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venerdì 31 ottobre 2008

Spunta pure il dottore in beauty

Articoli tratti dalla rassegna stampa del 30/10/08 e del 31/10/08.

Le Dinastie in cattedra, di Francesco Magris per Il Piccolo

I prof scioperano ma intascano lo stipendio, su ilgiornale.it

Spunta pure il dottore in "beauty", di Federico Casabella per Il Giornale

Linee di moda, radio, bar. E l'ateneo finisce in rosso, di Miska Ruggeri per Libero

L'università laureata in sprechi, di Antonio Rossitto per Panorama

«Stupito per tante critiche, si sventolano dati falsi», int. a Luca Ricolfi per Giornale di Sicilia

Fondi solo per i migliori, di Roberto Perotti per Il Sole 24 ore

lunedì 27 ottobre 2008

Università, il business dei laureati precoci

Di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella per corriere.it

Tasic, un serbo di 19 anni, è finito su tutti i giornali del mondo perché, partito per l'America per studiare, ha preso la laurea e pure il dottorato in otto giorni? Noi italiani, di geni, ne abbiamo a migliaia. O almeno così dicono i numeri, stupefacenti, di alcune università. Numeri che, da soli, rivelano più di mille dossier sul degrado del titolo di «dottore». I «laureati precoci», studenti straordinari che riescono a finire l'università in anticipo sul previsto, ci sono sempre stati. È l'accelerazione degli ultimi anni ad essere sbalorditiva. Soprattutto nei corsi di laurea triennali, dove i «precoci» tra il 2006 e il 2007, stando alla banca dati del ministero dell'Università, sono cresciuti del 57% arrivando ad essere 11.874: pari al 6,83% del totale. Tema: è mai possibile che un «dottore» su 14 vada veloce come Usain Bolt? C'è di più: stando al rapporto 2007 sull'università elaborato dal Cnvsu, il Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario, quasi la metà di tutti questi Usain Bolt, per la precisione il 46%, ha preso nel 2006 l'alloro in due soli atenei. Per capirci: in due hanno sfornato tanti «dottori» quanto tutti gli altri 92 messi insieme. Quali sono queste culle del sapere occidentale colpevolmente ignorate dalle classifiche internazionali come quella della Shanghai Jiao Tong University secondo cui il primo ateneo italiano nel 2008, La Sapienza di Roma, è al 146˚ posto e Padova al 189˚? Risposta ufficiale del Cnvsu: «Stiamo elaborando i dati aggiornati per la pubblicazione del rapporto 2008. Comunque i dati sui laureati sono pubblici e consultabili sul sito dell'ufficio statistica del Miur». Infatti la risposta c'è: le culle del sapere che sfornano più «precoci» sono l'Università di Siena (494ª nella classifica di Shanghai) e la «Gabriele D'Annunzio» di Chieti e Pescara, che non figura neppure tra le prime 500 del pianeta. Numeri alla mano, risulta che dall'ateneo abruzzese, che grazie al contenitore unico di un'omonima Fondazione presieduta dal rettore Franco Cuccurullo e finanziata da molte delle maggiori case farmaceutiche (Angelini, Kowa, Ingenix, Fournier, Astra Zeneca, Boheringer, Bristol- Myers...), conta su una università telematica parallela non meno generosa, sono usciti nel 2007 la bellezza di 5.718 studenti con laurea triennale. In maggioranza (53%) immatricolati, stando ai dati, nell'anno accademico 2005-2006 o dopo. Il che fa pensare che si siano laureati in due anni o addirittura in pochi mesi. Quanto all'ateneo di Siena, i precoci nel 2007 sono risultati 1.918 su un totale di 4.060 «triennali»: il 47,2%. La metà.

Ancora più sorprendente, tuttavia, è la quota di maschi: su 1.918 sono 1.897. Contro 21 femmine. Come mai? Con ogni probabilità perché alla fine del 2003 l'Università firmò una convenzione coi carabinieri che consentiva ai marescialli che avevano seguito il corso biennale interno di farsi riconoscere la bellezza di 124 «crediti formativi». Per raggiungere i 148 necessari ad ottenere la laurea triennale in Scienza dell'amministrazione, a quel punto, bastava presentare tre tesine da 8 crediti ciascuna. E il gioco era fatto. Ma facciamo un passo indietro. Tutto era nato quando, alla fine degli anni Novanta, il ministro Luigi Berlinguer, adeguando le norme a quelle europee, aveva introdotto la laurea triennale. Laurea alla portata di chi, avendo accumulato anni d'esperienza nel suo lavoro, poteva mettere a frutto questa sua professionalità grazie al riconoscimento di un certo numero di quei «crediti formativi» di cui dicevamo. Un'innovazione di per sé sensata. Ma rivelatasi presto, all'italiana, devastante. Colpa del peso che da noi viene dato nei concorsi pubblici, nelle graduatorie interne, nelle promozioni, non alle valutazioni sulle capacità professionali delle persone ma al «pezzo di carta», il cui valore legale non è mai stato (ahinoi!) abolito. Colpa del modo in cui molti atenei hanno interpretato l'autonomia gestionale. Colpa delle crescenti ristrettezze economiche, che hanno spinto alcune università a lanciarsi in una pazza corsa ad accumulare più iscritti possibili per avere più rette possibili e chiedere al governo più finanziamenti possibili. Va da sé che, in una giungla di questo genere, la gara ad accaparrarsi il maggior numero di studenti è passata attraverso l'offerta di convenzioni generosissime con grandi gruppi di persone unite da una divisa o da un Ordine professionale, un'associazione o un sindacato. Dai vigili del fuoco ai giornalisti, dai finanzieri agli iscritti alla Uil. E va da sé che, per spuntarla, c'è chi era arrivato a sbandierare «occasioni d'oro, siore e siore, occasioni irripetibili». Come appunto quei 124 crediti su 148 necessari alla laurea, annullati solo dopo lo scoppio di roventi polemiche. Un andazzo pazzesco, interrotto solo nel maggio 2007 da Fabio Mussi («Mai più di 60 crediti: mai più!») quando ormai buona parte dei buoi era già scappata dalle stalle. Peggio. Perfino dopo quell'argine eretto dal predecessore della Gelmini, c'è chi ha tirato diritto. Come la «Kore» di Enna che, nonostante il provvedimento mussiano prevedesse che il taglio dei crediti doveva essere applicato tassativamente dall'anno accademico 2006-2007, ha pubblicato sul suo sito internet il seguente avviso: «Si comunica che, a seguito della disposizione del ministro Mussi, l'Università di Enna ha deciso di procedere alla riformulazione delle convenzioni» ma «facendo salvi i diritti acquisiti da coloro che vi abbiano fatto esplicito riferimento, sia in sede di immatricolazione che in sede di iscrizione a corsi singoli, nell'ambito dell'anno accademico 2006-2007».

Bene: sapete quanti studenti risultano aver preso la laurea triennale nell'ateneo siciliano in meno di due anni grazie ad accordi come quello con i poliziotti (76 crediti riconosciuti agli agenti, 106 ai sovrintendenti e addirittura 127 agli ispettori) che volevano diventare dottori in «Mediazione culturale e cooperazione euromediterranea»? Una marea: il 79%. Una percentuale superiore perfino a quella della Libera università degli Studi San Pio V di Roma: 645 precoci su 886, pari al 73%. E inferiore solo a quella della Tel.M.A., l'università telematica legata al Formez, l'ente di formazione che dipende dal Dipartimento della funzione pubblica: 428 «precoci» su 468 laureati. Vale a dire il 91,4%. Che senso ha regalare le lauree così, a chi ha l'unico merito di essere iscritto alla Cisl o di lavorare all'Aci? È una domanda ustionante, da girare a tutti coloro che hanno governato questo Paese. Tutti. E che certo non può essere liquidata buttando tutto nel calderone degli errori della sinistra, come ha fatto l'altro ieri Mariastella Gelmini dicendo che di tutte le magagne universitarie «non ha certo colpa il governo Berlusconi che, anzi, è il primo governo che vuol mettere ordine». Sicura? Certo, non c'era lei l'altra volta alla guida del ministero. Ma la magica moltiplicazione delle università (soprattutto telematiche), la corsa alle convenzioni più assurde e il diluvio di «lauree sprint», lo dicono i numeri e le date, è avvenuta anche se non soprattutto negli anni berlusconiani dal 2001 al 2006. E pretendere oggi una delega in bianco perché «non si disturba il manovratore», è forse un po' troppo. O no?

