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martedì 4 novembre 2008

FFO: come ti butto via il denaro pubblico

Riprendo questo bel post via destralab.it

Qui da pagina 58 a pagina 66 del Libro verde sulla spesa pubblica del Ministero dell’Economia e delle Finanze, le pagine dedicate all’Università, che forse mostreranno più chiaramente (… forse) perché tanti tra professori e osservatori pensano che sia ineludibile intervenire sul problema in modo concreto e perché si definiscono pannicelli caldi le semplici affermazioni generali di principi.

Ci sono delle belle tabelline sulla distribuzione del FFO alle università italiane secondo le leggi e i decreti succedutisi negli anni, dove si evince chiaramente che le università meno virtuose vengono incredibilmente “premiate” e quelle virtuose incredibilmente “penalizzate” e dove si può “notare” anche cosa ha significato e a quali distorsioni ha portato il fatto che lo stato ha fino ad oggi finanziato gli atenei sulla base di un criterio di “spesa storica”.

Libro Bianco scritto e pubblicato, tra l’altro, poco prima dell’emanazione del Decreto criteri di ripartizione del Fondo di finanziamento ordinario (FFO) delle Università per l’anno 2007 da parte del Ministro Mussi, che ha portato unanimemente (ne accenna anche Ichino nel post precedente e Ainis oggi) a questi “sensibili” miglioramenti:

Due soli dati per chiarire le dimensioni: nel 2008 (decreto ministro Mussi) la quota percentuale di FFO assegnata sulla base dei “risultati dei processi formativi e dell’attività di ricerca scientifica” è stata 2.2%, e nel 2007 0.58%. Il criterio della spesa storica, attraverso cui sono stati sostanzialmente ripartiti i finanziamenti, è pessimo non solo perché non ha nulla a che vedere con il merito, comunque valutato, ma perché offre continua copertura a qualunque politica o a qualunque errore di gestione delle sedi.

Le Università che alla data di chiusura del 2006, secondo quanto si può leggere ancora nel Libro Bianco (vedere la Tabella 2.20), nonostante l’esistenza fin dal 1998 di un vincolo relativo alla quota massima del 90% delle spese fisse per il personale di ruolo sul FFO, peraltro attenuato con un metodo di calcolo meno stringente a partire dal 2004, lo avevano “tranquillamente” superato, erano:

Bari 95,8%, Cagliari 92,6%, Cassino 90,1%, Ferrara 90,0%, Firenze 99,4%, Genova 92,4, L’aquila 93,7%, Messina 91,0%, Napoli Federico II 96,0%, Seconda Università di Napoli 98,8%, L’Orientale di Napoli 96,7% Palermo 91,1%, Pavia 94,3%, Pisa 96,9%, Roma La Sapienza 94,6%, Siena 101,1% Trieste 95,7%, Udine 90,9%, Ca Foscari di Venezia 90,8%. Qua altri dati più recenti.

Nella tabella 2.21 si può controllare, invece, la ripartizione del FFO assegnato, che vede, per esempio, Messina con un FFO assegnato del 2,63%, un teorico da modello 2006 da assegnare del 1,68% e un conseguente sovradimensionamento del 36,2% e Milano, che era invece riuscita a stare sotto il 90% (89,1%) con un sottodimensionamento dei fondi assegnati del 9,2%.

Qua invece andarsi a controllare quali sono le Università che hanno bandito gli ultimi concorsi nonostante tutto questo. E forse potrebbe diventare difficile, per chiunque, non domandarsi, come si fa qui, ma con quali risorse e sulla base di quali piani di sviluppo sono stati deliberati dalle sedi questi bandi? E questa mole di bandi è compatibile nei singoli atenei con il pieno turn over dei docenti? E non trovare tanto strano, rispondere che se non lo è, le risorse liberate dalle cessazioni del prossimo futuro saranno impegnate per promozioni di carriera.

Mentre oggi Michele Ainis, Atenei in tilt senz’anima e senza soldi. Sprechi, gigantismo, inefficienza, lassismo etico: all’università serve una cura, dopo aver fatto un’impietosa analisi dell’esistente, e aver affermato:

Ma non dipende solo dal rubinetto della spesa. Anzi: la sua causa più profonda sta nella logica che pervade il sistema, dove il merito è diventato carta straccia, insieme al senso della legalità.

[...] D’altronde tutto il sistema di finanziamento pubblico verso gli atenei è ben poco orientato al merito, al sostegno dei comportamenti più virtuosi nella ricerca e nell’insegnamento.[...] Se la superficie dell’oceano è piatta, sui fondali nuotano invece pesci d’ogni razza. Durante gli Anni Ottanta del secolo passato in Italia venivano impartite oltre 10 mila discipline accademiche; nel frattempo questa cifra è quantomeno raddoppiata. D’altronde tutta l’università si è via via gonfiata come un panettone, dopo il 3+2 e le altre riforme varate dal 1997 in poi. C’erano allora 41 atenei; nel 2008 sono diventati 95, fra pubblici e privati. Ma se si contano anche le sedi distaccate (ce n’è una sotto ogni campanile, da Tempio Pausania con 5 studenti immatricolati a Petralia Sottana che ne ha 6), il totale fa 338. Da qui la proliferazione delle facoltà, sicché ne abbiamo aperte per esempio 14 di Veterinaria, più di quante ne sommino tutte insieme Francia, Germania, Austria, Belgio, Grecia e Danimarca. Da qui, e soprattutto, la moltiplicazione dei corsi di laurea: 5.517 nel 2007, quando erano 2.444 nel 2000. Fra le new entries, «Gestione delle imprese di pesca» (università del Molise), «Scienze della mediazione linguistica per traduttori dialoghisti cinetelevisivi» (Torino), «Scienze del fiore e del verde» (Pavia), «Scienza dell’allevamento, dell’igiene e del benessere del cane e del gatto» (Bari).

Insomma sprechi, gigantismo, inefficienza, parcellizzazione dei saperi (gli iperspecialisti che sanno tutto su niente, e perciò niente su tutto), lassismo etico, mortificazione delle competenze, sia sul versante dei docenti che su quello dei discenti: all’università serve una cura da cavallo.

Propone una cura con “sottrazione”, anzi con doppia sottrazione: in primo luogo, via il valore legale della laurea e in secondo luogo, via il valore legale della cattedra.

La prima [...] soluzione non particolarmente originale (ne parlava già, mezzo secolo addietro, Luigi Einaudi), ma rivoluzionaria nei suoi effetti potenziali. Perché porrebbe le università in competizione fra di loro (vale di più la laurea dell’ateneo migliore), e perché non c’è efficienza senza concorrenza.

La seconda [...] Perché in Italia sono bassi gli stipendi dei ricercatori, al primo gradino della scala; lo sono quelli degli studiosi più brillanti, che negli Usa – attraverso contratti individuali e fondi di start-up – talvolta superano un milione di dollari; ma sempre negli Usa il rapporto fra lo stipendio medio degli ordinari e degli assistenti è di 1,5 a 1, mentre qui lo stipendio di un ordinario a fine carriera pesa 4 volte e mezzo la busta paga dei neoricercatori. È il paradosso d’un sistema il quale – legando la retribuzione dei professori esclusivamente alla loro anzianità di servizio – non sa essere né egualitario né meritocratico, tanto da attirarsi la censura dell’Ocse (Rapporto Going for Growth, 2007); sicché c’è bisogno di rivoltarlo come un calzino usato.

E qui “ordinaria” cronaca siciliana, non di nera, ma accademica. Università di Messina: indagata la moglie del Rettore e Ateneo messinese nella bufera: il rettore a giudizio per abuso d’ufficio, 25 gli indagati. Ne fa un bel pezzo di “colore” oggi il solito Stella.

Troppo “qualunquista” chiedersi, qualche volta, dove stavano prima del 2008, i signori professori e i signori Rettori che oggi fanno le barricate e parlano di merito e cultura che si vogliono distruggere? Ma di cosa stiamo parlando?

p.s.: Ricordando, per non essere fraintesa, che questa non vuole essere assolutamente una generalizzazione e che ad oggi, un punto su cui i consigli di ateneo più responsabili e “virtuosi” (e ce ne sono ovviamente diversi) stanno facendo pressione è proprio quello di orientare in senso meritocratico la distribuzione dei tagli. E non solo.

update: Il corriere oggi (2 novembre) ha pubblicato questo: Università, i conti in rosso. Con due grafici che contengono dati aggiornati.

lunedì 3 novembre 2008

L'Ateneo sotto inchiesta pensa all'arredo

Di Gian Antonio Stella per corriere.it

Non è vero che non ci sono soldi per la ricerca. L' Università di Messina, ad esempio, una ricerca la sta facendo: cerca un pittore che per 80mila euro dipinga un quadro per l' Aula Magna di ingegneria. Direte: ma come, una spesa così insensata in questi tempi di vacche magre? Esatto. Dicono sia in-dis-pen-sa-bi-le. Certo, per arredare la parete della grande sala non potevano scegliere momento peggiore. Da una parte, infatti, divampa la polemica sui tagli decisi da Mariastella Gelmini, denunciati come la scelta scellerata di lesinare la goccia d' acqua agli assetati dalle gole riarse. Dall' altra il rettore dell' Ateneo, Francesco Tomasello, è stato appena rinviato a giudizio con la moglie Melitta Grasso (lei pure dirigente dell' Università) e altri 25 professori, ricercatori e funzionari vari (altri sette imputati hanno chiesto il rito abbreviato) per due scandali. Il primo: la gestione assai «controversa», diciamo così, di tre milioni di euro di fondi regionali destinati alla ricerca di un progetto scientifico «Lipin». Il secondo: un concorso taroccato. Scoppiato quando un docente aveva denunciato di aver subito pressioni per addomesticare la gara per un posto di professore associato che doveva a tutti i costi andare a Francesco Macrì, figlio dell' allora preside di Veterinaria Battesimo Consolato Macrì, che nelle intercettazioni viene chiamato «BatMac». Non bastasse, proprio in questi giorni L' Espresso ha rivelato che la moglie del rettore, il quale l' anno scorso era stato sospeso per due mesi dalla carica nell' ambito di una «inchiesta su delitti, appalti e clan», sarebbe al centro di un' altra indagine sulla fornitura di pasti del Policlinico e la gestione dei servizi di vigilanza. Servizi che oggi, grazie all' intervento del commissario straordinario, costano 300mila euro ma prima della svolta erano stati assegnati alla società «Il Detective» (unica partecipante alla gara d' appalto!) per un milione e 770mila: sei volte di più. Non bastasse ancora, la città peloritana è scossa da «boatos» secondo i quali ognuno degli 86 nuovi posti all' Università, banditi con 75 concorsi, sarebbe stato «cucito come un vestitino» addosso a 86 prescelti. Sia chiaro: l' ateneo messinese non è l' unico a spendere i soldi in maniera «bizzarra» dando ragione ai rettori più seri che inutilmente invocano da anni che la distribuzione dei fondi e più ancora dei tagli non sia fatta così, a casaccio, ma tenga conto delle enormi differenze tra le università sobrie e quelle spendaccione, quelle virtuose e quelle «canaglia». I casi sconcertanti sono infiniti. Con l' aria che tira in questi anni, ad esempio, era proprio indispensabile all' università di Salerno (dove ogni stanza e ogni bagno del campus è stata tinteggiata con un colore differente) la costruzione del «Chiostro della Pace» di Ettore Sottsass e Enzo Cucchi voluto per offrire ai giovani un luogo «dove riflettere sul senso della vita» e irrispettosamente ribattezzato «il lavandino» per le mattonelle di ceramica blu? È fondamentale, a Bari, mantenere tutt' ora a cura dell' ateneo la darsena del Cus, il centro universitario sportivo, dove fino a ieri decine di docenti ormeggiavano le barche senza tirar fuori un cent? Vi pare possibile che un porticciolo vicino al centro della città sia stato fino all' arrivo del nuovo rettore offerto per 16 anni ai baroni senza che nessuno si ricordasse di chieder loro di pagare la quota («omaggi a personalità influenti...», ammise il presidente) col risultato che siccome non fu mai mandata una richiesta è oggi impossibile pretendere gli arretrati? Chi li restituirà, i tre o quattrocentomila euro di crediti mai riscossi? E l' ex rettore di Teramo Luciano Russi, poi trasferitosi a Roma, doveva proprio spendere 93mila euro per comprare una Mercedes S320 con tivù al plasma anteriore e posteriore, fax, business consolle e «sound system Bose» e 303mila per rifare l' arredamento del suo ufficio? Certe voci resteranno indimenticabili: 54.391 euro per «librerie e boiserie in noce massello con appliques alle quattro pareti», 8.448 per «due divani in pelle modello Chesterfield tre posti», 6.500 per «tappeto Isphahan lana/seta»... Come poteva, con quelle spese, trovare altri soldi per la ricerca? E come possono accettare, i rettori «risparmiosi» attenti al centesimo, di essere messi sullo stesso piano, nei tagli, di chi ha speso 33.259 euro (quanto guadagnano in un anno tre dei precari pisani che hanno messo a punto un supertelescopio messo in orbita dalla Nasa) per «rivestimento soffitto in noce massello cassonato»? Ma torniamo a Messina. Dove lo stesso bando di concorso per «la scelta, l' esecuzione e l' acquisto» del quadro da 80mila euro è un capolavoro. Dopo avere precisato che «l' opera dovrà essere ispirata al tragico evento del terremoto di Messina» e «andrà collocata nell' Aula Magna della Facoltà di Ingegneria, sulla parete cattedra di m. 7,50x3,30 e sulle due pareti contigue, ciascuna di m. 2,00 circa x 3,30», il documento precisa infatti che «al concorso possono partecipare tutti gli artisti italiani e stranieri in possesso della residenza o del domicilio in Italia, che godano dei diritti civili e politici nello Stato di appartenenza». Insomma, se c' è un Picasso o un Gauguin che abbia voglia di cimentarsi, si astenga: la nostra università, oltre ai ricercatori stranieri, non vuole neppure pittori che non siano indigeni. E non è finita. Tra le meravigliose scemenze burocratiche, c' è infatti che «il plico deve essere sigillato con ceralacca e controfirmato sui lembi di chiusura e deve recare all' esterno, oltre all' intestazione del mittente (nome e cognome dell' artista) e all' indirizzo dello stesso, la dicitura "Bando di concorso per la scelta, l' esecuzione e l' acquisto di un' opera d' arte pittorica da collocare nell' Aula Magna della Facoltà di Ingegneria in Contrada Papardo di Messina"». Il plico deve contenere al suo interno la busta con la dicitura «Documentazione» e un contenitore con la dicitura «Bozzetto» entrambi «controfirmati sui lembi di chiusura...». Insomma: viva l' arte e viva gli artisti! Purché burocrati. E ossequiosi del comma 1/ter dell' art.47bis del dpr...

NB: grassetto del redattore.

venerdì 31 ottobre 2008

Spunta pure il dottore in beauty

Articoli tratti dalla rassegna stampa del 30/10/08 e del 31/10/08.

Le Dinastie in cattedra, di Francesco Magris per Il Piccolo

I prof scioperano ma intascano lo stipendio, su ilgiornale.it

Spunta pure il dottore in "beauty", di Federico Casabella per Il Giornale

Linee di moda, radio, bar. E l'ateneo finisce in rosso, di Miska Ruggeri per Libero

L'università laureata in sprechi, di Antonio Rossitto per Panorama

«Stupito per tante critiche, si sventolano dati falsi», int. a Luca Ricolfi per Giornale di Sicilia

Fondi solo per i migliori, di Roberto Perotti per Il Sole 24 ore

giovedì 30 ottobre 2008

La scure sulle scuole private

Di Giorgio Vittadini per ilsussidiario.net (pubblicato su Il Riformista)

Una certa mitologia ideologica che sta alimentando lo sciopero del 30 e che viene ad arte replicata nelle manifestazioni degli studenti, afferma che i tagli alla scuola pubblica sono fatti per finanziare la scuola privata. Ma non è così. Nel “Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2009 e il bilancio pluriennale per il triennio 2009-2011” la voce complessiva riguardo l’istruzione è aumenta di 656milioni di euro: all’istruzione primaria andranno oltre 242milioni di euro in più, all’istruzione secondaria di primo grado 228milioni di euro in più, all’istruzione secondaria di secondo grado 395milioni di euro in più. Invece, il capitolo di bilancio riguardo l’istituzione scolastica non statale passa dai 535milioni e 318mila euro del 2008 ai 401milioni e 924mila euro per le previsioni del 2009, ovvero 133milioni e 393mila euro in meno. Inoltre, la voce “istruzione non statale” prevede per il 2010 una cifra pari a 406milioni e 121mila euro e per il 2011 la cifra di 312milioni e 410mila euro.

C’è da precisare inoltre che la riduzione non riguarda le scuole medie e superiori, ma la scuola materna e la scuola elementare, livelli di scuola che hanno sempre ricevuto fondi statali. Sono scuole gestite da ordini religiosi o cooperative di famiglie, situate nei quartieri periferici e nei paesi a cui molte famiglie “del popolo”, spesso poco abbienti, mandano i figli perché sanno che vengono assicurati nello stesso tempo un’educazione ricca di ideali ed un alta qualità di insegnamento. Accolgono infatti ben 531.258 bambini su 1.652.689 della scuola dell’infanzia e 196.776 su 2.820.150 bambini della scuola primaria. Determinate è il loro contributo al buon livello qualitativo raggiunto dalla scuole materne ed elementari italiane, sancito dalle inchieste internazionali.

Tuttavia, alla faccia della parità giuridica sancita dal ministro Berlinguer, non solo non si mette in programma di garantire l’effettiva libertà delle famiglie di scegliere le scuole paritarie attraverso detrazioni e deduzioni fiscali, ma le si vuole affossare definitivamente attraverso questi tagli di fondi che costringeranno le scuole ad aumentare le rette aggravando ulteriormente la situazione delle famiglie o addirittura a chiudere.

La legge 133/08 impone di ridurre il debito pubblico nazionale senza ricorrere all’aumento della pressione fiscale, rispettando così gli accordi internazionali e quindi i tagli anche per il comparto dell’istruzione sono inevitabili. Tuttavia, ogni ministero può decidere liberamente come effettuare i tagli ed è quindi ancora possibile correggere questa scelta, tanto più che il taglio medio imposto dal Ministero del tesoro a ogni ministero è del 10%, mentre i tagli previsti per la scuola libera sono del 25-30%! Per questo 40 deputati della maggioranza hanno firmato un emendamento che propone di effettuare riduzioni di spesa del Ministero della pubblica istruzione in settori meno strategici. Sono pronti a votarlo anche molti deputati dell’opposizione, consci che si tratta di battaglia bipartisan di tante famiglie per la difesa della “biodiversità” della scuola italiana. Chi, sia nel mondo cattolico che in quello laico, si astiene dal prendere posizione, sia conscio di collaborare all’ulteriore desertificazione della scuola italiana, per il male di tutti.

mercoledì 29 ottobre 2008

L'OCSE boccia la scuola italiana

Di Salvo Intravaia per repubblica.it

ROMA - L'Ocse boccia la scuola italiana. Stando ai numerosi dati contenuti nel rapporto dal titolo Education at a glance 2006 (uno sguardo sull'Istruzione 2006) il sistema di istruzione nazionale risulta troppo costoso se paragonato agli scarsi risultati che riesce a produrre. Un sistema nella sostanza inefficiente che richiede un approfondito restyling. Scuola, istruzione post-secondaria e università arrancano, sfornano studenti che non riescono reggere il confronto con i compagni degli altri 30 paesi aderenti all'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico e laureati che spesso restano disoccupati. Ma il ponderoso volume di 465 pagine ricche di tabelle, grafici e numeri pubblicato qualche giorno fa (con dati aggiornati al 2004), attraverso il confronto fra i diversi sistemi di istruzione dei vari paesi, consente di individuare alcuni dei possibili mali che affliggono la scuola italiana e anche una possibile via d'uscita.

Il grado di istruzione del popolo italiano. Secondo l'Ocse, l'Italia è al penultimo posto per numero di laureati: appena 11 su cento persone di età compresa fra 25 e 64 anni. Solo la Turchia è sotto di noi, ma veniamo sopravanzati perfino dal Cile e dal Messico. I paesi asiatici (Giappone e Corea) ci surclassano (37 e 30 rispettivamente), così come Stati Uniti e Australia. Situazione non cambia prendendo in considerazione i giovani laureati di età compresa fra i 25 e i 34 anni. E il divario fra l'Italia e la media dei paesi dell'Unione europea (a 19 stati) si amplia per numero di laureati nelle facoltà scientifiche: 1.227 ogni 100 mila giovani fra i 25 e i 34 anni contro i 2.128 della media Ocse. Le cose non cambiano molto se si passa ai 'semplici diplomati: siamo in fondo alla classifica (appena 48 su 100) con una media Ocse che si attesta sui 67 ogni 100 abitanti di età compresa fra i 25 e i 64 anni.

Le performance degli studenti. Per testare l'efficacia dell'azione educativa dei paesi membri l'Ocse confronta i risultati ottenuti dagli alunni quindicenni nei test Pisa-Ocse (Programme for International Student Assessment: programma per la valutazione internazionale dell'allievo). Le performance dei ragazzi italiani in Matematica e Lettura sono decisamente scarsi. I nostri alunni rimediano una figuraccia anche rispetto ai loro coetanei irlandesi, neozelandesi e polacchi.

Alunni, docenti e classi. Eppure, in Italia, le condizioni per fare funzionare la 'macchina scolasticà sembrano esserci tutte: le classi sono mediamente meno affollate rispetto alle altre realtà europee e non (18 alunni per classe in Italia contro i 21,5 della media Ocse), il numero medio di ore di lezione rivolte agli alunni è più alto che negli altri paesi membri e il rapporto alunni insegnanti è favorevole: 11 alunni per insegnante nelle scuole superiori, contro i 13,3 della media Ocse.

I costi. Sono probabilmente questi fattori più favorevoli in Italia (rapporto alunni docenti e alunni classi) che fanno lievitare i costi dell'istruzione italiana. Prendendo, infatti, in considerazione i 13 anni del percorso scolastico dalle elementari al superiore, si arriva ai 100 mila dollari per alunno, 23 mila in più della media (pari a 77 mila dollari).

Gli investimenti. Fino al 2004 gli investimenti indirizzati verso la scuola e l'università - sia in termini di percentuale sulla spesa pubblica totale e in rapporto al Pil - ci vedono al di sotto della maggior parte dei paesi, superati anche da Islanda, Canada, Messico e Portogallo. E gli investimenti nella scuola dell'infanzia (l'ex scuola materna), vera leva strategica secondo la Commissione europea, in base al rapporto Ocse dal titolo Starting strong II sono irrisori: appena lo 0,4 per cento del Pil.

I mali della scuola italiana. Ma se costa tanto, perché allora 'l'elefante italiano non va? Le migliaia di numeri messi a disposizione dal Rapporto consentono di azzardare qualche ipotesi. Gli insegnanti italiani percepiscono salari decisamente bassi rispetto ai loro colleghi stranieri e per arrivare al massimo dello stipendio devono stare in cattedra ben 35 anni, contro i 25 della media Ue. In Italia il tempo dedicato alle elezioni con gli alunni, 33 settimane o 674 ore l'anno (per la scuola media), sembrano poca cosa se confrontati con le organizzazioni scolastiche degli altri paesi. Solo a titolo di esempio, nell'Unione europea, le settimane che i ragazzini trascorrono a scuola sono 37 e le ore di lezione 1.019. Tutte considerazioni che rilanciano la proposta del vice premier, Francesco Rutelli, di spalmare le vacanze degli insegnanti italiani nell'intero anno solare, anziché mantenerle concentrate in estate. E ancora, i docenti nostrani sono tra i più anziani in assoluto: solo 1 su mille ha meno di 30 anni. Nelle altre realtà si supera agevolmente in tutti i segmenti scolastici il 10 per cento. E, a sorpresa, nelle scuole scarseggiano anche computer (77 per scuola, contro i 115 dei paesi Ocse) e i collegamenti a internet.

La speranza. Ma una delle novità contenute nella versione 2006 del Rapporto può rappresentare una occasione da non perdere. Entro il 2015, secondo l'Ocse, l'Italia, subirà un calo della popolazione scolastica (tra il 10 per cento della materna e il 4 delle superiori) che avrà un impatto positivo sulla spesa per l'istruzione. La sola diminuzione degli alunni dovrebbe, secondo l'Ocse, consentire un risparmio del 6 per cento che, in tempi di magra, non è poca cosa.

Il monito. La scuola italiana deve essere più efficiente per reggere il confronto con le altre economie mondiali. Ma il Commissario europeo per l'istruzione, la formazione, la cultura e il multilinguismo, Ján Figel', avverte: "Sistemi d'istruzione e di formazione efficienti possono avere un notevole impatto positivo sulla nostra economia e società ma le disuguaglianze nell'istruzione e nella formazione hanno consistenti costi occulti che raramente appaiono nei sistemi di contabilità pubblica. Se dimentichiamo la dimensione sociale dell'istruzione e della formazione, rischiamo di incorrere in seguito in notevoli spese riparative".

martedì 28 ottobre 2008

Cosa prevede la finanziaria 2009 per l'istruzione

Il dibattito degli ultimi tempi si è affossato da una parte sulla legge 133 e dall'altra sul DL 137 attualmente in fase di conversione in legge presso il Parlamento. La maggior parte delle persone ne hanno parlato in termini impropri, utilizzando espressioni come "riforma" oppure accostando la razionalizzazione scolastica ai licei ed all'università, che non vengono minimamente toccati se non a livello finanziario.

Tuttavia attualmente è in discussione il "Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2009 e bilancio pluriennale per il triennio 2009-2011", meglio conosciuto come legge finanziaria. L'iter parlamentare porta il numero 1714 ed è attualmente alla Camera dei Deputati per la prima lettura. È estremamente probabile che gli ambiti di manovra siano piuttosto ristretti, quindi non ci saranno stravolgimenti né rispetto alle linee guida del DPEF né tanto meno rispetto alla stesura attualmente in via d'approvazione.

Cosa dice la manovra finanziaria del Governo? A mio avviso, cose estremamente interessanti che vale la pena di approfondire. La parte che riguarda l'istruzione è la tabella 7, centinaia di pagine per un totale di 26Mb in formato pdf. Innanzitutto va specificato che l'attuale Ministero per l'Istruzione, l'Università e la Ricerca riassomma a sé ciò che nel Governo Prodi II era stato scisso in due dicasteri, l’ex Ministero della pubblica istruzione e l’ex Ministero dell’università e della ricerca scientifica, con le inerenti risorse finanziarie, strumentali e di personale. Le risorse finanziarie sono state allocate sulla base della classificazione in missioni di spesa (in poche parole, le missioni rappresentano le funzioni principali e gli obiettivi strategici perseguiti con la spesa pubblica). Per quanto riguarda il Ministero di nostro interesse, le missioni individuate sono 6, e ricalcano quelle degli anni passati.

Partiamo da un dato: l'ammontare di cassa per l'anno 2009 è 55.349€, di 53.657€ per il 2010 e di 51.929€ per il 2011. Se la matematica non inganna, lo sforbiciamento per il Ministero ammonta a 3.420 nel prossimo triennio e non 8.000. Le riduzioni operate sulle dotazioni di spesa in relazione all’art 60, comma 1, del DL 112/2008 - già scontate nel bilancio triennale - ammontano per il 2009 a 447 milioni di euro; per il 2010 a 456,4 mln di euro e per il 2011 a 790,1 mln di euro.

Per quanto riguarda la scuola primaria, si registra un aumento della spesa per il 2009 rispetto al 2008: da 43.120€ a 43.776€.

In relazione invece all'istruzione universitaria, si registra un minimo decremento della spesa che passa dagli attuali 8.683€ a 8.549€ nel 2009. Si tratta dunque di un assestamento assolutamente minimale, che cerca di andare incontro alle esigenze di ripartizione delle risorse, peccato che questo particolare non venga sollevato dai Rettori.

Relativamente alle due principali missioni in oggetto si segnala quanto segue. Alla Missione Istruzione scolastica è assegnata la dotazione di 43.776,6 milioni di euro (pari al 79,1% dello stanziamento del Ministero), con incremento di 2313,2 milioni di euro rispetto alla legge di bilancio 2008. Lo stanziamento complessivo per la missione Istruzione universitaria è pari a 8.549,3 mln di euro (pari al 15,4% dello stanziamento del Ministero), con una riduzione di 133,5 milioni di euro (-1,5%) rispetto al bilancio 2008. In quest'ultimo ambito, 7.955€ sono dedicati al capitolo 2.3 inerente la formazione universitaria e post-universitaria, di cui 7.878€ stanziati per la voce 2.3.2, che comprende anche il famoso FFO (il fondo di finanziamento ordinario con il quale vivono le università pubbliche), il quale con 6933,6 milioni di euro registra un incremento di 67,9 milioni di euro rispetto al 2008.

Cosa significa questo in poche parole? Che praticamente per il prossimo anno il Governo non ha toccato quasi nulla, mantenendo sostanzialmente invariate le risorse anzi in alcuni casi aumentandole. Di cosa si lamentano i Rettori se l'FFO per il 2009 è addirittura aumentato rispetto a quest'anno? Di quali mirabolanti tagli parlano che impedirebbero addirittura l'acquisto del gesso per scrivere sulle lavagne?

In realtà, la famosa "scure" che si sarebbe abbattuta sul mondo dell'istruzione comincerà a lavorare soltanto dal 2010: questo significa che ci sarà un anno di tempo per trovare il modo di tagliare saggiamente, eliminare gli sprechi inutili, trovare magari ulteriori risorse (il famoso fondo di finanziamento straordinario annunciato in estate dalla Ministro Gelmini) e soprattutto mandare a compimento tutte le nuove leggi sul mondo dell'istruzione attualmente in preparazione, in particolare l'oramai attesissima riforma del mondo universitario. Nessuna persona dotata di un livello di quoziente intellettivo minimale può pensare che la spesa programmata oggi per il 2013 è da considerarsi invariabile, perché come ogni uomo onesto sa, l'economia vive giorno per giorno di variabili incredibili, quindi lamentarsi oggi dei tagli per il 2013 è da incoscienti.

Il discorso sarebbe molto più articolato e le voci all'interno della finanziaria sono molto particolari e specifiche: quello che è stato qui presentato riguarda espressamente le due voci principali sulle quali dibatte l'opinione pubblica attualmente.

Tutto il resto è fuffa...

NB: laddove non specificato, le cifre sono espresse in milioni di euro

lunedì 27 ottobre 2008

Domande e risposte sull'università

Le proteste di questi giorni rappresentano uno dei più grandi movimenti studenteschi di mobilitazione da 30 anni a questa parte, movimenti autonomi e non legati a partiti politici o interessi sindacali. Per quale motivo il Governo non ha avuto alcun dialogo e non ha alcuna intenzione di iniziarlo? Per la verità, seppure onestamente in ritardo, la Ministro Gelmini ha convocato gli studenti, ma le associazioni studentesche di sinistra hanno annunciato di sedersi al tavolo soltanto se il Governo avesse ritirato le sue norme. Tutta questa storia appare come il muto (Governo) che vuole parlare ad un sordo (studenti). Sul fatto che sia un grande movimento ho tuttavia qualche perplessità: qualche migliaio di ragazzi rappresentano una parte notevole perché trasversale nella Penisola ma assolutamente minoritaria rispetto al totale degli studenti universitari. Se poi 20 giornalisti seguono la protesta di 30 studenti mentre non scrivono una parola sui restanti 9000 iscritti regolarmente a lezione, la stortura mediatica appare in tutta evidenza. Sarebbe inoltre opportuno capire come mai oggi si assiste in televisione a questa "grandiosa" protesta, con tanto di occupazioni, marce e manifestazioni più o meno giornaliere, e nulla di tutto ciò si è visto negli anni di governo del centrosinistra: chi ha occupato quando Padoa-Schioppa cancellava 87 milioni di euro dalla ricerca per darli agli autotrasportatori? Chi ha occupato quando il Governo Prodi II esordì con un taglio di 200 milioni di euro? Come si fa a negare allora che la protesta non abbia alla base alcuna impostazione ideologica, ma sia autonoma? Autonoma rispetto a cosa? Non si è autonomi rispetto ad alcuno se poi si pensa con la sua testa...

Veniamo al dunque: va bene che il Ministro Tremonti si impegni a far quadrare i conti pubblici, ma l'università e la ricerca non sono un costo da tagliare. Noi studenti non vogliamo pagare la crisi dei politici. In un momento di recessione economica internazionale, il primo compito di un Governo è far quadrare i conti pubblici: in un Paese come l'Italia, che "vanta" il terzo debito pubblico del mondo, con un rapporto deficit/PIL del 103%, tale imperativo non solo si fa pressante ma addirittura categorico, e questo indipendentemente dal fatto che la UE ci costringa (tramite un accordo sottoscritto dal Governo Prodi II) a rientrare sotto il 100% entro il 2011. Gli studenti stanno già pagando la crisi internazionale nel momento stesso in cui essa si riversa sulle famiglie e sulla società. Contenerne gli effetti sull'economia reale sarà il compito difficile della politica. I tagli all'università diventano necessari nel momento stesso in cui i bilanci di queste istituzioni sono, come da tutti riconosciuto, finiti fuori controllo: sforbiciare è possibile, e se soltanto si scorresse la lista degli sprechi portati avanti in questi anni ogni studente si accorgerebbe di quanto male amministrata sia l'università e del perché il problema non sono i finanziamenti ma semmai l'esatto contrario, cioè i troppi finanziamenti che hanno messo a disposizione masse di soldi utilizzate per fini clientelari, per regalare posti di lavoro a parenti ed amici, per affittare appartamenti su Piazza del Campo a Siena per vedere il Palio, oppure per acquistare un terreno destinato a fini agrituristici in quel di Firenze, milioni di euro che potevano essere tranquillamente reinvestiti in progetti di ricerca.

Sia come sia, il 10% dei tagli rischia di bloccare la didattica, di far chiudere i laboratori. Quali sono le finalità che inducono il Governo a correre questo rischio? Innanzitutto, dati alla mano, la riduzione dei finanziamenti è del 3%. Evidentemente non bazzecole, ma se un taglio del 3% porta alla chiusura delle università italiane significa che queste sono state amministrate così male che gli studenti invece di protestare contro il Governo dovrebbero chiedere a gran voce le dimissioni dei Rettori e dei baroni incompetenti che hanno portato allo sfascio il mondo universitario. Invece, si nota una strana quanto perversa unione tra queste due categorie, una unione che sfida la logica razionale di ogni essere umano dotato di minimale buon senso.

Come la mettiamo con il fatto che i tagli sono a pioggia? Se volete premiare la meritocrazia, perché tagliate allo stesso modo ai virtuosi ed agli incompetenti? Allo stato attuale, essendosi ancora in regime di finanziaria 2008, non vi è stato alcun taglio ai fondi per l'università. Dunque, il fatto che i rettori virtuosi ed altri si lamentino di ciò, è destituito di fondamento, nel senso che la Ministro Gelmini ha pubblicamente dichiarato, in una intervista in giugno a Repubblica (che è sì un giornale di regime, ma contrario all'attuale Governo), che si dovranno cercare misure idonee a ripartire i tagli del 2009 e soprattutto si stanno cercando dei soldi per creare un Fondo di Finanziamento Straordinario che limiti le perdite per gli atenei migliori.

Passiamo alla riforma Gelmini: con essa si vuole distruggere l'università italiana. Andiamo con ordine: non esiste alcuna "riforma Gelmini" ed oltre a ciò il DL 137/2008 non prevede nulla che riguardi l'istruzione terziaria. Le poche norme che la riguardano sono incluse nelle tabelle allegate alla legge 133/2008 che costituisce il documento di programmazione economica e finanziaria dell'attuale Governo: si tratta di due articoli, il 16 ed il 66, intesi a regolare la trasformazione delle università in fondazioni private ed il blocco del turn-over al 20% fino al 2012. Soltanto un articolo del decreto Gelmini riguarda le SSIS, cioè lo sblocco dell'entrata in graduatoria del IX° ciclo, precluso dal Governo Prodi II nonostante l'apertura del ciclo stesso: si vuole quindi riparare ad una vergogna giuridica prodotta dalla sinistra nel più assoluto silenzio.

Ecco, proprio l'art. 16! Il Governo vuole cancellare l'università pubblica: la ricerca sarà in mano a privati senza scrupoli che la indirizzeranno dove crederanno più opportuno, aumenteranno le tasse a dismisura e quelle università che non avranno la capacità di trasformarsi dovranno chiudere. Un bell'esempio di scuola per ricchi insomma... Insomma, la legge va letta e va interpretata per quello che c'è scritto sopra, non per pura ideologia di parte e per fare terrorismo culturale. È necessario anche qui andare con ordine: la possibilità di trasformarsi in fondazioni di diritto privato è già attualmente regolata dal decreto 254/2001 licenziato dal Governo D'Alema (e confermata dal Decreto Bersani del 2006). Le fondazioni di diritto privato hanno particolari agevolazioni sul regime fiscale, in pratica pagano meno tasse sui soldi incassati: già oggi alcune università hanno fatto questo passaggio, alcune molto note quali l'Ateneo Alma Mater di Bologna o la IULM di Milano (che era già privata) o ancora il Politecnico di Milano. Il caso della IULM ci aiuta a fare chiarezza su un punto: università privata e fondazioni di diritto privato non sono la stessa cosa. Va chiarito a gran voce inoltre che la trasformazione di una università in fondazione non equivale in alcun modo alla vendita: è FALSO che le università verranno vendute a privati che ne potranno fare quel che vogliono, sia perché nessun privato al mondo può mettere in campo i capitali necessari a comprare un ateneo (che sul mercato verrebbe quotato a parecchi miliardi di euro), sia perché si parla esplicitamente di "trasformazione", la cui decisione è in capo al Senato accademico all'unanimità, la decisione andrà approvata dal Ministero delle Finanze di concerto con quello della Pubblica Istruzione che dovrà poi emanare il decreto, i quali continueranno a svolgere un ruolo di vigilanza (comma 10), e la contabilità sarà comunque controllata dalla Corte dei Conti (comma 11). Le fondazioni inoltre non potranno perseguite fini di lucro e non potranno in alcun modo gestire i dividendi se non a favore della struttura stessa. Oltre a tutto ciò, alle fondazioni si continueranno ad applicare le regole delle università statali (comma 14). Si tratta in ogni caso di una legge che in mancanza di regolamenti attuativi non potrà essere portata a termine: è per questo motivo che si attende l'approvazione di un disegno di legge specifico in tal senso e largo consenso si sta avendo, trasversalmente in parlamento, sul disegno del senatore Rossi (PD). Per quanto riguarda le tasse versate dagli studenti, detto che alle fondazioni si applicano le norme statali, esse continueranno ad avere un limite per legge del 20% rispetto al finanziamento ordinario annuale (regolamento 305/1997) e non vi potrà essere dunque nessun aumento indiscriminato: le università che dovessero aumentare le rette studentesche sono quelle che ancora non hanno raggiunto questo limite. Le università che non dovessero avere le forze per trasformarsi (che è una facoltà e non un obbligo) continueranno a giovarsi dei fondi statali (comma 9): anzi, siccome i finanziamenti privati concorrono alla valutazione della perequazione, è anche possibile che alcune di queste università arrivino ad incassare più soldi pubblici.

Il turn-over bloccato al 20% destabilizzerà la didattica, aumenterà il precariato, eviterà l'assunzione di giovani ricercatori e impedirà loro di evolvere nella carriera. Così si distrugge l'intero sistema! Negli ultimi anni, i corsi universitari sono più che raddoppiati, raggiungendo quota 5500 a fronte di una media europea che viaggia intorno ai 3000. Questo significa che nonostante i tagli del FFO effettuati dai Governi degli ultimi anni, rettori e presidi hanno preferito utilizzare i soldi per moltiplicare le cattedre piuttosto che finanziarie le ricerche: è stata dunque una libera scelta di chi governa le università e non certo di chi governa il Paese. È anzi probabile che se il Ministero avesse elargito più fondi, essi sarebbero stati utilizzati per moltiplicare ancora più intensamente i posti di potere accademico. Una scorsa ai dati può essere utile: negli ultimi anni sono stati banditi posti per 13.000 professori, ma dichiarati idonei in 26.000, uno scherzetto che è costato all'erario 300 milioni di euro in barba alle leggi vigenti. Il rapporto docenti/studenti è tra i più alti del mondo, 1:9 normalizzando i dati a disposizione, più alto dunque rispetto a quello della Gran Bretagna, fermo a 10,4. Questa moltiplicazione ha alimentato le diseguaglianze: premiando l'anzianità invece che il merito, un docente ordinario a fine carriera può arrivare ad un rapporto rispetto al giovane ricercatore di ben 4,5 a 1. Inoltre, lo stipendio tipico di un ordinario è superiore anche del 95% rispetto allo stipendio di un collega americano di livello master, e questo indipendentemente dalla sua produzione scientifica, in quanto gli scatti di stipendio sono in funzione esclusiva dell'anzianità di servizio. La moltiplicazione delle cattedre e delle sedi ha inoltre fatto lievitare a dismisura il costo per alunno frequentante a tempo pieno, portandolo a 16.000$, cioè il quarto più alto del mondo: se si riuscisse a risparmiare anche solo 1000$ le università libererebbero fondi per almeno 500-600 milioni di euro, cioè una quota di gran lunga superiore a quella prevista dal taglio del Ministro Tremonti per i prossimi anni. C'è infine da dire che non viene preclusa alcuna carriera accademica: il blocco del turn-over funzionale alla stabilizzazione del numero dei docenti che negli ultimi anni è aumentato del 25% a fronte dell'aumento dell'8% del numero di studenti si attuerà soltanto fino al 2012.

Tutta questa storia porterà comunque ad allargare la forbice tra nord e sud del Paese! La favoletta che ogni legge del centrodestra penalizzi il sud a favore del nord è oramai stata smascherata da molti anni, ed infatti non ci crede più nessuno, né al sud né al nord. Le università del sud hanno centri di eccellenza a livello nazionale importanti: solo che sono dominate da baroni che applicano regole clientelari, per cui è facile incontrare all'interno della stessa facoltà fino al 50% di docenti con lo stesso cognome oppure regolati da vincoli di parentela di I° grado. Non sarà dando più soldi all'università che si eviterà questo sconcio, perché più soldi significherà soltanto più figli di baroni in cattedra. Per la verità, l'unico modo di cancellare questo schifo è mettere mano seriamente all'università italiana, modulando in modo diverso i finanziamenti (ad esempio collegando parte degli stessi a specifici ricercatori), tenendo conto di meriti acquisiti sul campo (valutabile tramite la bibliometria, metodo incompleto ma attualmente l'unico disponibile e valido indistintamente per tutto il mondo), e premiando innanzitutto quegli atenei che negli ultimi anni non hanno sperperato i loro fondi nella moltiplicazione evangelica delle cattedre. Le università del sud non potranno che avvantaggiarsi di questo sistema, perché se si applicano criteri internazionali nella valutazione delle università (e non soltanto criteri concorsistici di dubbia validità e meriti di anzianità e non di produzione), esse potranno partire alla pari con le grandi università del Paese, impostare progetti di ricerca ed attirare fondi sia statali che privati reclutando così ricercatori stimati a livello internazionale che faranno salire, in un circolo vizioso positivo, il livello dell'ateneo.

In ogni caso, così facendo si favoriscono i ricchi e non i poveri. Basta leggere i dati per scoprire che oggi, anzi da molti anni, l'università egalitaria è un mito puro e semplice: le statistiche internazionali infatti ci dicono che il sistema italiano è fatto in modo che le tasse dei poveri finanziano l'università gratuita per i ricchi: infatti, soltanto l'8% del quintile più povero del Paese accede all'università, contro il 13% degli USA; di rimando, ben il 24% del quintile più ricco del Paese vi entra. È significativo constatare come nell'ideologia di sinistra venga additato come sistema elitario quello statunitense e come sistema egalitario quello italiano, laddove ogni misurazione in tal senso dimostra il contrario. Inoltre, negli USA il merito è premiato davvero e sul serio, non come in Italia, cosa che permette una mobilità sociale che invece nel Bel Paese è limitata da tanti anni. Invece di rincorrere il mito dell'università gratuita, si rincorra la realtà dell'università meritocratica, dove chi vi insegna ha acquisito il diritto di farlo per competenze e non per nome, dove chi vi studia va avanti perché se lo merita e non perché il papà può pagare la retta anche se il figlio poltrisce e basta. L'attuale sistema, iniquo ed inefficiente, potrebbe essere facilmente superato con l'introduzione del concetto che il capitale umano va pagato, e chi non può permetterselo accede a borse di studio e prestiti mirati: lo Stato così risparmia soldi, li reinveste nelle università stesse innalzando il livello di istruzione e di ricerca e gli studenti meritevoli. L'aumento delle tasse universitarie non è il diavolo: gli atenei sarebbero costretti ad offrire servizi eccellenti onde evitare di perdere studenti (e quindi soldi), e più il servizio è eccellente più studenti vi si iscriveranno. I soldi incassati dalle tasse di chi può permetterselo serviranno ad istituire un fondo a favore dei meno abbienti, attraverso un sistema complicato da spiegare in poche righe ma splendidamente espresso dal prof. Perotti nel libro spesso citato in questo blog. Lo Stato garantirebbe con i soldi risparmiati anche quella mobilità sociale che è garanzia primaria di questa rivoluzione: se uno studente è costretto a rimanere nell'università più vicina perché non vi sono alloggi nell'univeristà prescelta, il sistema non funziona. In poche parole, cambiare sistema per cambiare l'università italiana, ma questo non è il compito di una finanziaria dello Stato ma di una profonda riforma del ministero competente: per ora sul tavolo non c'è nulla, quindi le obiezioni in tal senso andranno espresse quando nell'arco dei prossimi mesi la Ministro Gelmini presenterà un disegno di legge in tal senso.

sabato 25 ottobre 2008

All'Università tagli "solo" del 3%

Ieri sera (venerdì 25/10/08) si è svolta una straordinaria puntata di Matrix, probabilmente una delle più belle dedicate alla scuola ed all'Università dalla televisione italiana. Ospite della puntata quel R. Perotti che si è avuto modo di incontrare nei giorni scorsi proprio su questo blog. Si è molto parlato in questi giorni dei tagli alla ricerca ed all'università «Gli studenti della Sapienza manifestano contro i tagli. Prima di entrare qui ho chiesto "secondo voi di quanto ha tagliato il Governo i fondi dell'università?" e la risposta è stata "Ci hanno detto che è circa il 10%". In realtà se si guarda, lungi da me difendere la riforma Gelmini che è stata un disastro, però i dati sono i dati, ed i tagli sono circa del 3%. Non sono bazzecole ma non sono una cosa drammatica. [... Esiste] un legame perverso fra i baroni e i rettori e gli studenti, che non sono strumentalizzati ma sono sicuramente male informati e sicuramente fanno il gioco di quei baroni che dovrebbero combattere con tutte le loro forze». La dizione "riforma Gelmini" ovviamente va letta come "finanziaria di Tremonti", poiché non solo non esiste nessuna riforma Gelmini ma evidentemente la Gelmini è tra le ultime che possa dire anche solo "a" sulla finanziaria di questo Governo e si è soltanto limitata a trovare un modo di far quadrare i conti all'interno del suo ministero. Allora, io che nel mio piccolo ho vissuto 7 anni all'Università, che posso fregiarmi di due lauree con il massimo dei voti, che sto frequentando un master, faccio queste semplici considerazioni:
  • come mai negli anni passati, che pure qualcosa si è sempre tagliato all'università, le stesse non si preoccupavano di mettere il più possibile sulla ricerca ma aumentavano a dismisura cattedre, corsi e posti di potere?
  • Quanto sta ridotta male l'università se un taglio del 3% la mette in ginocchio tale da non poter proseguire con la sua attività didattica e di ricerca?
Si dice sempre: nessun Paese al mondo taglia i fondi alla cultura. Vero (forse), ma nessun Paese al mondo ha il terzo debito pubblico, vi paga sopra 70 miliardi l'anno di interessi ed ha una pubblica amministrazione così incredibilmente gonfia di impiegati. Nessun Paese al mondo taglia sulla scuola, ma nessun Paese al mondo ha moltiplicato pani e pesci (leggasi "maestri") con l'unico intento di regalare posti di lavoro al proprio elettorato o ai propri iscritti (leggasi "sindacati"). Pochi Paesi al mondo spendono meno dell'Italia in fatto di ricerca, ma l'Italia ha il costo studente a tempo pieno tra i più alti del mondo, con 16000 dollari si piazza al quarto posto internazionale, superata soltanto da Stati Uniti, Svizzera e Svezia. Se soltanto le università riuscissero a risparmiare su quest'ultima voce 1000 dollari per alunno, portando il costo da 16000$ a 15000$, il risparmio netto ammonterebbe a diverse centinaia di milioni di euro, cioè una cifra forse superiore ai tagli previsti, che per i più smemorati e per i più ignoranti ricordo essere così ripartita per il prossimo triennio (p. 56, fonte):
  • 017 Ricerca e innovazione ---> 13.374.000€
  • 023 Istruzione universitaria ---> 405.526.000€
Questi sono i tagli all'università, non 1,5miliardi come si ripete in televisione, giacché la dotazione economica in forza al Ministero della Pubblica Istruzione riguarda evidentemente anche l'istruzione scolastica, servizi generali e fondi da ripartire, i quali ultimi da qualche anno a questa parte vengono utilizzati quasi esclusivamente per coprire stipendi di personale. Dunque 1000$ a testa per alunno a tempo pieno, più altri milioni di euro che potrebbero essere recuperati se:
  • si abolissero tutti i corsi di laurea con meno di 20-30-50 alunni
  • si chiudessero tutte le sedi distaccate disposte in aree del territorio italiano strategicamente irrilevanti
  • si abolissero tutte quelle Facoltà che hanno continuità territoriale con altre Università (a cosa servono 4 Facoltà di Agraria nella sola Emilia-Romagna? Non ne bastano 2 o anche 1 sola?)
  • si abolissero tutte quelle Facoltà che hanno meno di 40-50 alunni (sono centinaia)
  • si abolissero tutti quei corsi doppioni e triploni ( del tipo laurea in agraria - laurea in tecnologia agraria - laurea in biotecnologia agraria)
L'università ha 5400 corsi di laurea, laddove neanche 10 anni fa erano meno della metà. I rettori ed i baroni, ai quali ogni anno venivano tagliati i fondi, hanno continuato a moltiplicare cattedre sfondando nella maggioranza dei casi il tetto del 90% posto per legge. L'Italia non ha bisogno di 5400 corsi, ma di 3000 corsi ben fatti e ben congegnati. Non ha bisogno di decine e decine di facoltà dislocate in ogni anfratto della Penisola, ma di una migliore distribuzione delle risorse, con Università dedicate alla ricerca ed Università dedicate alla didattica, dove i fondi vengano in tal modo indirizzati verso un unico campo. Ha inoltre bisogno di valutare costantemente i propri alunni, creando un sistema di test (ad esempio sul modello USA), vincolanti alla permanenza in ambito universitario: solo così sarà possibile fare in modo che i meno fortunati sul piano economico possano avere accesso a quella mobilità sociale oggi preclusa da un sistema antimeritocratico che premia i ricchi ed i lecchini a discapito degli intelligenti e degli studiosi. Altro che scendere in piazza, altro che protestare, altro che bloccare la didattica, altro che stracciarsi le vesti in quel "clan" chiamato CRUI (è la parola utilizzata da Perotti che poi aggiunge: "è un eufemismo per non dire altro", e non credo ci sia bisogno di spiegare cosa sia "l'altro" termine). MERITOCRAZIA, MERITOCRAZIA, MERITOCRAZIA, cacciare i fannulloni, i baroni, i professori incompetenti, i rettori incapaci, gli alunni svogliati... Solo così l'Università riparte: dice ancora Perotti a Matrix, con il quale chiudo: «Per risolvere i problemi dell'università italiana bisogna che le risorse vadano a chi fa ricerca bene [...] e penalizzare chi fa cattiva ricerca e cattiva didattica. [...] In Italia, se noi raddoppiamo i fondi all'università di Bari questi verranno utilizzati, invece che per assumere due nuore o due cognati, ne assumeranno quattro. Quindi la relazione... in Italia si procede solo ed esclusivamente per anzianità, non c'è nessun incentivo ed aumentare i fondi non servirà a niente». I rettori si lamentano perché gli hanno tagliato i fondi? Si lamentano contro Tremonti perché gli sta rompendo il giocattolo, gli sta rompendo il gioco perverso della moltiplicazione magica di posti di potere a tutto danno degli studenti. Che invece di prenderli a pedate si uniscono a loro per mantenere invariato lo status quo della baronia italiana (tema ampiamente ribadito da Perotti nella puntata di Matrix). Ed il fatto che la stragrande maggioranza dei protestanti sia riconducibile all'area politica di sinistra (intendendo con tale parola tutta l'area che va dal PD ai comunisti), dovrebbe far riflettere non poco gli osservatori esterni.

venerdì 24 ottobre 2008

Falsi Miti: l'Università non ha soldi

Roberto Perotti è probabilmente uno dei più grandi economisti italiani. Professore alla Bocconi di Milano, è membro dei maggiori istituti mondiali di economia, tra i quali il FMI. Da poche settimane è nelle librerie il suo ultimo lavoro, dal titolo L'Università truccata. Gli scandali del malcostume accademico. Le ricette per rilanciare l'università, Ed: Gli struzzi Einaudi, 2008. Il brano che riporto di seguito è tratto alle pagine 35/43. Si rimanda al libro per le note e la bibliografia di accompagnamento e di riferimento per i dati citati. Secondo l'establishment, il vero problema è la mancanza di fondi. [...] La diagnosi dei mali dell'università e la cura che si propone [...], rettori, professori, studenti, politici, commentatori e giornalisti sono d'accordo: l'università italiana soffre di una drammatica carenza di risorse. [...]

Scoprire che l'Italia spende poco più del Messico dovrebbe far nascere più di un dubbio sulla validità dei dati proposti (si riferisce alla pubblicazione OCSE Education at a Glance del 2007, ndr). Una investigazione appena un poco più approfondita infatti rivela che per tutti i paesi eccetto l'Italia queste cifre si riferiscono alla spesa per studente equivalente a tempo pieno. [...] [Se si converte] il numero di studenti iscritti nel numero di studenti equivalenti a tempo pieno, la spesa italiana per studente equivalente a tempo pieno diventa 16027 dollari PPP, la più alta del mondo dopo USA, Svizzera e Svezia. [...] Vediamo il rapporto medio fra studenti e professori: un valore più alto indica che ogni professore deve accudire, in media, più studenti, e dunque suggerisce un carico didattico medio maggiore. [...] Il rapporto studenti/docenti di ruolo in Italia è di circa 33, contro 25 in Gran Bretagna. Tuttavia, come abbiamo visto circa la metà degli studenti italiani sono fuori corso, e molti non frequentano. Se si calcola il rapporto fra studenti equivalenti a tempo pieno e docenti di ruolo, Italia e Gran Bretagna hanno esattamente lo stesso valore, 17,5. Quando poi si considerino non solo i docenti di ruolo, ma anche quelli a contratto ed altro personale docente, quali tutor e collaboratori linguistici, il rapporto tra studenti e docenti diventa più alto in Gran Bretagna, 10,4 contro 9,1 in Italia. [...] In Italia le remunerazioni medie e massime di ricercatori e professori associati sono superiori (rispetto a ruoli equivalenti nell'Univ. di Oxford, ndr). Sono invece inferiori quelle minime, e quasi certamente quelle massime degli ordinari (anche se per la Gran Bretagna su queste ultime non vi sono dati).

Questo ci indica cosa non va nella spesa italiana: non è l'ammontare totale per studente, o la remunerazione media dei docenti, che è insufficiente; è la sua distribuzione e la sua progressione che sono perverse. In Italia si pagano pochissimo i ricercatori appena entrati nell'università, cioè i più giovani e motivati, ma c'è una progressione stipendiale velocissima per effetto della sola età, che porta gli stipendi medi e massimi a essere ben superiori a quelli britannici. Inoltre, in Gran Bretagna c'è la possibilità di retribuire molto le superstar di ciascuna disciplina, il che spiega perché in quel paese sono maggiori gli stipendi massimi degli ordinari. Ancora più evidente (e più sorprendente, data la mitologia sulla povertà della ricerca in Italia) è la differenza con il sistema statunitense. Come mostrano Gagliarducci, Ichino, Peri e Perotti (2005), un ordinario italiano con 25 anni di servizio da ordinario può raggiungere uno stipendio superiore a quello del 95 percento dei professori ordinari americani in università con corsi di master (cioè tra le migliori, inferiori solo a quelle che hanno corsi di dottorato), indipendentemente dalla sua produzione scientifica. Ma mentre nelle università americane il rapporto fra lo stipendio tipico degli ordinari e degli assistenti è di 1,5 a 1, in quelle italiane il rapporto tra lo stipendio a fine carriera di un ordinario e quello di ingresso di un ricercatore può arrivare a raggiungere valori di 4,5 a 1. [...]

Anche i finanziamento statali agli atenei, distribuiti dal Fondo di Finanziamento Ordinario, riflettono quasi esclusivamente i finanziamenti passati, e sono quindi totalmente indipendenti dalla performance. [...] Poiché il ministro Mussi si è rifiutato di utilizzare i risultati della valutazione della ricerca compiuta dal CIUR, a tutt'oggi la qualità della ricerca non figura tra i parametri in base ai quali assegnare fondi statali agli atenei.

NB: tutto questo, manifestanti, sinistrorsi, studenti ideologizzati o semplicemente ignoranti, lo sanno? Sanno cosa stanno difendendo?

Il Governo non può pagare sprechi, baronie ed inefficienze degli Atenei Di Raimondo Cubeddu per loccidentale.it [...] Dai tempi della riforma Berlinguer era chiaro che l'autonomia universitaria avrebbe comportato la possibilità di scegliere se investire risorse nella didattica, nella ricerca o nei servizi. Si trattava quindi di una responsabilizzazione a cui gran parte del mondo accademico ha risposto in maniera sostanzialmente sbagliata (anche se le cosiddette 'valutazioni comparative' su base locale le ha pensate un qualche ministro del passato) sia aumentando le spese del personale con talora immotivate promozioni interne, sia aumentando il numero dei corsi e tenendoli in vita anche se frequentati da pochissimi studenti.

Dopo alcuni anni si scopre così che le spese per il personale hanno raggiunto, e talora superato, il 90% dei bilanci, che molte università hanno accumulato centinaia di milioni di euro di debiti, che alcune di esse non hanno neanche pagato i contributi previdenziali per i propri dipendenti. Che per la ricerca, come per la pulizia dei locali, non ci sono fondi. [...]

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giovedì 23 ottobre 2008

Il controdossier della sinistra sulla scuola è un FALSO

Riprendo dalla pagina de ilmessaggero.it il controdossier che il PD ha preparato per rispondere al dossier del Presidente del Consiglio sulla riorganizzazione della scuola voluta dal Ministro Gelmini e le restrizioni finanziarie decise dal DPEF di agosto.
  • Nel Piano programmatico inviato al Parlamento scompare il tempo pieno e compare la dizione "estensione delle ore di lezione fino a un massimo di 10 ore settimanali comprensive della mensa": si pensa dunque a un doposcuola di tipo ricreativo che è una cosa ben diversa dal tempo pieno didattico.
È una cosa matematica: se 2 insegnanti su 3 non insegneranno, giacché non li si può lasciare a poltronare li si deve impiegare in qualche altra mansione. Si chiama "estensione del servizio". Il doposcuola è per altro in linea con il decreto 59/2004 (come citato nel piano ed opportunamente occultato dal PD) che all'art. 7 comma 4 parla esplicitamente di 330 ore annue da dedicare «all'assistenza educativa da parte del personale docente nel tempo eventualmente dedicato alla mensa e al dopo mensa» (fonte). Già allora si disse che la riforma Moratti voleva abolire il tempo pieno: il risultato fu che il tempo pieno non fu diminuito neanche di un'ora (altrimenti oggi non si parlerebbe di abolizione del tempo pieno!). Uno Stato liberale concede alle famiglie la possibilità di scegliere, non impone per legge ai bambini l'indottrinamento sul modello "teste vuote ma ben fatte". Sono inoltre previste opzioni organizzative da 27 e 30 ore che corrispondono all'esigenza di fornire una più ampia articolazione del tempo scuola che tenga conto della disponibilità di organico delle scuole e delle scelte delle famiglie. Questo per la scuola primaria. Per la scuola secondaria di I grado è previsto una riduzione delle ore obbligatorie di lezione da 32 a 29.
  • Dice Berlusconi che gli alunni saranno in media 18 per classe, al massimo 26. Nell'unica bozza di Regolamento che circola si dicono cose diverse: si aumentano i parametri minimi e massimi: 30 per le scuole medie superiori e 29 per le scuole medie inferiori, con un incremento fino al 10%. Questo significa arrivare anche a 33 alunni per classe
Io leggo a p. 18 la tabella contenente il rapporto alunni/classe così come rimodulato dello 0,40%: ivi dunque noto che nella scuola primaria il rapporto sarà di 19, per la secondaria di I grado di 21 e per la secondaria di II grado di 22. Questo si verificherà al termine del triennio, quando cioè il rapporto sarà completato nelle somme anno per anno di 0,2+0,1+0,1. Sinceramente non so dove la sinistra ha letto quei dati, ma d'altronde loro sono maestri nel taroccare i numeri, dunque nulla di nuovo sotto il sole.
  • Il decreto legge parla di maestro unico e non basta certo una battuta detta in conferenza stampa dal premier per trasformarlo in maestro prevalente.
Visto che il PD fa riferimento al piano programmatico per smentire Berlusconi, allora dovrebbe anche dire che nel piano programmatico si parla di "maestro prevalente" (vd. ad es. p. 11). La dizione "maestro unico" va spiegata nel senso di "figura unica di riferimento con cui l'alunno possa avere un rapporto costante e diretto" (vd sempre p. 11)
  • Falsi gli 87.000 licenziamenti dice Berlusconi. Sono purtroppo veri i licenziamenti di 87.000 insegnanti che lavorano da anni, ogni anno, con incarichi annuali nella scuola. (Essendo precari non vengono licenziati: vengono soppressi definitivamente i loro stipendi e i loro posti di lavoro). A questi 87.000 si aggiunge la mancata assunzione dei 75.000 precari già previsti nel piano del governo Prodi con copertura finanziaria)
La sinistra dimentica di dire che 47.000 di quegli 87.000 posti erano già stati tagliati dai provvedimenti del governo Prodi (in questo comunicato Unicobas orribile potete leggere tale dato poco prima di metà pagina, altro che assunzione prevista!). Questo purtroppo si deve all'utilizzo della scuola da parte della sinistra come ammortizzatore sociale: ha promesso posti di lavori inesistenti, li ha inventati di sana pianta ed ora purtroppo tanti precari allettati da promesse fantasma saranno costretti a prendersela in saccoccia. Tutto e sempre a causa della sinistra incapace e fannullona. Tra l'altro si parla di blocco del turnover e non di licenziamenti tout court... Ma non pretendo che la sinistra possa capire la differenza tra questi elementari concetti...
  • Non è vero neanche, come detto oggi, che in Italia il Rapporto docente/alunni è 1 ogni 9: nella pubblicazione la scuola in cifre dello stesso ministero dell'Istruzione nella tabella 1.3.3 pag 23 (pubblicata a settembre 2008) il rapporto è 1 ogni 11,1
Nel quaderno bianco sulla scuola redatto dal Governo Prodi a p. 190 si legge che gli insegnanti della scuola secondaria di I grado "con docenti di sostegno" hanno un rapporto di 9,5. Il totale italiano, sempre nel libro bianco del 2007, è segnalato a 9,3: quindi non è vero che Berlusconi mente, ma è proprio il PD a riportare dati falsi nel senso che gioca con diversi numeri... Inoltre, a p. 193 si dice che il rapporto alunni/insegnanti nella scuola secondaria di I grado è di 9,1, cioè esattamente quello che ha detto Berlusconi... La sinistra dunque non conosce neanche i numeri che essa stessa propina ai propri elettori. Inoltre, nel rapporto citato dal PD (e che si riferisce all'anno scolastico 2007 ed è stato pubblicato nel mese di luglio e non nel mese di settembre, il che significa che era in preparazione già ai tempi del Governo Prodi) si dice anche che la composizione delle classi è una delle più basse d'Europa, molto al di sotto della media europea: se l'Italia si allineasse ad essa, il risparmio in termini di personale e dunque di spesa sarebbe molto maggiore rispetto a quello previsto dall'attuale Ministro Gelmini.
  • Il maestro unico dovrà insegnare anche l'inglese perchè nel Piano programmatico (a pagina 19) viene previsto il taglio di 11.200 posti (4.000 già dal prossimo anno) di insegnanti specializzati di inglese. E viene previsto forse che con un corso di sole 150 ore il maestro unico dovrà specializzarsi anche nella lingua inglese
Beh si certo, per insegnare l'inglese ai bambini delle elementari serve un corso di formazione di 1000 ore, altrimenti un bambino di 6 anni come farà a diventare madre lingua ed a tenere conferenze programmatiche all'Univ. di Oxford? Con 150 di corso "serio" l'inglese lo si impara bene eccome, almeno da insegnare ad un livello elementare come quello richiesto appunto dalla scuola primaria. In un corso universitario di lingua (io ho frequentato quello di lingua tedesca, che è molto più difficile dell'inglese almeno all'inizio) in 120 ore ti portano al livello "quasi A2" e praticamente si fa il 90% della grammatica della lingua e degli strumenti di base "per sopravvivere". Le ore d'insegnamento previste in prima elementare sono 1, in seconda elementare sono 2, in terza, quarta, quinta elementare sono 3, cioè esattamente quelle oramai vigenti da diversi anni. In prima elementare dunque si studiano 30 ore di inglese all'anno. Tra l'altro sono previste formazioni aggiuntive a questo primo periodo... EDIT: leggasi anche "Il PD sulla scuola protesta contro se stesso".

Per trovare un insegnante 574 telefonate

Fonte ilgiornale.it Il record è detenuto, dal 2006, da una scuola di Latina. Triste primato insidiato da un istituto nel Bresciano che, per trovare una sostituta per due giorni di scuola, ha effettuato 123 telefonate, con esito sconcertante: in 77 non hanno risposto, in 42 hanno risposto e rifiutato, 3 hanno accettato (ma, essendo in maternità non hanno potuto prendere servizio). Morale della favola (però tragicamente reale): per quei due giorni, lo Stato ha pagato ben 5 docenti; quella di ruolo assente, la supplente che ha preso il suo posto e le tre supplenti partorienti. Ultima beffa: a queste ultime, dal primo giorno dopo la scadenza del contratto, spetta per legge anche l’indennità di maternità. Tra telefonate e telegrammi di convocazione (obbligatori per legge), la scuola italiana spende 50-60 milioni di euro l’anno (Roma guida la classifica con 2 milioni l’anno); secondo uno studio della rivista Tuttoscuola la spesa complessiva sarebbe però addirittura di 110 milioni. Un balletto di cifre sul quale lo stesso ministro Gelmini fatica a fare chiarezza: «Io vorrei analizzare i bilanci, le strutture sono reticenti nel fornire le indicazioni precise». Fece notizia l’anno scorso la decisione del Comune di Roma di non procedere più al pagamento delle bollette telefoniche delle segreterie scolastiche per le spese imputabili ai telegrammi. In un solo bimestre il Comune avrebbe dovuto pagare circa un miliardo in vecchie lire per telegrammi dovuti alle chiamate di supplenti, e chiese il rimborso anche delle precedenti spese. Da allora le scuole romane, come avveniva in altre regioni, pagano a proprie spese i telegrammi per supplenti. Ma ad essere arrabbiati per l’andazzo sono soprattutto i tanti supplenti che ogni giorno si sottopongono a sacrifici enormi pur di essere regolarmente in cattedra: «È vergognosa l'attuale normativa che consente ai docenti non di ruolo di rifiutare la supplenza, senza neppure motivare il proprio “no”». I capi d’istituto rincarano la dose: «A volte riceviamo risposte stravaganti del tipo: “Sono disponibile, ma solo se mi lasciate il sabato libero...”; “Va bene, ma a condizione che in classe non ci siano studenti difficili...”; “Ok, ma per arrivare in orario avrei bisogno del rimborso del taxi...” e non manca neppure quello che preferirebbe lavorare “non più di un paio d'ore al giorno” o quello “che al pomeriggio assolutamente non può”». Ma i precari non accettano generalizzazioni: «Vivere perennemente in “lista d'attesa” è già una condizione mortificante - si legge in un blog dedicato ai precari della scuola -, ma passare anche per opportunisti che cercano di sfruttare la situazione, è davvero troppo». Le procedure per i conferimenti di supplenza da sempre hanno previsto l’invio di telegrammi ai precari a cui viene proposto un incarico temporaneo. Pur non trattandosi, quindi, di una novità, quella dei telegrammi è diventata da alcuni anni una pesante spesa per le scuole. A fronte di rifiuti di accettazione della supplenza o di assenza del docente chiamato, le segreterie devono comunque inviare telegrammi ai candidati all’incarico temporaneo (ogni supplente ha diritto a mettersi in «lista d’attesa» in 30 istituti). Il risultato fa cadere le braccia: va a buon fine solamente il 20-30% dei telegrammi. «Quando le segreterie delle nostre scuole chiamano gli aventi diritto per offrirgli un incarico temporaneo - testimoniano all’Associazione presidi -, 9 supplenti su 10 sono irreperibili; tra quelli che rispondono, invece, solo 8 su 10 accettano l’assunzione». Fece notizia l’anno scorso la decisione del Comune di Roma di non procedere più al pagamento delle bollette telefoniche delle segreterie scolastiche per le spese imputabili ai telegrammi. In un solo bimestre il Comune avrebbe dovuto pagare circa un miliardo in vecchie lire per telegrammi dovuti alle chiamate di supplenti, e chiese il rimborso anche delle precedenti spese. Da allora le scuole romane, come già avveniva in altre regioni, pagano a proprie spese i telegrammi per i supplenti. Magra consolazione.

I rettori sono i veri colpevoli dello sfascio

Di Stefano Zecchi per ilgiornale.it

La cosa più indecente delle proteste universitarie è l’atteggiamento dei rettori. Se, per ipotesi, fossero stati aumentati i finanziamenti per l’università, i rettori, in coscienza, potrebbero sostenere che i loro atenei funzionerebbero meglio? E cioè, riterrebbero, in coscienza, che aumenterebbe la qualità della formazione e della ricerca accademica?

L’università italiana di oggi è come l’Alitalia: più soldi ci butti dentro e peggio è, perché aumenti il clientelismo, il nepotismo, la dequalificazione del corpo insegnante. I concorsi universitari per il reclutamento dei docenti, banditi tra metà luglio e Ferragosto, in modo che pochi sapessero della loro esistenza affinché fosse protetto chi è già predestinato a vincerli, sono un esempio di malcostume e di arroganza.

Perché i rettori non denunciano quest’indecenza? Risposta: perché altrimenti 24 figli di rettori probabilmente non sarebbero andati in cattedra. Perché gli studenti non vanno a vedere chi sono i loro docenti in una facoltà, per esempio, come quella di medicina e chirurgia della Sapienza di Roma? Qui è stato eletto rettore il 3 ottobre il professor Luigi Frati, preside per 18 anni nella facoltà di medicina e chirurgia. In questa facoltà, come ordinario, insegna storia della medicina la moglie Luciana Angeletti, la quale era prima una semplice insegnante di lettere: un bel salto acrobatico chissà da chi facilitato. E i figli del rettore dove li mettiamo? Naturalmente nella stessa facoltà di medicina dove insegnano mamma e papà. Ecco infatti un buon posto di associato per il figlio Giacomo nella sede distaccata di Latina. La figlia Paola era un po’ più difficile da sistemare perché è laureata in giurisprudenza. Ma l’amore di padre non ha ostacoli: e, infatti, anche per la figliola Paola si trova un bel posto di ordinario in medicina. Questo accade a Roma, università Sapienza: l’unità della famiglia è garantita, non so quanto sia garantita la scientificità della ricerca.

Il rettore della Normale della Pisa, Salvatore Settis, cita come esempio da seguire il presidente francese Sarkozy, che in una situazione di crisi economica come quella che stiamo passando, ha aumentato i fondi all’università invece di tagliarli. Non spiega però, il rettore, che i soldi sono destinati a un numero ristretto di università, una decina in tutto, e non all’intero mondo accademico, peraltro scassato anche se non come il nostro.

In Francia, il Centro nazionale della ricerca, il polmone economico-amministrativo, che opera in contiguità con le università, funziona ancora; il nostro Cnr è stato smantellato dall’ex ministro Berlinguer, e il tentativo di riforma che fece Adriano De Maio, consulente dell’ex ministro Moratti, pur essendo né più né meno in linea con quelli europei, fu drasticamente bloccato dai sindacati, che ora sono quelli che decidono a chi vanno i quattrini. Sarkozy va seguito proprio dove indica la necessità di differenziare e sostenere le università di qualità. Ma l’introduzione di questa meritocrazia gestionale fa inorridire i nostri rettori perché finirebbero per dover fare i conti con la qualità della ricerca dei propri atenei, cosa a cui non sono abituati o chiamati a fare. E infatti qualcuno si limita a fare il burocrate per cercare di pagare gli stipendi e le bollette della luce, qualcun altro più scaltro pensa alla famiglia o alla carriera politica.

La sinistra manda in piazza gli studenti e occupa le università con il vecchio cinismo del tanto peggio tanto meglio. Ci sono famiglie umili che si svenano perché i propri figli abbiano con la laurea una promozione sociale. Credono nell’università, credono che la formazione accademica del figlio gli consenta un buon lavoro, un dignitoso stipendio. Adesso Veltroni e compagni fanno credere a questi genitori che il governo vuole distruggere i loro sogni, e non hanno il coraggio di dire che il colpo di grazia all’università l’hanno dato proprio i governi di sinistra con i ministri Zecchino e Berlinguer. La sinistra non ha l’onestà di dire che questa università non è in grado di offrire ai giovani una vera formazione competitiva. La sinistra non ha il pudore di denunciare i disastri di una sindacalizzazione dell’università, che non ha mai voluto lavorare per la qualità e il merito, ma ha preteso concorsi farsa per il reclutamento dei docenti, posti fissi e avanzamento di carriera come nell’esercito piemontese.

mercoledì 22 ottobre 2008

Mestre, lezioni di spreco: 11 prof, 0 alunni

Di Marino Smiderle per ilgiornale.it

Venezia - Il conto, neanche tanto salato, viene presentato a stretto giro di posta. Maria Teresa Gobbi, dirigente scolastico dell’Istituto tecnico aziendale «Antonio Pacinotti» di Mestre, è stata trasferita all’Ipsia «Mons. V. D’Alessi» di Portogruaro. Non c’è conferma ufficiale che si tratti di una punizione, neanche dalla direttrice dell’Ufficio scolastico regionale, Carmela Palumbo, ma se nei normali ambienti di lavoro un trasferimento è considerato normale, nella galassia del pubblico impiego è invece visto come una condanna severissima. Se poi la comunicazione arriva poco dopo l’ispezione disposta dal medesimo Ufficio, il trasferimento ha il sapore di una sentenza inappellabile.

La «colpa» della Gobbi? Spreco dei soldi del contribuente, visto che al «Pacinotti», durante il suo periodo di reggenza, c’è stata una classe che per mesi è andata avanti felicemente con undici professori (dieci di ruolo e un supplente) e zero, dicasi zero, studenti. E che facevano i docenti al posto di far lezione? Difficile da stabilire, di sicuro percepivano lo stipendio. Di qui lo spreco, di qui l’ispezione, (a seguito di denuncia giornalistica), di qui la condanna, mite, affissa nella bacheca del pubblico ludibrio alla voce «trasferita».

La storia di ordinaria follia burocratica comincia a dipanare i suoi assurdi capitoli alla fine di febbraio. Al «Pacinotti», oltre alle normali lezioni diurne, esiste una sezione serale riservata agli studenti lavoratori. Mica facile studiare e lavorare, ma all’inizio dell’anno scolastico 2007-2008 si iscrivono in 18. La retta annuale è di cento euro ciascuno, un investimento che si può fare anche se c’è il rischio di perderlo, o per stanchezza o per bocciatura finale. Questi studenti fanno lo stesso programma del diurno, con la differenza che le cinque ore di lezione devono essere frequentate dopo otto ore di lavoro, una faticaccia. Il team di professori, invece, è composto in parte dagli stessi che insegnano di giorno e che riempiono la sera i buchi dell’orario.

Succede che i 18 studenti iniziali si riducono con l’avanzare della cattiva stagione. È normale, chi ha insegnato o frequentato lezioni alle scuole serali lo sa: è impossibile che la truppa arrivi compatta al diploma, e nemmeno alla fine di un singolo corso. Ma lo stato deve comunque garantire il servizio ai valorosi elementi che, impegnandosi al massimo, proseguono i corsi. Il problema è che alla 1ª A serale del «Pacinotti» le defezioni diventano una valanga. Fino al «fattaccio» di fine febbraio, quando della classe rimangono solamente i muri. Sì, abbandono completo, nessun studente si presenta più, bandiera bianca.

Che fare? Nulla. I professori devono stare lì, vigili, non sia mai che qualche alunno ci ripensi e, magari, abbandoni il lavoro pur di tornare in quella classe deserta. Di più, c’è il caso di una professoressa entrata in maternità che viene regolarmente sostituita da un supplente. Per fare che, non è dato sapere.

A scandalo esploso, la prof Gobbi ha cercato di spiegare e di declinare ogni responsabilità. «Ci sono persone preposte che non mi hanno informato - aveva detto a maggio -. E in ogni caso non è vero che tutti gli alunni della classe non si siano presentati. È successo solo nell’ultima parte dell’anno scolastico. E poi i docenti non sono rimasti con le mani in mano, hanno ricevuto altri incarichi».

Venezia - Il conto, neanche tanto salato, viene presentato a stretto giro di posta. Maria Teresa Gobbi, dirigente scolastico dell’Istituto tecnico aziendale «Antonio Pacinotti» di Mestre, è stata trasferita all’Ipsia «Mons. V. D’Alessi» di Portogruaro. Non c’è conferma ufficiale che si tratti di una punizione, neanche dalla direttrice dell’Ufficio scolastico regionale, Carmela Palumbo, ma se nei normali ambienti di lavoro un trasferimento è considerato normale, nella galassia del pubblico impiego è invece visto come una condanna severissima. Se poi la comunicazione arriva poco dopo l’ispezione disposta dal medesimo Ufficio, il trasferimento ha il sapore di una sentenza inappellabile.

La «colpa» della Gobbi? Spreco dei soldi del contribuente, visto che al «Pacinotti», durante il suo periodo di reggenza, c’è stata una classe che per mesi è andata avanti felicemente con undici professori (dieci di ruolo e un supplente) e zero, dicasi zero, studenti. E che facevano i docenti al posto di far lezione? Difficile da stabilire, di sicuro percepivano lo stipendio. Di qui lo spreco, di qui l’ispezione, (a seguito di denuncia giornalistica), di qui la condanna, mite, affissa nella bacheca del pubblico ludibrio alla voce «trasferita».

La storia di ordinaria follia burocratica comincia a dipanare i suoi assurdi capitoli alla fine di febbraio. Al «Pacinotti», oltre alle normali lezioni diurne, esiste una sezione serale riservata agli studenti lavoratori. Mica facile studiare e lavorare, ma all’inizio dell’anno scolastico 2007-2008 si iscrivono in 18. La retta annuale è di cento euro ciascuno, un investimento che si può fare anche se c’è il rischio di perderlo, o per stanchezza o per bocciatura finale. Questi studenti fanno lo stesso programma del diurno, con la differenza che le cinque ore di lezione devono essere frequentate dopo otto ore di lavoro, una faticaccia. Il team di professori, invece, è composto in parte dagli stessi che insegnano di giorno e che riempiono la sera i buchi dell’orario.

Succede che i 18 studenti iniziali si riducono con l’avanzare della cattiva stagione. È normale, chi ha insegnato o frequentato lezioni alle scuole serali lo sa: è impossibile che la truppa arrivi compatta al diploma, e nemmeno alla fine di un singolo corso. Ma lo stato deve comunque garantire il servizio ai valorosi elementi che, impegnandosi al massimo, proseguono i corsi. Il problema è che alla 1ª A serale del «Pacinotti» le defezioni diventano una valanga. Fino al «fattaccio» di fine febbraio, quando della classe rimangono solamente i muri. Sì, abbandono completo, nessun studente si presenta più, bandiera bianca.

Che fare? Nulla. I professori devono stare lì, vigili, non sia mai che qualche alunno ci ripensi e, magari, abbandoni il lavoro pur di tornare in quella classe deserta. Di più, c’è il caso di una professoressa entrata in maternità che viene regolarmente sostituita da un supplente. Per fare che, non è dato sapere.

A scandalo esploso, la prof Gobbi ha cercato di spiegare e di declinare ogni responsabilità. «Ci sono persone preposte che non mi hanno informato - aveva detto a maggio -. E in ogni caso non è vero che tutti gli alunni della classe non si siano presentati. È successo solo nell’ultima parte dell’anno scolastico. E poi i docenti non sono rimasti con le mani in mano, hanno ricevuto altri incarichi».

Un patto di stabilità per ogni ateneo

Fonte ilsussidiario.net

I rettori guardano con grande preoccupazione al difficile momento in cui si trova l’università italiana, e temono che i tagli previsti dal governo possano mettere in ginocchio l'intero sistema. Proprio per cercare di rispondere a questa situazione i rettori di alcuni atenei, che da alcuni mesi sono entrati a far parte dell’Associazione per la Qualità delle università italiane statali (Aquis), hanno ieri lanciato il loro grido d’allarme, e hanno messo sul tavolo una serie di proposte per trovare una via d'uscita. Punto essenziale, come spiega il rettore del Politecnico di Milano Giulio Ballio, è quello di abbandonare un sistema centralistico incapace di rispondere ai problemi particolari delle diverse università.

Professor Ballio, partiamo innanzitutto dalla possibilità per le università di trasformarsi in fondazioni, come previsto dal decreto 133: c’è chi parla di rischio privatizzazione, e chi al contrario vorrebbe un progetto più completo in questa direzione, sulle orme ad esempio della proposta di legge del senatore del Pd Nicola Rossi. Qual è la sua posizione?

Non si può a mio avviso parlare di fondazioni se non si tiene conto di un altro problema che sta a monte. Tutti i sistemi universitari vengono sostenuti finanziariamente in due modi diversi: o dagli utenti, come accade negli Stati Uniti, o dalla collettività, con fondi pubblici statali o regionali, come accade in Europa, Russia o Cina. Questa scelta non può che essere una scelta politica, ed è totalmente indipendente dalla scatola “fondazione”. Noi ora in Italia abbiamo una situazione in cui il 95% degli studenti si trovano nel sistema finanziato dalla collettività; solo il 5% è nelle università private. Questo è un discorso che è indipendente dalla modalità fondazione. Si vuol decidere, ad esempio, che il Politecnico venga sostenuto dagli studenti anziché dalla collettività? Non c’è bisogno di fare la fondazione, basta deciderlo.

In quali casi potrebbe secondo lei servire la trasformazione in fondazione?

La modalità della fondazione potrebbe avere una ragione se entrassero negli organi direttivi anche degli stakeholders esterni, cioè degli enti finanziatori. Ma il problema è che questo ora è totalmente impensabile, perché nessun ente finanziatore ha interesse ad entrare a gestire l’università. Non ci sono i mecenati, e le fondazioni bancarie hanno nei loro statuti solo l’aiuto alla ricerca. Oltre tutto il sistema universitario in generale è notoriamente indebitato, e non si sa nemmeno di quanto; quindi è ovvio pensare che nessun privato voglia entrarvi. Questa è la situazione contingente con cui bisogna fare i conti quando si parla di fondazioni.

Passiamo all’altra critica che in questi giorni viene mossa contro il governo: i tagli eccessivi che vengono imposti all’università. Cosa ne pensa?

I tagli sono di due tipi: sia tagli finanziari, sia tagli del personale, con il blocco del turn over. Questo secondo tipo di taglio, soprattutto, è gravissimo: poter reintegrare solo il 20 % del personale docente che va in pensione significa sostanzialmente precludere l’accesso al mondo accademico di un’intera generazione di giovani ricercatori. Significa cioè perdere le persone migliori che stiamo selezionando in questi anni, che evidentemente si troveranno costrette ad andare all’estero. Basti pensare che un sondaggio tra i nostri allievi di dottorato ha dato come risultato che l’80% di loro vuole andare via dall’Italia. Ma non si tratta di una fuga, bensì di una cacciata dei cervelli.

Per quanto riguarda invece i tagli finanziari?

Il taglio finanziario è del 20% entro la fine del 2012. Considerato il fatto che il nostro sistema universitario spende in media l’86% in personale, spesa che aumenta per gli scatti stipendiali, ne consegue che nel giro di pochi anni non ci saranno più soldi per pagare il personale e quindi il sistema andrà in bancarotta. È pur vero che ci sono università che hanno gestito meglio le risorse; il Politecnico, ad esempio, spende solo il 67% per il personale. Ma questo non toglie che anche questi atenei si troveranno costretti a tagliare su tutti i servizi, dalle spese per i lavoratori fino alle spese essenziali, come quelle sul riscaldamento e il condizionamento.

A proposito di diversa modalità di gestione da parte degli atenei, il Politecnico, di cui lei è rettore, fa parte di Aquis (Associazione per la Qualità delle università italiane statali), il consorzio delle università “migliori” che proprio ieri ha avanzato una serie di proposte. Come risponde alle critiche di chi vi accusa di esservi “auto-eletti” i numeri uno?

Le università di Aquis non si sono date la patente di più brave. Si sono auto-selezionate su parametri oggettivi, tra cui il rigore del bilancio, il fatto di avere una certa dimensione, nonché una certa notorietà a livello internazionale. Quindi si sono scelti solo parametri oggettivi, indicatori che non hanno a che vedere con la qualità, ma che riguardano solo il livello organizzativo, gestionale e l’interesse per l’internazionalizzazione. E si trovano su tutto il territorio nazionale, dalla Lombardia alla Calabria. Abbiamo costituito dei tavoli per riflettere su quello che si può proporre, e su come prendere ad esempio i comportamenti virtuosi; poi, d’accordo con la Crui, abbiamo deciso di proporre al governo un metodo di lavoro che può essere esteso a tutte le università.

Qual è il succo della vostra proposta?

La proposta è: usciamo dalla sistema dei fondi a pioggia. Ognuno metta a disposizione la propria situazione con la massima trasparenza di fronte al ministero dell’Economia e dell’Istruzione, il quale deciderà gli obiettivi che questa università dovrà rispettare. Ministero e università quindi saranno in grado di fare un patto di stabilità, di una certa durata, che potrà essere rinnovato se verranno raggiunti gli obiettivi prefissati. Viceversa, per le università che sono a rischio fallimento, il ministero dell’Economia farà, d’accordo con loro, un piano di rientro per non farle fallire. Ma non si può, per salvare qualcuno, far fallire l’intero sistema.

Perché si è arrivati a questa situazione di crisi finanziaria del sistema universitario?

Il fatto è che i vari atenei sono talmente diversi uno dall’altro, e il sistema non può essere gestito con regole uniche. