scrive ci crede davvero oppure il suo pamphlet è dettato dalle esigenze del suo padrone. Le fondazioni di diritto privato non sono la privatizzazione dell'università, perché si può essere privati senza essere fondazioni, ed essere privati essendo fondazioni: sono due cose completamente differenti, tanto è vero che si può essere pubblici pur essendo fondazioni (vd. il caso dell'Alma Mater di Bologna o quello di Siena o ancora la stessa Fondazione Sapienza), questo grazie ad una legge introdotta dal governo di centrosinistra (ma pensa un po'!). Poi, che l'università non produca mobilità sociale lo sanno anche i sassi: a patto che Burgio conosca il significato di questo concetto, c'è più mobilità sociale nel mondo anglosassone dove le università sono completamente diverse dalle nostre (spesso private e con rette mostruose), che da noi, dove il concetto di tasse uguali per tutti, di università gratis, fa si che i poveri paghino le tasse ai ricchi, e non il contrario. Soltanto l'8% del quintile più povero del Paese accede all'Università, a fronte del 13% degli Stati Uniti, mentre è ben il 23% del quintile più ricco ad accedere: è questo lo status che il Burgio vuole difendere per la sua propaganda politica che oramai non interessa più a nessuno? L'università di massa ha prodotto una massa di ignoranti, dove i meritevoli devono combattere per avere un posto di lavoro, mentre invece dovrebbero avere la strada spianata perché chi sa va avanti, non chi non sa. Il povero articolista ha confuso il concetto di università fatta per chi vuole studiare (non c'è nessun diritto né alcun diritto naturale che preveda che all'università debbano accedere tutti senza che poi i loro risultati vengano controllati da nessuno), con quello di università d'uguglianza della sinistra, un concetto aberrante che ha prodotto i risultati che oramai sono sotto gli occhi di tutti.

Le università-fondazioni continueranno a ricevere soldi pubblici, ma saranno uno snodo imprenditoriale privato e dominio di potentati oligarchici, organicamente legati alla politica ed ai poteri forti del territorio (imprese e banche in primis). I nuovi padroni potranno far valere un potere discrezionale illimitato sulla didattica e sulla ricerca, con grave pregiudizio per tutto ciò che non genera profitti immediati. Si, le truppe demoniache hanno invaso l'universo! Ma per favore... Le università continueranno a funzionare come funzionano oggi, perché ad esse si applicheranno le attuali leggi statali, inoltre non esistono profitti nel mondo universitario in quanto, comma 4: «Non e' ammessa in ogni caso la distribuzione di utili, in qualsiasi forma. Eventuali proventi, rendite o altri utili derivanti dallo svolgimento delle attività previste dagli statuti delle fondazioni universitarie sono destinati interamente al perseguimento degli scopi delle medesime». Secondo il comma 11 la Corte dei Conti continuerà ad esercitare un controllo secondo le modalità previste dalla legge 21 marzo 1958, n. 259. Dunque se qualcuno avesse in mente di entrare nell'università per fare soldi ha capito proprio male. Non sarà certo utilizzando un linguaggio veterocomunista, lo stesso che ha prodotto fenomeni come le Brigate Rosse, che il rosso Burgio riuscirà a convincere le persone dotate di cervello pensante (e non i trinariciuti di sinistra, ovviamente) a credere a ciò che non esiste sulla carta.

Il Burgio poi continua la battaglia comunista contro la meritocrazia, perché lui dice, non si può essere contro il merito dei singoli, pur tuttavia siccome il modo di stabilire il merito non è cristallino (e per definizione non lo sarà mai), il rischio è che la meritocrazia si coniughi con la conservazione di ricchezza e potere. Le ricordiamo bene le battaglie del PCI contro il tentativo berlingueriano (certo sbagliato, ma pur sempre con una giusta idea di fondo) di premiare il merito: per loro, i comunisti, si deve essere tutti uguali, tutti con gli stessi diritti, per cui il titolo di studio preso da tizio in tale luogo ha lo stesso valore dello stesso titolo di studio preso da caio in tale altro luogo dove però ci si fa un mazzo tanto. È la storiella del valore legale della laurea, sbandierata da questi parrucconi come il sogno per cui il figlio di un operaio avrà le stesse opportunità del ricco: è vero esattamente il contrario! Perché il primo per arrivarci avrà studiato con grandi sacrifici, il secondo magari con qualche spintarella, ed entrambi partiranno alla pari, se non fosse per il fatto che il secondo le spintarelle continuerà ad averle, quindi di fatto alla pari non saranno mai. Senza valore legale, ciò che conta sono le capacità, il saper fare, e chi non sa fare, spintarella o no, viene cacciato (come è giusto e sacrosanto che sia).

