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venerdì 2 gennaio 2009

2009: ripartire per una Università migliore

Certamente il 2008 è stato un anno molto difficile per l'istruzione terziaria italiana. Il cambio di Governo ha portato con sé anche un netto cambio di rotta: basta con le vecchie regole, basta con i finanziamenti a pioggia, basta con l'università dei poteri forti e delle baronie. Sarebbe sciocco non dire che il problema si poteva affrontare meglio e con una comunicazione più tempestiva, invece di approvare la legge di bilancio e poi lasciare che facesse il suo corso: lo scontro con le parti interessate è stato duro e frontale, anche se poi non ha prodotto niente altro che qualche ammaccatura. Quello che color signori non hanno voluto capire è un concetto molto semplice che cerco di riassumere in poche righe:

  • l'Università italiana non è eccellente, non produce risultati apprezzabili e come già disse il Governo Prodi nelle sue analisi può fare le stesse cose con il 10% in meno dei fondi statali

Non ci si può infatti sempre nascondere dietro i 2-3 poli di eccellenza del nostro Paese, perché i poli di eccellenza li troviamo anche in Cile. Di fronte alla legge di bilancio, l'oramai famosa 133, tutti hanno gridato allo scandalo denunciando il duo Gelmini-Tremonti come dei barbanera con le forbici che guardano all'Università soltanto come un sistema dal quale fare cassa. Ammesso e non concesso che sia vero, sempre meglio che guardare ad essa come un sistema di potere, nel quale piazzare amici, parenti e raccomandati di ogni genere.

Il libro del prof. Perotti, L'Università truccata, è il perfetto esempio della malagestione tutta italiota dell'Università nostrana: non di certo un libro governativo, ma un libro che presenta dati di fatto, inchieste della magistratura e le tante nuove idee che servirebbero a rilanciare questo stanco settore, che produce sempre più umanisti della comunicazione e sempre meno scienziati in un Paese che invece chiede a gran voce il contrario.

È vero, il 10% di tagli in 5 anni non sono bazzecole, ma non sono neanche una catastrofe se ci si saprà organizzare in tempo: inutile gridare alla mancanza di fondi quando a Messina con i soldi pubblici si tappezzano con arazzi e divani in pelle gli uffici, oppure a Siena si affittano gli attici in piazza del Campo per vedere il Palio; inutile gridare alla mancanza dei fondi per la ricerca se poi si finanziano attività sull'asino dell'Amiata, oppure si danno €500.000 per ricerche di filosofia, lasciando i ricercatori pisani che indagano sulle staminali con miseri €27.000. E cosa dire di un sistema che destina più del 90% dei propri fondi allo stipendio del personale? A questi parrucconi si dovrebbe dire: "prima utilizzate al meglio i soldi che abbiamo, poi parliamo di aumentare tali fondi". I paragoni con Paesi come Francia e Germania servono solo come specchietti per le allodole: noi spendiamo la metà perché abbiamo il doppio del debito pubblico. Per di più abbiamo un sistema di gestione peggiore e nettamente differente. Cosa dire di quelle Università dove si entra nei dipartimenti e si legge "figlio di", "moglie di", "parente di" per il 70% del personale? A cosa serve aumentare i fondi a questi dipartimenti se non ad assumere un nuovo genero?

Tagliare i fondi non risolverà la situazione, ma almeno impone ai rettori delle scelte: il Magnifico della Sapienza, Frati, ha deciso di tagliare lo stipendio a chi non fa ricerca, di diminuirlo a chi non pubblica, di bloccare gli scatti di anzianità a chi non si comporta con la dovuta deontologia professionale. Senza quei tagli questo non sarebbe avvenuto, e si sarebbe andati avanti come da 20 anni a questa parte. È anche disinformazione allo stato puro continuare a ripetere che i tagli sono a pioggia: con l'ultimo decreto il Ministro Gelmini ha posto dei paletti, ha destinato un cospicuo fondo da ripartire per "meriti", ha guardato con attenzione al mondo del precariato della ricerca creando delle vie preferenziali per l'assunzione di giovani ricercatori e più in generale per un ricambio generazionale all'interno di un mondo che da piramidale qual'era e quale dovrebbe essere si è trasformato in cilindrico, con sempre più professori e sempre meno ricercatori.

È finito il tempo delle vacche grasse in cui ognuno si abbevera alla fonte dello Stato, del finanziamento pubblico: lo statalismo è quel cancro che ha portato l'Italia nell'odierna situazione, dove i figli pagano oggi il benessere dei padri di ieri. Lo Stato taglia i fondi? Ma allora perché scappare anche da quelli privati? Il Sole 24 Ore ha pubblicato un dato OCSE che mostra come il finanziamento dell'industria privata in Italia sia calato dal 3,8% all'1,8% nel giro di 10 anni, mentre nel resto d'Europa si è mantenuto invariato sulla media del 5%, in Russia ed in Cina è addirittura aumentato, passando nel primo caso dal 25% al 30% e nel secondo caso superando la soglia del 35%.

Come non parlare infine delle nuove regole: i concorsi con l'estrazione dei docenti hanno dato una bella botta a quel sistema di favori e controfavori per la promozione di gente "fidata". Di pochi giorni fa è la notizia che la Guarda di Finanza, in una delle inchieste che coinvolgono l'ateneo di Bari, ha trovato un'agenda nella quale un professore scriveva per filo e per segno tutti i candidati da aiutare, con caratteristiche e favori da elargire. Anche questo è un segno di come si vuole cambiare l'università, di come si cerca di ripristinare quell'antico concetto del "merito" oggi abbandonato a favore dell'università dell'uguaglianza, un concetto caro ai comunisti che ha distrutto tale sistema relegandolo agli ultimi posti rispetto a quello dei Paesi nostri concorrenti.

E poi ancora tante nuove idee, proposte e disegni di legge (in parte già approvati) per rendere tale sistema più dinamico, con una maggiore edilizia studentesca e con una maggiore possibilità di mobilità sociale reale e non presunta come oggi.

Ecco forse davvero, con queste rinnovate premesse si può guardare al 2009 come l'anno per il rilancio dell'Università italiana. Auguriamocelo tutti.

Buon 2009!

domenica 23 novembre 2008

Scuola: dalla Svezia una lezione di libertà

Di Giovanni Cominelli per ilsussidiario.net

Che il Pd abbia ridotto la questione educativa di questo Paese al “più soldi!” e che abbia condotto una massiccia campagna - o se ne sia fatto condurre - contro “la privatizzazione” della scuola non meraviglia ormai più. Certo, le forze che lo compongono hanno conosciuto una cultura migliore. In fondo, è stato un ministro della sinistra, Luigi Berlinguer, a dare al Paese la legge n. 62 del 2000, che creava la fattispecie delle scuole “paritarie”: scuole private che diventavano “pubbliche”, a determinate condizioni.