NB: forse Stella dovrebbe ricordare che nel 2001 la riforma era già attiva, e non certo grazie alla Moratti, che non poteva approvare una legge il giorno dopo l'insediamento del governo (ed in effetti la famosa riforma Moratti nel capitolo riguardante l'università è datata 2004). Il nome è noto a tutti, si chiama Berlinguer ad appartiene al blocco di sinistra. I professori entusiasti di quella riforma scoprirono che non funzionava soltanto quando al governo salì Berlusconi: altro caso strano della democrazia sinistrorsa italiana. Se poi le Università giocano con i decreti ed aggirano le norme di legge per privilegiare, intascare soldi, etc., tale colpa di malcostume non può essere attribuita soltanto a governi e/o ministri...

sabato 25 ottobre 2008

All'Università tagli "solo" del 3%

Ieri sera (venerdì 25/10/08) si è svolta una straordinaria puntata di Matrix, probabilmente una delle più belle dedicate alla scuola ed all'Università dalla televisione italiana. Ospite della puntata quel R. Perotti che si è avuto modo di incontrare nei giorni scorsi proprio su questo blog. Si è molto parlato in questi giorni dei tagli alla ricerca ed all'università «Gli studenti della Sapienza manifestano contro i tagli. Prima di entrare qui ho chiesto "secondo voi di quanto ha tagliato il Governo i fondi dell'università?" e la risposta è stata "Ci hanno detto che è circa il 10%". In realtà se si guarda, lungi da me difendere la riforma Gelmini che è stata un disastro, però i dati sono i dati, ed i tagli sono circa del 3%. Non sono bazzecole ma non sono una cosa drammatica. [... Esiste] un legame perverso fra i baroni e i rettori e gli studenti, che non sono strumentalizzati ma sono sicuramente male informati e sicuramente fanno il gioco di quei baroni che dovrebbero combattere con tutte le loro forze». La dizione "riforma Gelmini" ovviamente va letta come "finanziaria di Tremonti", poiché non solo non esiste nessuna riforma Gelmini ma evidentemente la Gelmini è tra le ultime che possa dire anche solo "a" sulla finanziaria di questo Governo e si è soltanto limitata a trovare un modo di far quadrare i conti all'interno del suo ministero. Allora, io che nel mio piccolo ho vissuto 7 anni all'Università, che posso fregiarmi di due lauree con il massimo dei voti, che sto frequentando un master, faccio queste semplici considerazioni:
  • come mai negli anni passati, che pure qualcosa si è sempre tagliato all'università, le stesse non si preoccupavano di mettere il più possibile sulla ricerca ma aumentavano a dismisura cattedre, corsi e posti di potere?
  • Quanto sta ridotta male l'università se un taglio del 3% la mette in ginocchio tale da non poter proseguire con la sua attività didattica e di ricerca?
Si dice sempre: nessun Paese al mondo taglia i fondi alla cultura. Vero (forse), ma nessun Paese al mondo ha il terzo debito pubblico, vi paga sopra 70 miliardi l'anno di interessi ed ha una pubblica amministrazione così incredibilmente gonfia di impiegati. Nessun Paese al mondo taglia sulla scuola, ma nessun Paese al mondo ha moltiplicato pani e pesci (leggasi "maestri") con l'unico intento di regalare posti di lavoro al proprio elettorato o ai propri iscritti (leggasi "sindacati"). Pochi Paesi al mondo spendono meno dell'Italia in fatto di ricerca, ma l'Italia ha il costo studente a tempo pieno tra i più alti del mondo, con 16000 dollari si piazza al quarto posto internazionale, superata soltanto da Stati Uniti, Svizzera e Svezia. Se soltanto le università riuscissero a risparmiare su quest'ultima voce 1000 dollari per alunno, portando il costo da 16000$ a 15000$, il risparmio netto ammonterebbe a diverse centinaia di milioni di euro, cioè una cifra forse superiore ai tagli previsti, che per i più smemorati e per i più ignoranti ricordo essere così ripartita per il prossimo triennio (p. 56, fonte):
  • 017 Ricerca e innovazione ---> 13.374.000€
  • 023 Istruzione universitaria ---> 405.526.000€
Questi sono i tagli all'università, non 1,5miliardi come si ripete in televisione, giacché la dotazione economica in forza al Ministero della Pubblica Istruzione riguarda evidentemente anche l'istruzione scolastica, servizi generali e fondi da ripartire, i quali ultimi da qualche anno a questa parte vengono utilizzati quasi esclusivamente per coprire stipendi di personale. Dunque 1000$ a testa per alunno a tempo pieno, più altri milioni di euro che potrebbero essere recuperati se:
  • si abolissero tutti i corsi di laurea con meno di 20-30-50 alunni
  • si chiudessero tutte le sedi distaccate disposte in aree del territorio italiano strategicamente irrilevanti
  • si abolissero tutte quelle Facoltà che hanno continuità territoriale con altre Università (a cosa servono 4 Facoltà di Agraria nella sola Emilia-Romagna? Non ne bastano 2 o anche 1 sola?)
  • si abolissero tutte quelle Facoltà che hanno meno di 40-50 alunni (sono centinaia)
  • si abolissero tutti quei corsi doppioni e triploni ( del tipo laurea in agraria - laurea in tecnologia agraria - laurea in biotecnologia agraria)
L'università ha 5400 corsi di laurea, laddove neanche 10 anni fa erano meno della metà. I rettori ed i baroni, ai quali ogni anno venivano tagliati i fondi, hanno continuato a moltiplicare cattedre sfondando nella maggioranza dei casi il tetto del 90% posto per legge. L'Italia non ha bisogno di 5400 corsi, ma di 3000 corsi ben fatti e ben congegnati. Non ha bisogno di decine e decine di facoltà dislocate in ogni anfratto della Penisola, ma di una migliore distribuzione delle risorse, con Università dedicate alla ricerca ed Università dedicate alla didattica, dove i fondi vengano in tal modo indirizzati verso un unico campo. Ha inoltre bisogno di valutare costantemente i propri alunni, creando un sistema di test (ad esempio sul modello USA), vincolanti alla permanenza in ambito universitario: solo così sarà possibile fare in modo che i meno fortunati sul piano economico possano avere accesso a quella mobilità sociale oggi preclusa da un sistema antimeritocratico che premia i ricchi ed i lecchini a discapito degli intelligenti e degli studiosi. Altro che scendere in piazza, altro che protestare, altro che bloccare la didattica, altro che stracciarsi le vesti in quel "clan" chiamato CRUI (è la parola utilizzata da Perotti che poi aggiunge: "è un eufemismo per non dire altro", e non credo ci sia bisogno di spiegare cosa sia "l'altro" termine). MERITOCRAZIA, MERITOCRAZIA, MERITOCRAZIA, cacciare i fannulloni, i baroni, i professori incompetenti, i rettori incapaci, gli alunni svogliati... Solo così l'Università riparte: dice ancora Perotti a Matrix, con il quale chiudo: «Per risolvere i problemi dell'università italiana bisogna che le risorse vadano a chi fa ricerca bene [...] e penalizzare chi fa cattiva ricerca e cattiva didattica. [...] In Italia, se noi raddoppiamo i fondi all'università di Bari questi verranno utilizzati, invece che per assumere due nuore o due cognati, ne assumeranno quattro. Quindi la relazione... in Italia si procede solo ed esclusivamente per anzianità, non c'è nessun incentivo ed aumentare i fondi non servirà a niente». I rettori si lamentano perché gli hanno tagliato i fondi? Si lamentano contro Tremonti perché gli sta rompendo il giocattolo, gli sta rompendo il gioco perverso della moltiplicazione magica di posti di potere a tutto danno degli studenti. Che invece di prenderli a pedate si uniscono a loro per mantenere invariato lo status quo della baronia italiana (tema ampiamente ribadito da Perotti nella puntata di Matrix). Ed il fatto che la stragrande maggioranza dei protestanti sia riconducibile all'area politica di sinistra (intendendo con tale parola tutta l'area che va dal PD ai comunisti), dovrebbe far riflettere non poco gli osservatori esterni.

martedì 21 ottobre 2008

L'Università dei somari

Di Mario Giordano per ilgiornale.it Agli esami per magistrati abbiamo scoperto schiere di laureati che riempiono i loro temi di «ogniuno», «comuncue», «l’addove», «un’altro», «qual’è» e «risquotere». Un altro laureato tristemente celebre, Raffaele Sollecito, processato a Perugia per la morte di Meredith, nel suo memoriale scrive: «Il bagno è sporco ho chiesto che venghino a pulirlo». Ricevo il curriculum di una laureata in Scienza della Comunicazione alla Sapienza che si candida a lavorare come giornalista che comincia così: «Denoto un grande interesse per il mondo del giornalismo...». Denoto? Io denoto, tu denoti, egli denota interesse? E vuol fare la giornalista? Sempre meglio della sua collega, pure lei laureata, che ha scritto: «L’attore all’ungandosi verso la finestra...». E dunque: laureati? O l’aureati? In questi giorni gli studenti di alcuni atenei hanno provato a inscenare proteste. Fallite. In corteo quattro gatti e un megafono, tutti gli altri in classe a studiare. Ma studiare cosa? Quanto? Come? E con che profitto? Cercheranno, nelle prossime settimane, di far montare la protesta anche qui, in facoltà. La sinistra ha voglia di Sessantotto, e il Sessantotto non partì proprio dagli atenei? Il paradosso è che quarant’anni fa la rivolta, che si rivelò sciagurata, cominciava da un principio sano: quello di cambiare un sistema universitario che non funzionava. Ora, invece, chi scende in piazza, quel sistema che non funziona, lo vuole conservare. Ma sì, vuole conservare quest’Università, cioè l’Università dei concorsi bloccati, della parentopoli, degli scandali dei baroni. L’Università delle lauree vendute e dei testi falsificati. L’Università truccata, come rivela in un bel libro della Einaudi, il professor Roberto Perotti, docente della Bocconi: l’Università che nelle classifiche internazionali finisce dietro quella delle Hawaii, che spende più di tutto il resto del mondo (16mila dollari per ogni studente contro i 7mila degli Usa) ma non dà risultati scientifici né una formazione adeguata. L’Università che, grazie alle sue inefficienze, premia le élite e, contrariamente a quello che si crede, punisce i ceti meno abbienti: solo l’8 per cento degli universitari italiani proviene dalle fasce più basse contro il 13 per cento degli Stati Uniti. Ma non erano i costosi Atenei americani il simbolo dell’anti-democrazia educativa? Oggi vi raccontiamo l’ultima scoperta: all’Università di Como ci sono 24 docenti per 17 studenti. Un bel record, non vi pare? Ma da qualche giorno il Giornale (e solo il Giornale, come spesso accade) sta denunciando questa strana situazione dei nostri atenei che alzano la voce per lamentarsi dei tagli, dimenticando i loro sprechi. In sei anni le Università hanno moltiplicato i corsi di laurea: da 2444 a 5400. E non tutti utilissimi, si direbbe a prima vista. In effetti oggi si può diventare dottori, tanto per dire, in scienza dell’aiuola, in mediazione dei conflitti, in tecnologia del fitness, in scienza del fiore e in benessere animale. Manca solo il corso di laurea in raffreddore dei suini e quello in filosofia delle oche e poi il quadro sarebbe completo. Ma poi che sbocchi danno queste facoltà? E chi le frequenta? Tenetevi forte: trentasette corsi di laurea in Italia (dicasi: 37) hanno un solo studente, a questi vanno poi aggiunti altri 66 corsi che hanno meno di sei studenti. Ma vi pare possibile? Tenere in piedi un corso di laurea e relative spese per un unico studente? O per due o tre? E poi le Università si lamentano dei tagli... A Siena hanno collezionato un buco di 145 milioni, non pagano le tasse dal 2004. Poi vai a vedere i bilanci e scopri che, per esempio, l’oculato ateneo spendeva 150mila euro l’anno per affittare alcune stanze di lusso con affaccio su piazza del Campo: inutile tutto l’anno, certo, ma nei giorni del Palio, sai che goduria... L’Università di Siena utilizza il 104 per cento del suo bilancio per pagare stipendi. 104, avete capito bene: e per tutto il resto? Niente. Nell’ateneo toscano i tecnici sono più numerosi dei professori. E non è un caso unico: a Palermo, per esempio, ci sono 2.103 professori e 2.530 amministrativi, a Messina 1.403 professori e 1.742 amministrativi. La Federico II di Napoli, che nelle classifiche si piazza fra le dieci peggiori università d’Italia, spende il 101 per cento dei suoi soldi per il personale. L’impressione è che anche le facoltà, come la scuola, negli ultimi anni siano stati concepiti più come ammortizzatori sociali che come luoghi di formazione: non si sa se chi esce troverà un posto di lavoro. L’importante è che trovi un posto di lavoro chi resta dentro. Dunque è vero che ci vorrebbe una protesta. Ci vorrebbe un Sessantotto. Ma per rivoluzionare l’Università, non per tenerla così com’è. E invece oggi assistiamo a questo strano paradosso: si scende in piazza solo per difendere il sistema, anche quando il sistema non funziona. I riformisti nel palazzo e i conservatori nel corteo. Strano, no? Ma nelle università ci sono i nostri migliori cervelli: gente di talento, e anche di buona volontà. Non possono non capire che dietro i luoghi comuni e la lagna per i tagli si nasconde la solita difesa di privilegi, baronie, sprechi e inefficienze, quelli che hanno creato quest’Università di laureati (o l’aureati?) pieni di lacune. O forse lagune. Quelli che ti dicono: vedrete, faremo il Sessantotto e la protesta si estenderà a macchia d’occhio. Sì, a macchia d’occhio. E la gente arriverà in piazza a frottole.

Università, 37 corsi con 1 solo studente

Di Matthias Pfaender per ilgiornale.it Milano - Per molti magnifici rettori la riforma del ministro Gelmini è arrivata con la stessa puntualità di un colore a cuori quando al tavolo verde si è rimasti con una sola fiche. Proprio quando il castello di carte - bilanci e rendiconti, tenuti insieme con la colla di artifici contabili - stava per crollare, ecco arrivare il magnifico nemico, un ministro antipatico su cui riversare le colpe del «futuro» dissesto economico Ma: perché se la riforma deve ancora entrare in vigore molti atenei hanno ora l’acqua alla gola? L’ultimo degli allarmi sulla crisi finanziaria del mondo accademico l’ha lanciato l’anno scorso la commissione tecnica per la Finanza pubblica nel Libro verde della spesa pubblica: si illustrava che nel 2006 19 università (su 66 totali) riversavano oltre il 90% (limite fissato per legge) dei finanziamenti statali in stipendi di docenti e dipendenti. Nel 2007 le cose sono peggiorate: gli atenei in rosso sono diventati 26, il 37% del totale. E oggi, aspettando i bilanci 2008, le prospettive non sono buone. Come fanno le università a finanziare la ricerca se spendono, come accade a Siena, il 104% dei fondi loro destinati esclusivamente in buste paga? «Semplicemente non la fanno» spiegava questa estate al Giornale Giulio Ballio, rettore del Politecnico di Milano, esempio virtuoso dove le buste paga sono contenute nel 66,2% dei fondi. Ma perché alcuni atenei hanno i pignoratori alle porte e altri hanno i bilanci in ordine? Visto che le regole sono le stesse per tutti, «le differenze - recitava l’inascoltato Libro verde - sono causate dai comportamenti particolari dell’ultimo decennio». Ovvero, da chi ha gestito troppo allegramente il personale, reiterando «processi accelerati di reclutamento e promozione», senza correlarli alla «qualità dell’ateneo». Tra il 2000 e il 2006 le università hanno bandito 13.232 posti per professori. Questi concorsi hanno creato 26.004 idonei. Magia? No, solo l’effetto del meccanismo di «idoneità multipla», introdotto una tantum nel ’99 per superare un’emergenza ma poi tacitamente adottato come regola generale, col benestare di tutti: più professori equivalgono a più corsi, e più corsi più fondi e potere - (senza considerare la possibilità di piazzare mogli, figli, parenti e amici all’interno delle facoltà). Il professorificio è costato allo Stato qualcosa come 300 milioni di euro in 5 anni. Corollario dell’esplosione del numero dei professori, un parallelo aumento dei corsi di laurea (una volta fatti i docenti, bisogna trovargli un’occupazione). Le università, passate dalle 41 alla fine anni ’90 alle 66 di oggi (e con le private e le telematiche si arriva a 94) hanno raddoppiato tra il 2000 e il 2006 i corsi di laurea, passati da 2.444 a 5.400. Con risultati, in alcuni casi, strepitosi: al primo gennaio del 2007 il corso di Scienze della mediazione linguistica a Forlì contava un solo iscritto; chissà con chi mediava. Forse con i soli in grado di capire il suo stato d’animo, gli altri 37 studenti titolari di facoltà ad personam sparsi per l’Italia: tra di loro anche uno studente di Scienze storiche a Bologna, uno di Ingegneria industriale a Rende (nel Cosentino) e uno di scienze e tecnologie farmaceutiche a Camerino (in provincia di Macerata). Ma il club dei corsi di laurea con più professori che studenti conta anche dieci corsi con due frequentatori, altri dieci con tre, quindici con quattro, otto con cinque e 23 con sei. Chi paga tutto questo? I vertici dell’università senese avevano le idee chiare: lo Stato. Peccato per loro che ci abbia pensato la magistratura amministrativa a far crollare la certezza che alla fine Roma paga sempre, bocciando il ricorso dell’ateneo, che aveva chiesto al ministero dell’Università 46 milioni di euro per far fronte agli stipendi arretrati; buste paga che il rettorato elargisce in abbondanza, visto che a Siena hanno addirittura più tecnici amministrativi che professori: 1,2 non docenti per ogni docente. In questo l’ateneo toscano è però in perfetta linea con le università siciliane tutte, dove le percentuali di personale che non sale in cattedra sono le più alte di tutta Italia: a Palermo ci sono 2.530 amministrativi a fronte di 2.103 professori, a Catania i tecnici superano i docenti di 232 unità, a Messina il numero di chi insegna si ferma a 1.403 e i tecnici arrivano invece a 1.742, a Enna il rapporto è di 77 a 29. Tanto per dire, a Milano il rapporto è fermo a 0,6.