Ringraziando il cielo, quella macchiolina rossa riconducibile ai comunisti è sempre più piccola, sempre più insignificante. Se la scrivono, se la cantano e se la suonano, ma oramai non sono più in grado di incantare nessuno (anche a Trento sono spariti dalla vita politica locale). E pur tuttavia continuano a fare danni, quindi il controllo e la verifica delle loro menzogne deve essere ferreo, affinché qualche sprovveduto non abbia a cedere nella rete.

martedì 18 novembre 2008

Io, barone 70enne, non me ne vado!

Questa è la storia di un professore ordinario all'università di Perugia, il 70enne prof. Lanfranco Rosati, il quale si è visto recapitare a casa una lettera con la quale il Consiglio di Amministrazione procedeva al suo pensionamento. Perché? Con le ultime disposizioni, si vuole limitare a 70 anni l'età massima di permanenza nella docenza universitaria, favorendo in tal modo (ovvero obbligando) le università a procedere ad un ricambio generazionale più veloce.

Ma il prof. ha protestato: ha fatto ricorso al TAR il quale ha per il momento sospeso il provvedimento. Dalla parte dell'esimio accademico ci sarebbero articoli scientifici tesi a dimostrare che 70 anni sono l'età d'oro della mente: io ero rimasto che, sulla base della produzione scientifica attuale, l'età migliore e più produttiva è quella compresa tra 35-40 anni, ma evidentemente mi sbaglio. O forse no... La principale preoccupazione del Rosati non sono soltanto, o non tanto, i suoi alunni (tanto prima o poi in pensione ci dovrà andare quindi qualcuno che si vedrà con i corsi a metà ci sarà sempre: chi ha frequentato il corso di Storia Romana del prof. A. Giardina alla Sapienza dopo un anno si è visto il prof. trasferirsi a Firenze e quindi costretto a dare l'esame con il suo sostituto, il prof. E. Lo Cascio: io sono uno di questi), ma soprattutto dottorandi e ricercatori ai quali, ci tiene a metterlo in chiaro, "ho cercato un bando di concorso mettendoli nella condizione di vincerlo con anticipazioni ed una buona presentazione del candidato ai commissari". Un barone che dispensa raccomandazioni, ehm pardon, consigli? Ma no, certo che no, i suoi alunni erano di fatto i migliori, visto che il Rosati si appella (ergo si paragona) a mostri sacri della scienza come Norberto Bobbio, Margherita Hack e Rita Levi Montalcini (quella che ci seppellisce a tutti)!

Ma non solo: infatti anche la figlia era la migliore se, come pare, nel marzo scorso ha vinto un posto come ricercatore in pedagogia generale e sociale proprio in quel di Perugia dopo che, per sua "fortuna", il candidato avversario si è magicamente dissolto al momento dell'orale lasciandola sola soletta a competere per l'unico posto disponibile... E come potrà fare la dolce Agnese senza l'aiuto di papà Lanfranco?

«Non me ne vado, se lo scordino, io dall'università non me ne vado».

Fonte: Alessandra Cristofani per La Stampa del 17/11/08.

venerdì 14 novembre 2008

Prof e ricercatori: ecco i nuovi stipendi

Continua la battaglia per la meritocrazia all'interno del mondo universitario che, vale la pena ricordarlo, essendo la più alta forma di istituzione culturale e formando i dirigenti e gli scienziati di domani, non può essere in mano a personaggi corrotti e/o corruttori. Alcune idee legate alla retribuzione dei docenti saranno inserite nel disegno di legge che la Ministro Gelmini presenterà alle parti in causa nei prossimi giorni.

Dunque, insieme alla riforma del concorsi per l'accesso alla docenza, inevitabile che ci sia anche un ritocco sul modo di retribuire i docenti: inutile affannarsi per far entrare i migliori se poi ridiventano tutti uguali. Allora ecco la soluzione: via gli scatti di anzianità, parte dello stipendio sarà legata al merito ed alla produzione scientifica, valutata da commissioni super partes sulla base di parametri oggettivi.

Quali sono i rischi? Il primo rischio è che la valutazione sia astratta: chi pubblica di più non è migliore di chi pubblica di meno; il criterio bibliometrico tuttavia contiene in sé già parte della risposta, in quanto si presume che un articolo maggiormente citato rispetto ad un altro sia più innovatore: in ogni caso è un problema che può essere corretto in quanto, come detto, se sono le università stesse a dividere i fondi, sapranno bene come valutare al meglio la produzione scientifica. L'altro punto critico è la modalità di ripartizione della quota base: in Europa non c'è una modalità univoca, si va dalla Francia nella quale saranno le università e non più lo Stato a ripartire le quote sulla base del valore accademico (la riforma è attualmente in discussione), mentre in Spagna ed in Germania la parte fissa è legata all'inflazione.

In Italia? Si vuole introdurre il sistema per cui, accanto ad una quota base che cresce nel tempo (legata all'anzianità, all'inflazione, a quel che si vuole) ed un'altra legata al lavoro aggiuntivo, sia di didattica che di ricerca. Decleva, Presidente della CRUI, si è dimostrato aperto verso questo disegno. Dunque premiare e favorire maggior impegno, efficienza e merito (che poi costituiscono la base deontologica del docente universitario), punendo al contempo indolenze e sprechi. Il sistema tuttavia, se non è ancorato ad una libertà di stipendio da parte della stessa università (a mio modo di vedere) rischia di saltare lo stesso. Si potrà rispondere: così si rischia di creare docenti di serie A e di serie B, con le grandi università che avranno più fondi rispetto alle piccole.

La risposta più semplice a questa obiezione è che questo sistema già esiste nel mondo del lavoro: c'è chi guadagna di più perché lavora in un'azienda grande o che va molto bene, e chi guadagna di meno perché si trova in un'azienda in difficoltà. È la natura stessa del mercato e l'unico modo per correggerla è legare lo stipendio all'andamento dell'azienda, che è esattamente ciò che hanno firmato i sindacati confederali negli ultimi tempi (a parte la CGIL, ma la sua assenza è il principale indizio che si persegue la strada giusta). Dunque, le università grandi avranno possibilità di liberare la parte dello stipendio che pertiene alla produzione e saranno loro a valutare se tale operazione conviene oppure no. Le piccole università punteranno tutto sull'efficienza, i servizi offerti ed il merito, cercando dunque di attrarre un maggior numero di studenti. Chi fallisce o premia in modo inutile, si vedrà tagliare i fondi dallo Stato (i finanziamenti statali continueranno ad esistere come prima), mentre le università virtuose se li vedranno aumentare: chi può sapere oggi se una piccola università un giorno non diventerà un polo importante (ed il contrario!)?

Ogni sistema funziona con luci ed ombre, non esiste il sistema perfetto, ma soltanto quello migliore o più idoneo in una data situazione. Poi si può discutere anche se sia giusto liberalizzare i contratti dei docenti, cioè se l'università debba ancora assumere per concorso oppure no, ed infine se sia ancora necessario avere un sistema nel quale tutte le università debbano fare sia ricerca sia didattica.

Intanto, a sostenere la riforma del sistema universitario è un giornale non sospetto: il The Economist, acerrimo avversario del Premier Berlusconi e del suo Governo, il quale definisce l'università italiana «corrotta, inefficiente e mal gestita».