Ma oggi la condensazione di statalismo cattolico-democristiano e vetero-socialdemocratico degli eredi del Pci ha prodotto una regressione: l’idea che la libertà di scelta della scuola da parte delle famiglie sia un lusso, che lo Stato non può permettersi di finanziare, se non quando le vacche sono grasse.

Ma che dire di un governo “liberale” (sic!) che riduce le scuole paritarie sulla soglia della chiusura? Si tratta solo di incapacità tecnica di governo di una materia complessa o c’è dell’altro? C’è parecchio altro. Non solo, con tutta evidenza, una misconoscenza basilare della condizione reale del sistema educativo in Italia, non solo un malinteso e fatale continuismo con la filosofia manutentiva, conservatrice e minimalista di Fioroni. C’è una ben solida - ahinoi! - cultura politica nazionale. Secondo questa cultura, che unisce la Destra storica, il Fascismo (il Manuale del fascista del 1937 recitava, a mò di catechismo: «Tutto nello Stato, nulla fuori dello Stato, nulla contro lo Stato»), un certo cattolicesimo politico e la Sinistra storica, la scuola è stata appositamente costruita quale grande apparato ideologico di Stato e tale deve restare. Solo lo Stato conosce autenticamente il destino dei nostri figli e se ne prende cura. Solo lo Stato garantisce piena cittadinanza ed eguaglianza delle opportunità. Solo lo Stato costruisce la nazione. La persona, le famiglie, la società civile sono fomento di disordine, di incontrollabilità, di irrazionalità delle scelte. La libertà di scelta delle famiglie si può solo tollerare illuministicamente, come si fa con le minoranze.

In tutti i Paesi europei, dall’Inghilterra, alla Svezia, all’Olanda, alla Francia compresa, la libertà di scelta delle famiglie è trattata, anche sul piano finanziario, non come un residuo, ma come l’anima del sistema e il motore dell’innovazione dei sistemi statali di educazione. Nel 1992 il nuovo governo di centro-destra svedese ha introdotto la libertà di scelta della scuola. Dopo decenni di rigido centralismo scolastico governato da una politica socialdemocratica ispirata da criteri di uguaglianza e giustizia sociale tipici del welfare state svedese, i bacini d’utenza furono smantellati e le famiglie furono autorizzate e parimenti finanziate a scegliere la scuola nella quale iscrivere i propri figli, statale o privata che fosse.

Nel 1992, solo l’1% degli allievi della scuola primaria e l’1,7% degli studenti della scuola secondaria frequentavano in Svezia una scuola privata. Nel 2008 la proporzione degli studenti nel settore privato è passata al 9% nella scuola primaria e al 17% in quella secondaria. I socialdemocratici, tornati al potere, hanno preso atto pragmaticamente, perché le famiglie hanno scelto, il sistema ha continuato a esprimere ottime performances, la scuola di Stato ha dovuto innovarsi.

Un governo è liberale se aumenta la quota di libertà per le persone, le famiglie, la società civile. Si dirà: c’è la crisi finanziaria, che sta precipitando in crisi economica, produttiva e occupazionale. Appunto. Da dove si pensa di raccogliere le energie del Paese per rimettersi in piedi, se non partendo dalle libere scelte delle persone, dai ragazzi, dalle famiglie?

martedì 28 ottobre 2008

Cosa prevede la finanziaria 2009 per l'istruzione

Il dibattito degli ultimi tempi si è affossato da una parte sulla legge 133 e dall'altra sul DL 137 attualmente in fase di conversione in legge presso il Parlamento. La maggior parte delle persone ne hanno parlato in termini impropri, utilizzando espressioni come "riforma" oppure accostando la razionalizzazione scolastica ai licei ed all'università, che non vengono minimamente toccati se non a livello finanziario.

Tuttavia attualmente è in discussione il "Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2009 e bilancio pluriennale per il triennio 2009-2011", meglio conosciuto come legge finanziaria. L'iter parlamentare porta il numero 1714 ed è attualmente alla Camera dei Deputati per la prima lettura. È estremamente probabile che gli ambiti di manovra siano piuttosto ristretti, quindi non ci saranno stravolgimenti né rispetto alle linee guida del DPEF né tanto meno rispetto alla stesura attualmente in via d'approvazione.

Cosa dice la manovra finanziaria del Governo? A mio avviso, cose estremamente interessanti che vale la pena di approfondire. La parte che riguarda l'istruzione è la tabella 7, centinaia di pagine per un totale di 26Mb in formato pdf. Innanzitutto va specificato che l'attuale Ministero per l'Istruzione, l'Università e la Ricerca riassomma a sé ciò che nel Governo Prodi II era stato scisso in due dicasteri, l’ex Ministero della pubblica istruzione e l’ex Ministero dell’università e della ricerca scientifica, con le inerenti risorse finanziarie, strumentali e di personale. Le risorse finanziarie sono state allocate sulla base della classificazione in missioni di spesa (in poche parole, le missioni rappresentano le funzioni principali e gli obiettivi strategici perseguiti con la spesa pubblica). Per quanto riguarda il Ministero di nostro interesse, le missioni individuate sono 6, e ricalcano quelle degli anni passati.

Partiamo da un dato: l'ammontare di cassa per l'anno 2009 è 55.349€, di 53.657€ per il 2010 e di 51.929€ per il 2011. Se la matematica non inganna, lo sforbiciamento per il Ministero ammonta a 3.420 nel prossimo triennio e non 8.000. Le riduzioni operate sulle dotazioni di spesa in relazione all’art 60, comma 1, del DL 112/2008 - già scontate nel bilancio triennale - ammontano per il 2009 a 447 milioni di euro; per il 2010 a 456,4 mln di euro e per il 2011 a 790,1 mln di euro.

Per quanto riguarda la scuola primaria, si registra un aumento della spesa per il 2009 rispetto al 2008: da 43.120€ a 43.776€.

In relazione invece all'istruzione universitaria, si registra un minimo decremento della spesa che passa dagli attuali 8.683€ a 8.549€ nel 2009. Si tratta dunque di un assestamento assolutamente minimale, che cerca di andare incontro alle esigenze di ripartizione delle risorse, peccato che questo particolare non venga sollevato dai Rettori.

Relativamente alle due principali missioni in oggetto si segnala quanto segue. Alla Missione Istruzione scolastica è assegnata la dotazione di 43.776,6 milioni di euro (pari al 79,1% dello stanziamento del Ministero), con incremento di 2313,2 milioni di euro rispetto alla legge di bilancio 2008. Lo stanziamento complessivo per la missione Istruzione universitaria è pari a 8.549,3 mln di euro (pari al 15,4% dello stanziamento del Ministero), con una riduzione di 133,5 milioni di euro (-1,5%) rispetto al bilancio 2008. In quest'ultimo ambito, 7.955€ sono dedicati al capitolo 2.3 inerente la formazione universitaria e post-universitaria, di cui 7.878€ stanziati per la voce 2.3.2, che comprende anche il famoso FFO (il fondo di finanziamento ordinario con il quale vivono le università pubbliche), il quale con 6933,6 milioni di euro registra un incremento di 67,9 milioni di euro rispetto al 2008.

Cosa significa questo in poche parole? Che praticamente per il prossimo anno il Governo non ha toccato quasi nulla, mantenendo sostanzialmente invariate le risorse anzi in alcuni casi aumentandole. Di cosa si lamentano i Rettori se l'FFO per il 2009 è addirittura aumentato rispetto a quest'anno? Di quali mirabolanti tagli parlano che impedirebbero addirittura l'acquisto del gesso per scrivere sulle lavagne?

In realtà, la famosa "scure" che si sarebbe abbattuta sul mondo dell'istruzione comincerà a lavorare soltanto dal 2010: questo significa che ci sarà un anno di tempo per trovare il modo di tagliare saggiamente, eliminare gli sprechi inutili, trovare magari ulteriori risorse (il famoso fondo di finanziamento straordinario annunciato in estate dalla Ministro Gelmini) e soprattutto mandare a compimento tutte le nuove leggi sul mondo dell'istruzione attualmente in preparazione, in particolare l'oramai attesissima riforma del mondo universitario. Nessuna persona dotata di un livello di quoziente intellettivo minimale può pensare che la spesa programmata oggi per il 2013 è da considerarsi invariabile, perché come ogni uomo onesto sa, l'economia vive giorno per giorno di variabili incredibili, quindi lamentarsi oggi dei tagli per il 2013 è da incoscienti.

Il discorso sarebbe molto più articolato e le voci all'interno della finanziaria sono molto particolari e specifiche: quello che è stato qui presentato riguarda espressamente le due voci principali sulle quali dibatte l'opinione pubblica attualmente.

Tutto il resto è fuffa...

NB: laddove non specificato, le cifre sono espresse in milioni di euro

lunedì 27 ottobre 2008

Domande e risposte sull'università

Le proteste di questi giorni rappresentano uno dei più grandi movimenti studenteschi di mobilitazione da 30 anni a questa parte, movimenti autonomi e non legati a partiti politici o interessi sindacali. Per quale motivo il Governo non ha avuto alcun dialogo e non ha alcuna intenzione di iniziarlo? Per la verità, seppure onestamente in ritardo, la Ministro Gelmini ha convocato gli studenti, ma le associazioni studentesche di sinistra hanno annunciato di sedersi al tavolo soltanto se il Governo avesse ritirato le sue norme. Tutta questa storia appare come il muto (Governo) che vuole parlare ad un sordo (studenti). Sul fatto che sia un grande movimento ho tuttavia qualche perplessità: qualche migliaio di ragazzi rappresentano una parte notevole perché trasversale nella Penisola ma assolutamente minoritaria rispetto al totale degli studenti universitari. Se poi 20 giornalisti seguono la protesta di 30 studenti mentre non scrivono una parola sui restanti 9000 iscritti regolarmente a lezione, la stortura mediatica appare in tutta evidenza. Sarebbe inoltre opportuno capire come mai oggi si assiste in televisione a questa "grandiosa" protesta, con tanto di occupazioni, marce e manifestazioni più o meno giornaliere, e nulla di tutto ciò si è visto negli anni di governo del centrosinistra: chi ha occupato quando Padoa-Schioppa cancellava 87 milioni di euro dalla ricerca per darli agli autotrasportatori? Chi ha occupato quando il Governo Prodi II esordì con un taglio di 200 milioni di euro? Come si fa a negare allora che la protesta non abbia alla base alcuna impostazione ideologica, ma sia autonoma? Autonoma rispetto a cosa? Non si è autonomi rispetto ad alcuno se poi si pensa con la sua testa...

Veniamo al dunque: va bene che il Ministro Tremonti si impegni a far quadrare i conti pubblici, ma l'università e la ricerca non sono un costo da tagliare. Noi studenti non vogliamo pagare la crisi dei politici. In un momento di recessione economica internazionale, il primo compito di un Governo è far quadrare i conti pubblici: in un Paese come l'Italia, che "vanta" il terzo debito pubblico del mondo, con un rapporto deficit/PIL del 103%, tale imperativo non solo si fa pressante ma addirittura categorico, e questo indipendentemente dal fatto che la UE ci costringa (tramite un accordo sottoscritto dal Governo Prodi II) a rientrare sotto il 100% entro il 2011. Gli studenti stanno già pagando la crisi internazionale nel momento stesso in cui essa si riversa sulle famiglie e sulla società. Contenerne gli effetti sull'economia reale sarà il compito difficile della politica. I tagli all'università diventano necessari nel momento stesso in cui i bilanci di queste istituzioni sono, come da tutti riconosciuto, finiti fuori controllo: sforbiciare è possibile, e se soltanto si scorresse la lista degli sprechi portati avanti in questi anni ogni studente si accorgerebbe di quanto male amministrata sia l'università e del perché il problema non sono i finanziamenti ma semmai l'esatto contrario, cioè i troppi finanziamenti che hanno messo a disposizione masse di soldi utilizzate per fini clientelari, per regalare posti di lavoro a parenti ed amici, per affittare appartamenti su Piazza del Campo a Siena per vedere il Palio, oppure per acquistare un terreno destinato a fini agrituristici in quel di Firenze, milioni di euro che potevano essere tranquillamente reinvestiti in progetti di ricerca.

Sia come sia, il 10% dei tagli rischia di bloccare la didattica, di far chiudere i laboratori. Quali sono le finalità che inducono il Governo a correre questo rischio? Innanzitutto, dati alla mano, la riduzione dei finanziamenti è del 3%. Evidentemente non bazzecole, ma se un taglio del 3% porta alla chiusura delle università italiane significa che queste sono state amministrate così male che gli studenti invece di protestare contro il Governo dovrebbero chiedere a gran voce le dimissioni dei Rettori e dei baroni incompetenti che hanno portato allo sfascio il mondo universitario. Invece, si nota una strana quanto perversa unione tra queste due categorie, una unione che sfida la logica razionale di ogni essere umano dotato di minimale buon senso.

Come la mettiamo con il fatto che i tagli sono a pioggia? Se volete premiare la meritocrazia, perché tagliate allo stesso modo ai virtuosi ed agli incompetenti? Allo stato attuale, essendosi ancora in regime di finanziaria 2008, non vi è stato alcun taglio ai fondi per l'università. Dunque, il fatto che i rettori virtuosi ed altri si lamentino di ciò, è destituito di fondamento, nel senso che la Ministro Gelmini ha pubblicamente dichiarato, in una intervista in giugno a Repubblica (che è sì un giornale di regime, ma contrario all'attuale Governo), che si dovranno cercare misure idonee a ripartire i tagli del 2009 e soprattutto si stanno cercando dei soldi per creare un Fondo di Finanziamento Straordinario che limiti le perdite per gli atenei migliori.

Passiamo alla riforma Gelmini: con essa si vuole distruggere l'università italiana. Andiamo con ordine: non esiste alcuna "riforma Gelmini" ed oltre a ciò il DL 137/2008 non prevede nulla che riguardi l'istruzione terziaria. Le poche norme che la riguardano sono incluse nelle tabelle allegate alla legge 133/2008 che costituisce il documento di programmazione economica e finanziaria dell'attuale Governo: si tratta di due articoli, il 16 ed il 66, intesi a regolare la trasformazione delle università in fondazioni private ed il blocco del turn-over al 20% fino al 2012. Soltanto un articolo del decreto Gelmini riguarda le SSIS, cioè lo sblocco dell'entrata in graduatoria del IX° ciclo, precluso dal Governo Prodi II nonostante l'apertura del ciclo stesso: si vuole quindi riparare ad una vergogna giuridica prodotta dalla sinistra nel più assoluto silenzio.

Ecco, proprio l'art. 16! Il Governo vuole cancellare l'università pubblica: la ricerca sarà in mano a privati senza scrupoli che la indirizzeranno dove crederanno più opportuno, aumenteranno le tasse a dismisura e quelle università che non avranno la capacità di trasformarsi dovranno chiudere. Un bell'esempio di scuola per ricchi insomma... Insomma, la legge va letta e va interpretata per quello che c'è scritto sopra, non per pura ideologia di parte e per fare terrorismo culturale. È necessario anche qui andare con ordine: la possibilità di trasformarsi in fondazioni di diritto privato è già attualmente regolata dal decreto 254/2001 licenziato dal Governo D'Alema (e confermata dal Decreto Bersani del 2006). Le fondazioni di diritto privato hanno particolari agevolazioni sul regime fiscale, in pratica pagano meno tasse sui soldi incassati: già oggi alcune università hanno fatto questo passaggio, alcune molto note quali l'Ateneo Alma Mater di Bologna o la IULM di Milano (che era già privata) o ancora il Politecnico di Milano. Il caso della IULM ci aiuta a fare chiarezza su un punto: università privata e fondazioni di diritto privato non sono la stessa cosa. Va chiarito a gran voce inoltre che la trasformazione di una università in fondazione non equivale in alcun modo alla vendita: è FALSO che le università verranno vendute a privati che ne potranno fare quel che vogliono, sia perché nessun privato al mondo può mettere in campo i capitali necessari a comprare un ateneo (che sul mercato verrebbe quotato a parecchi miliardi di euro), sia perché si parla esplicitamente di "trasformazione", la cui decisione è in capo al Senato accademico all'unanimità, la decisione andrà approvata dal Ministero delle Finanze di concerto con quello della Pubblica Istruzione che dovrà poi emanare il decreto, i quali continueranno a svolgere un ruolo di vigilanza (comma 10), e la contabilità sarà comunque controllata dalla Corte dei Conti (comma 11). Le fondazioni inoltre non potranno perseguite fini di lucro e non potranno in alcun modo gestire i dividendi se non a favore della struttura stessa. Oltre a tutto ciò, alle fondazioni si continueranno ad applicare le regole delle università statali (comma 14). Si tratta in ogni caso di una legge che in mancanza di regolamenti attuativi non potrà essere portata a termine: è per questo motivo che si attende l'approvazione di un disegno di legge specifico in tal senso e largo consenso si sta avendo, trasversalmente in parlamento, sul disegno del senatore Rossi (PD). Per quanto riguarda le tasse versate dagli studenti, detto che alle fondazioni si applicano le norme statali, esse continueranno ad avere un limite per legge del 20% rispetto al finanziamento ordinario annuale (regolamento 305/1997) e non vi potrà essere dunque nessun aumento indiscriminato: le università che dovessero aumentare le rette studentesche sono quelle che ancora non hanno raggiunto questo limite. Le università che non dovessero avere le forze per trasformarsi (che è una facoltà e non un obbligo) continueranno a giovarsi dei fondi statali (comma 9): anzi, siccome i finanziamenti privati concorrono alla valutazione della perequazione, è anche possibile che alcune di queste università arrivino ad incassare più soldi pubblici.

Il turn-over bloccato al 20% destabilizzerà la didattica, aumenterà il precariato, eviterà l'assunzione di giovani ricercatori e impedirà loro di evolvere nella carriera. Così si distrugge l'intero sistema! Negli ultimi anni, i corsi universitari sono più che raddoppiati, raggiungendo quota 5500 a fronte di una media europea che viaggia intorno ai 3000. Questo significa che nonostante i tagli del FFO effettuati dai Governi degli ultimi anni, rettori e presidi hanno preferito utilizzare i soldi per moltiplicare le cattedre piuttosto che finanziarie le ricerche: è stata dunque una libera scelta di chi governa le università e non certo di chi governa il Paese. È anzi probabile che se il Ministero avesse elargito più fondi, essi sarebbero stati utilizzati per moltiplicare ancora più intensamente i posti di potere accademico. Una scorsa ai dati può essere utile: negli ultimi anni sono stati banditi posti per 13.000 professori, ma dichiarati idonei in 26.000, uno scherzetto che è costato all'erario 300 milioni di euro in barba alle leggi vigenti. Il rapporto docenti/studenti è tra i più alti del mondo, 1:9 normalizzando i dati a disposizione, più alto dunque rispetto a quello della Gran Bretagna, fermo a 10,4. Questa moltiplicazione ha alimentato le diseguaglianze: premiando l'anzianità invece che il merito, un docente ordinario a fine carriera può arrivare ad un rapporto rispetto al giovane ricercatore di ben 4,5 a 1. Inoltre, lo stipendio tipico di un ordinario è superiore anche del 95% rispetto allo stipendio di un collega americano di livello master, e questo indipendentemente dalla sua produzione scientifica, in quanto gli scatti di stipendio sono in funzione esclusiva dell'anzianità di servizio. La moltiplicazione delle cattedre e delle sedi ha inoltre fatto lievitare a dismisura il costo per alunno frequentante a tempo pieno, portandolo a 16.000$, cioè il quarto più alto del mondo: se si riuscisse a risparmiare anche solo 1000$ le università libererebbero fondi per almeno 500-600 milioni di euro, cioè una quota di gran lunga superiore a quella prevista dal taglio del Ministro Tremonti per i prossimi anni. C'è infine da dire che non viene preclusa alcuna carriera accademica: il blocco del turn-over funzionale alla stabilizzazione del numero dei docenti che negli ultimi anni è aumentato del 25% a fronte dell'aumento dell'8% del numero di studenti si attuerà soltanto fino al 2012.

Tutta questa storia porterà comunque ad allargare la forbice tra nord e sud del Paese! La favoletta che ogni legge del centrodestra penalizzi il sud a favore del nord è oramai stata smascherata da molti anni, ed infatti non ci crede più nessuno, né al sud né al nord. Le università del sud hanno centri di eccellenza a livello nazionale importanti: solo che sono dominate da baroni che applicano regole clientelari, per cui è facile incontrare all'interno della stessa facoltà fino al 50% di docenti con lo stesso cognome oppure regolati da vincoli di parentela di I° grado. Non sarà dando più soldi all'università che si eviterà questo sconcio, perché più soldi significherà soltanto più figli di baroni in cattedra. Per la verità, l'unico modo di cancellare questo schifo è mettere mano seriamente all'università italiana, modulando in modo diverso i finanziamenti (ad esempio collegando parte degli stessi a specifici ricercatori), tenendo conto di meriti acquisiti sul campo (valutabile tramite la bibliometria, metodo incompleto ma attualmente l'unico disponibile e valido indistintamente per tutto il mondo), e premiando innanzitutto quegli atenei che negli ultimi anni non hanno sperperato i loro fondi nella moltiplicazione evangelica delle cattedre. Le università del sud non potranno che avvantaggiarsi di questo sistema, perché se si applicano criteri internazionali nella valutazione delle università (e non soltanto criteri concorsistici di dubbia validità e meriti di anzianità e non di produzione), esse potranno partire alla pari con le grandi università del Paese, impostare progetti di ricerca ed attirare fondi sia statali che privati reclutando così ricercatori stimati a livello internazionale che faranno salire, in un circolo vizioso positivo, il livello dell'ateneo.

In ogni caso, così facendo si favoriscono i ricchi e non i poveri. Basta leggere i dati per scoprire che oggi, anzi da molti anni, l'università egalitaria è un mito puro e semplice: le statistiche internazionali infatti ci dicono che il sistema italiano è fatto in modo che le tasse dei poveri finanziano l'università gratuita per i ricchi: infatti, soltanto l'8% del quintile più povero del Paese accede all'università, contro il 13% degli USA; di rimando, ben il 24% del quintile più ricco del Paese vi entra. È significativo constatare come nell'ideologia di sinistra venga additato come sistema elitario quello statunitense e come sistema egalitario quello italiano, laddove ogni misurazione in tal senso dimostra il contrario. Inoltre, negli USA il merito è premiato davvero e sul serio, non come in Italia, cosa che permette una mobilità sociale che invece nel Bel Paese è limitata da tanti anni. Invece di rincorrere il mito dell'università gratuita, si rincorra la realtà dell'università meritocratica, dove chi vi insegna ha acquisito il diritto di farlo per competenze e non per nome, dove chi vi studia va avanti perché se lo merita e non perché il papà può pagare la retta anche se il figlio poltrisce e basta. L'attuale sistema, iniquo ed inefficiente, potrebbe essere facilmente superato con l'introduzione del concetto che il capitale umano va pagato, e chi non può permetterselo accede a borse di studio e prestiti mirati: lo Stato così risparmia soldi, li reinveste nelle università stesse innalzando il livello di istruzione e di ricerca e gli studenti meritevoli. L'aumento delle tasse universitarie non è il diavolo: gli atenei sarebbero costretti ad offrire servizi eccellenti onde evitare di perdere studenti (e quindi soldi), e più il servizio è eccellente più studenti vi si iscriveranno. I soldi incassati dalle tasse di chi può permetterselo serviranno ad istituire un fondo a favore dei meno abbienti, attraverso un sistema complicato da spiegare in poche righe ma splendidamente espresso dal prof. Perotti nel libro spesso citato in questo blog. Lo Stato garantirebbe con i soldi risparmiati anche quella mobilità sociale che è garanzia primaria di questa rivoluzione: se uno studente è costretto a rimanere nell'università più vicina perché non vi sono alloggi nell'univeristà prescelta, il sistema non funziona. In poche parole, cambiare sistema per cambiare l'università italiana, ma questo non è il compito di una finanziaria dello Stato ma di una profonda riforma del ministero competente: per ora sul tavolo non c'è nulla, quindi le obiezioni in tal senso andranno espresse quando nell'arco dei prossimi mesi la Ministro Gelmini presenterà un disegno di legge in tal senso.

sabato 25 ottobre 2008

All'Università tagli "solo" del 3%

Ieri sera (venerdì 25/10/08) si è svolta una straordinaria puntata di Matrix, probabilmente una delle più belle dedicate alla scuola ed all'Università dalla televisione italiana. Ospite della puntata quel R. Perotti che si è avuto modo di incontrare nei giorni scorsi proprio su questo blog. Si è molto parlato in questi giorni dei tagli alla ricerca ed all'università «Gli studenti della Sapienza manifestano contro i tagli. Prima di entrare qui ho chiesto "secondo voi di quanto ha tagliato il Governo i fondi dell'università?" e la risposta è stata "Ci hanno detto che è circa il 10%". In realtà se si guarda, lungi da me difendere la riforma Gelmini che è stata un disastro, però i dati sono i dati, ed i tagli sono circa del 3%. Non sono bazzecole ma non sono una cosa drammatica. [... Esiste] un legame perverso fra i baroni e i rettori e gli studenti, che non sono strumentalizzati ma sono sicuramente male informati e sicuramente fanno il gioco di quei baroni che dovrebbero combattere con tutte le loro forze». La dizione "riforma Gelmini" ovviamente va letta come "finanziaria di Tremonti", poiché non solo non esiste nessuna riforma Gelmini ma evidentemente la Gelmini è tra le ultime che possa dire anche solo "a" sulla finanziaria di questo Governo e si è soltanto limitata a trovare un modo di far quadrare i conti all'interno del suo ministero. Allora, io che nel mio piccolo ho vissuto 7 anni all'Università, che posso fregiarmi di due lauree con il massimo dei voti, che sto frequentando un master, faccio queste semplici considerazioni:
  • come mai negli anni passati, che pure qualcosa si è sempre tagliato all'università, le stesse non si preoccupavano di mettere il più possibile sulla ricerca ma aumentavano a dismisura cattedre, corsi e posti di potere?
  • Quanto sta ridotta male l'università se un taglio del 3% la mette in ginocchio tale da non poter proseguire con la sua attività didattica e di ricerca?
Si dice sempre: nessun Paese al mondo taglia i fondi alla cultura. Vero (forse), ma nessun Paese al mondo ha il terzo debito pubblico, vi paga sopra 70 miliardi l'anno di interessi ed ha una pubblica amministrazione così incredibilmente gonfia di impiegati. Nessun Paese al mondo taglia sulla scuola, ma nessun Paese al mondo ha moltiplicato pani e pesci (leggasi "maestri") con l'unico intento di regalare posti di lavoro al proprio elettorato o ai propri iscritti (leggasi "sindacati"). Pochi Paesi al mondo spendono meno dell'Italia in fatto di ricerca, ma l'Italia ha il costo studente a tempo pieno tra i più alti del mondo, con 16000 dollari si piazza al quarto posto internazionale, superata soltanto da Stati Uniti, Svizzera e Svezia. Se soltanto le università riuscissero a risparmiare su quest'ultima voce 1000 dollari per alunno, portando il costo da 16000$ a 15000$, il risparmio netto ammonterebbe a diverse centinaia di milioni di euro, cioè una cifra forse superiore ai tagli previsti, che per i più smemorati e per i più ignoranti ricordo essere così ripartita per il prossimo triennio (p. 56, fonte):
  • 017 Ricerca e innovazione ---> 13.374.000€
  • 023 Istruzione universitaria ---> 405.526.000€
Questi sono i tagli all'università, non 1,5miliardi come si ripete in televisione, giacché la dotazione economica in forza al Ministero della Pubblica Istruzione riguarda evidentemente anche l'istruzione scolastica, servizi generali e fondi da ripartire, i quali ultimi da qualche anno a questa parte vengono utilizzati quasi esclusivamente per coprire stipendi di personale. Dunque 1000$ a testa per alunno a tempo pieno, più altri milioni di euro che potrebbero essere recuperati se:
  • si abolissero tutti i corsi di laurea con meno di 20-30-50 alunni
  • si chiudessero tutte le sedi distaccate disposte in aree del territorio italiano strategicamente irrilevanti
  • si abolissero tutte quelle Facoltà che hanno continuità territoriale con altre Università (a cosa servono 4 Facoltà di Agraria nella sola Emilia-Romagna? Non ne bastano 2 o anche 1 sola?)
  • si abolissero tutte quelle Facoltà che hanno meno di 40-50 alunni (sono centinaia)
  • si abolissero tutti quei corsi doppioni e triploni ( del tipo laurea in agraria - laurea in tecnologia agraria - laurea in biotecnologia agraria)
L'università ha 5400 corsi di laurea, laddove neanche 10 anni fa erano meno della metà. I rettori ed i baroni, ai quali ogni anno venivano tagliati i fondi, hanno continuato a moltiplicare cattedre sfondando nella maggioranza dei casi il tetto del 90% posto per legge. L'Italia non ha bisogno di 5400 corsi, ma di 3000 corsi ben fatti e ben congegnati. Non ha bisogno di decine e decine di facoltà dislocate in ogni anfratto della Penisola, ma di una migliore distribuzione delle risorse, con Università dedicate alla ricerca ed Università dedicate alla didattica, dove i fondi vengano in tal modo indirizzati verso un unico campo. Ha inoltre bisogno di valutare costantemente i propri alunni, creando un sistema di test (ad esempio sul modello USA), vincolanti alla permanenza in ambito universitario: solo così sarà possibile fare in modo che i meno fortunati sul piano economico possano avere accesso a quella mobilità sociale oggi preclusa da un sistema antimeritocratico che premia i ricchi ed i lecchini a discapito degli intelligenti e degli studiosi. Altro che scendere in piazza, altro che protestare, altro che bloccare la didattica, altro che stracciarsi le vesti in quel "clan" chiamato CRUI (è la parola utilizzata da Perotti che poi aggiunge: "è un eufemismo per non dire altro", e non credo ci sia bisogno di spiegare cosa sia "l'altro" termine). MERITOCRAZIA, MERITOCRAZIA, MERITOCRAZIA, cacciare i fannulloni, i baroni, i professori incompetenti, i rettori incapaci, gli alunni svogliati... Solo così l'Università riparte: dice ancora Perotti a Matrix, con il quale chiudo: «Per risolvere i problemi dell'università italiana bisogna che le risorse vadano a chi fa ricerca bene [...] e penalizzare chi fa cattiva ricerca e cattiva didattica. [...] In Italia, se noi raddoppiamo i fondi all'università di Bari questi verranno utilizzati, invece che per assumere due nuore o due cognati, ne assumeranno quattro. Quindi la relazione... in Italia si procede solo ed esclusivamente per anzianità, non c'è nessun incentivo ed aumentare i fondi non servirà a niente». I rettori si lamentano perché gli hanno tagliato i fondi? Si lamentano contro Tremonti perché gli sta rompendo il giocattolo, gli sta rompendo il gioco perverso della moltiplicazione magica di posti di potere a tutto danno degli studenti. Che invece di prenderli a pedate si uniscono a loro per mantenere invariato lo status quo della baronia italiana (tema ampiamente ribadito da Perotti nella puntata di Matrix). Ed il fatto che la stragrande maggioranza dei protestanti sia riconducibile all'area politica di sinistra (intendendo con tale parola tutta l'area che va dal PD ai comunisti), dovrebbe far riflettere non poco gli osservatori esterni.

mercoledì 22 ottobre 2008

I danni di una demagogia di piazza che trascura le vere riforme

Di Giovanni Cominelli per ilsussidiario.net

Il mese di ottobre è attraversato dalle mobilitazioni di migliaia di studenti e di insegnanti. In attesa dei botti finali: la manifestazione veltroniana del 25 ottobre contro il governo, lo sciopero generale della scuola del 30 ottobre.

A sinistra si favoleggia di un nuovo ’68. “Piacerebbe!”, verrebbe voglia di dire. Dimentichi, i meschini, che le giovani generazioni del ’68 percepivano davanti a sé un futuro utopico, realistica o meno che fosse l’aspettativa.

Nel 2008 il futuro percepito dalle giovani generazioni – e non solo – è distopico, pieno di paure e di incertezze. Dalla distopia storicamente sono sempre nati movimenti di destra. Perciò, parce sepultis.

In ogni caso, in attesa della parusia del nuovo ’68, la fucina ideologica per ora produce solo fumi. Prendiamo i tagli. Solo una demagogia senza confini può sostenere che non sono necessari. Dovrebbero essere intelligenti, questo sì. Ma perché siano intelligenti, occorrerebbe finalmente attuare le riforme istituzionali e ordinamentali già messe sul binario prima da Berlinguer e poi dalla Moratti. Peccato che a suo tempo i due abbiano goduto di analoghi moti di opposizione, in particolare la Moratti. Perciò binario morto. Già Luigi Berlinguer ha fatto notare che l’abolizione dell’ultimo anno delle superiori, didatticamente e pedagogicamente del tutto necessaria, avrebbe prodotto anche un notevole risparmio. Tocca al Ministro e al Ministero renderli intelligenti. Le strade non mancano. È noto, per esempio, che presso parecchie scuole autonome si nascondono “contabilità speciali”, cioè soldi dati dall’Amministrazione alle scuole per bypassare “fastidiose” gare d’appalto. Si tratta di milioni di euro destinati a progetti dalla consistenza culturale incerta e dall’utilità dubbia. Questi “tesoretti” si possono chiudere. Oppure basterebbe vigilare sulle spese per subappalti di cattedre e supplenze in alcune zone del Paese. E per le telefonate a fini di reperimento di supplenti.

L’Amministrazione assorbe un fiume di denaro che si perde in mille rigagnoli nascosti. C’è un modo per eliminarli? Semplificare drasticamente l’apparato ministeriale e puntare sulle autonomie e sulle Fondazioni. Se non si fanno riforme, i tagli orizzontali saranno ottusi. Ma chi convoca o sommuove la piazza contro i tagli è anche contro le riforme. Pretende di bere e fischiare contemporaneamente.

Prendiamo la questione immigrati. Se il fine resta l’integrazione e se la scuola ne costituisce un passaggio strategico, l’inserimento ex-abrupto in una classe di un bambino che non parli l’italiano costituisce per lui un trauma e un peso per gli altri. L’effetto è la dis-integrazione, non l’integrazione. Quale ipocrisia può far sostenere l’opposto? Certamente il governo e/o l’ente locale devono finanziare uno spazio/tempo dedicato di integrazione linguistica, preparando il personale. Le scuole gestiscano in modo autonomo l’impresa integrativa. Meglio sarebbe stato un impegno diretto del governo sul punto, invece che affidare una questione così delicata e così strategica alla mozione di una maggioranza parlamentare composita e attraversata da pulsioni spesso divergenti. Ma un arretramento sotto la pressione della piazza e dei sindacati non aiuterebbe di un millimetro la causa dell’integrazione e neppure quella più modesta della ricerca di un impossibile consenso da parte della piazza e dei sindacati. Anche perché la mobilitazione politica e sindacale, che traina quella degli studenti, non ha altro obbiettivo che quello di abbattere il governo o, forse più realisticamente, di accumulare forze per il futuro o di sostenere un traballante Veltroni alla leadership del Pd.

Il destino della scuola interessa poco. Interessano i voti degli insegnanti e dintorni.

Un patto di stabilità per ogni ateneo

Fonte ilsussidiario.net

I rettori guardano con grande preoccupazione al difficile momento in cui si trova l’università italiana, e temono che i tagli previsti dal governo possano mettere in ginocchio l'intero sistema. Proprio per cercare di rispondere a questa situazione i rettori di alcuni atenei, che da alcuni mesi sono entrati a far parte dell’Associazione per la Qualità delle università italiane statali (Aquis), hanno ieri lanciato il loro grido d’allarme, e hanno messo sul tavolo una serie di proposte per trovare una via d'uscita. Punto essenziale, come spiega il rettore del Politecnico di Milano Giulio Ballio, è quello di abbandonare un sistema centralistico incapace di rispondere ai problemi particolari delle diverse università.

Professor Ballio, partiamo innanzitutto dalla possibilità per le università di trasformarsi in fondazioni, come previsto dal decreto 133: c’è chi parla di rischio privatizzazione, e chi al contrario vorrebbe un progetto più completo in questa direzione, sulle orme ad esempio della proposta di legge del senatore del Pd Nicola Rossi. Qual è la sua posizione?

Non si può a mio avviso parlare di fondazioni se non si tiene conto di un altro problema che sta a monte. Tutti i sistemi universitari vengono sostenuti finanziariamente in due modi diversi: o dagli utenti, come accade negli Stati Uniti, o dalla collettività, con fondi pubblici statali o regionali, come accade in Europa, Russia o Cina. Questa scelta non può che essere una scelta politica, ed è totalmente indipendente dalla scatola “fondazione”. Noi ora in Italia abbiamo una situazione in cui il 95% degli studenti si trovano nel sistema finanziato dalla collettività; solo il 5% è nelle università private. Questo è un discorso che è indipendente dalla modalità fondazione. Si vuol decidere, ad esempio, che il Politecnico venga sostenuto dagli studenti anziché dalla collettività? Non c’è bisogno di fare la fondazione, basta deciderlo.

In quali casi potrebbe secondo lei servire la trasformazione in fondazione?

La modalità della fondazione potrebbe avere una ragione se entrassero negli organi direttivi anche degli stakeholders esterni, cioè degli enti finanziatori. Ma il problema è che questo ora è totalmente impensabile, perché nessun ente finanziatore ha interesse ad entrare a gestire l’università. Non ci sono i mecenati, e le fondazioni bancarie hanno nei loro statuti solo l’aiuto alla ricerca. Oltre tutto il sistema universitario in generale è notoriamente indebitato, e non si sa nemmeno di quanto; quindi è ovvio pensare che nessun privato voglia entrarvi. Questa è la situazione contingente con cui bisogna fare i conti quando si parla di fondazioni.

Passiamo all’altra critica che in questi giorni viene mossa contro il governo: i tagli eccessivi che vengono imposti all’università. Cosa ne pensa?

I tagli sono di due tipi: sia tagli finanziari, sia tagli del personale, con il blocco del turn over. Questo secondo tipo di taglio, soprattutto, è gravissimo: poter reintegrare solo il 20 % del personale docente che va in pensione significa sostanzialmente precludere l’accesso al mondo accademico di un’intera generazione di giovani ricercatori. Significa cioè perdere le persone migliori che stiamo selezionando in questi anni, che evidentemente si troveranno costrette ad andare all’estero. Basti pensare che un sondaggio tra i nostri allievi di dottorato ha dato come risultato che l’80% di loro vuole andare via dall’Italia. Ma non si tratta di una fuga, bensì di una cacciata dei cervelli.

Per quanto riguarda invece i tagli finanziari?

Il taglio finanziario è del 20% entro la fine del 2012. Considerato il fatto che il nostro sistema universitario spende in media l’86% in personale, spesa che aumenta per gli scatti stipendiali, ne consegue che nel giro di pochi anni non ci saranno più soldi per pagare il personale e quindi il sistema andrà in bancarotta. È pur vero che ci sono università che hanno gestito meglio le risorse; il Politecnico, ad esempio, spende solo il 67% per il personale. Ma questo non toglie che anche questi atenei si troveranno costretti a tagliare su tutti i servizi, dalle spese per i lavoratori fino alle spese essenziali, come quelle sul riscaldamento e il condizionamento.

A proposito di diversa modalità di gestione da parte degli atenei, il Politecnico, di cui lei è rettore, fa parte di Aquis (Associazione per la Qualità delle università italiane statali), il consorzio delle università “migliori” che proprio ieri ha avanzato una serie di proposte. Come risponde alle critiche di chi vi accusa di esservi “auto-eletti” i numeri uno?

Le università di Aquis non si sono date la patente di più brave. Si sono auto-selezionate su parametri oggettivi, tra cui il rigore del bilancio, il fatto di avere una certa dimensione, nonché una certa notorietà a livello internazionale. Quindi si sono scelti solo parametri oggettivi, indicatori che non hanno a che vedere con la qualità, ma che riguardano solo il livello organizzativo, gestionale e l’interesse per l’internazionalizzazione. E si trovano su tutto il territorio nazionale, dalla Lombardia alla Calabria. Abbiamo costituito dei tavoli per riflettere su quello che si può proporre, e su come prendere ad esempio i comportamenti virtuosi; poi, d’accordo con la Crui, abbiamo deciso di proporre al governo un metodo di lavoro che può essere esteso a tutte le università.

Qual è il succo della vostra proposta?

La proposta è: usciamo dalla sistema dei fondi a pioggia. Ognuno metta a disposizione la propria situazione con la massima trasparenza di fronte al ministero dell’Economia e dell’Istruzione, il quale deciderà gli obiettivi che questa università dovrà rispettare. Ministero e università quindi saranno in grado di fare un patto di stabilità, di una certa durata, che potrà essere rinnovato se verranno raggiunti gli obiettivi prefissati. Viceversa, per le università che sono a rischio fallimento, il ministero dell’Economia farà, d’accordo con loro, un piano di rientro per non farle fallire. Ma non si può, per salvare qualcuno, far fallire l’intero sistema.

Perché si è arrivati a questa situazione di crisi finanziaria del sistema universitario?

Il fatto è che i vari atenei sono talmente diversi uno dall’altro, e il sistema non può essere gestito con regole uniche. Da qui il discorso dell’autonomia: se non si dà loro autonomia, gli atenei diminuiscono la qualità. L’hanno capito anche tutti i precedenti ministri, che non per nulla hanno fatto passi avanti sul piano dell’autonomia: il guaio italiano è che accanto all’autonomia non è stato impostato un sistema di valutazione. Sulla valutazione siamo in ritardo di quindici anni, anni che abbiamo perso per discutere come impostare il discorso valutazione senza dispiacere a nessuno. Il problema ora non è di facile soluzione, e non possiamo chiedere alla Gelmini di risolvere in sei mesi quello che non si è risolto in quindici anni. Partiamo dal creare progetti personalizzati, decisi di comune accordo tra atenei e ministero: questo è il punto di partenza per ridurre il centralismo dell’attuale sistema, destinato in tempi brevi al fallimento.

NdR: il prof. Ballo, così preciso nella sua analisi tecnica di cosa potrebbe succedere se venissero confermati i tagli al settore universitario, non è stato altrettanto prodigo nel fornire indicazioni su come trovare i soldi. È comodo e facile dire "A ridatece i sordi!" e poi accollare agli altri il problema di individuare i fondi: l'obiettivo del pareggio di bilancio per il 2011 è un vincolo che l'Italia ha con l'Europa, non uno scherzo, e le strade sono due: mettere le mani in tasca ai cittadini aumentando la tassazione per coprire le incapacità di chi ha gestito le Università in questi decenni, oppure mantenere invariata la tassazione tagliando inevitabilmente a tutti (i tagli del DPEF ammontano a 35 miliardi in totale, giova ricordare che nel programma del PD i tagli previsti erano di 37 miliardi). Secondo il prof. Ballo, in questo momento di crisi economica internazionale con l'inflazione alle stelle, la scelta migliore sarebbe quella di aumentare le tasse? Penso che il Ministro Gelmini abbia spiegato abbastanza approfonditamente che i tagli non saranno indiscriminati ma seguiranno un preciso programma meritocratico: quindi a preoccuparsi non devono essere quelli del consorzio Aquis ma semmai i Rettori che hanno utilizzato le loro università come professorifici, stipendifici e distribuzioni di posti di potere accademico invece che come centri di ricerca e formazione specializzata come accade nel resto del mondo, in particolare negli USA.

martedì 21 ottobre 2008

DPEF legge 133/2008: a proposito di università

Il 21 agosto 2008 la Gazzetta Ufficiale ha pubblicato il testo di conversione in legge 133/2008 del decreto 112/2008 recante disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria. Si tratta in poche parole del Documento di Programmazione Economica e Finanziaria (DPEF) del Governo Berlusconi IV previsto per la vigente legislatura. Cosa prevedono gli articoli relativi all'ambito accademico italiano?

La stampa di regime della sinistra italiana, con un puro atto di terrorismo culturale ha accusato il Governo di distruggere la cultura italiana. Le associazioni studentesche in massima parte aderenti a tale fazione politica (l'Udu, Unione Degli studenti Universitari è vicina al PD, mentre i Collettivi Universitari fanno riferimento all'area rossa) hanno abboccato all'amo, con movimentazioni su vasta scala nazionale.

Per quanto riguarda le Univ. quello che interessa maggiormente è il titolo V, in particolare art. 16 e art. 17. Due obiezioni colpiscono in particolare

OBIEZIONE: il taglio di 1.400 milioni di euro del Fondo di Finanziamento Ordinario

In un momento di grave crisi economica e dovendo l'Italia mantenere gli impegni internazionali assunti con l'Unione Europea, impegni per altro sottoscritti dal Governo Prodi di centrosinistra, in particolare il pareggio di bilancio entro il 2011, è necessario che ogni realtà del Paese faccia la sua parte. Purtroppo questo significa che se nei servizi sociali è possibile intervenire in minima parte, bisogna recuperare altrove. In tale sistema, il problema non consiste nel taglio del FFO ma piuttosto nel modo in cui vengono ripartiti i tagli tenendo conto della diversità della realtà universtaria italiana: in tal senso, il Ministero ha previsto classifiche di merito dei vari Atenei ai quali saranno destinati maggiori fondi (cioè minori tagli) tanto più alta sarà la loro qualità (stabilita in base a precisi parametri). Inoltre, sarà istituito un Fondo di Finanziamento Straordinario che elargirà quattrini per premiare gli Atenei migliori.

OBIEZIONE: la possibilità per le Università di trasformarsi in Fondazioni di diritto privato, con il conseguente aumento della contribuzione studentesca

Giacché si tratta di possibilità, non si capisce quale sia il problema. Tra l'altro come specificato nel comma 1 il Senato Accademico deve approvare all'unanimità la conversione e questa deve poi passare al vaglio del MIUR di concerto con il Ministero dell'Economia e delle Finanze. L'Istituto della Fondazione è presente negli USA, di cui tutto il mondo ammira l'elevatissimo livello di ricerca e di strumentazione per la ricerca. In Italia invece le Università vanno avanti soltanto con i fondi statali, cioè pubblici, cioè i soldini prelevati dalle tasche di ogni cittadino e spesi in massima parte (oltre il 90%) per gli stipendi di docenti e personale tecnico. Soltanto trasformando le Università sarà possibile superare il sistema di egualitarismo formale vigente nel nostro mondo accademico avvicinandolo a quello della differenziazione competitiva sul modello del sistema statunitense (il che non significa evidentemente copiarlo). L'omogeneità infatti elimina alla base la competizione, mentre è evidente che una Università che "lotta" per attrarre docenti, studenti e finanziamenti punterà inevitabilmente al miglioramento delle sue strutture didattiche e/o di ricerca, secondo l'indirizzo che vorrà darsi. C'è inoltre da sottolineare che grazie alla particolare tipologia di sgravi fiscali previsti per le fondazioni le Università potranno beneficiare in misura maggiore dei finanziamenti esterni. A tutto questo NON verrà sostituito il finanziamento statale che a quel punto sarà maggiormente rivolto verso quelle realtà più in difficoltà nel reperimento di risorse. La contribuzione studentesca in questo quadro non c'entra assolutamente nulla, perché «non è previsto nessun aumento delle tasse per gli studenti, la cui quota è fissata per legge» (fonte Repubblica).

Quindi la domanda è un'altra: chi ha paura, chi deve temere un sistema universitario che evolve nel senso della meritocrazia e della competizione?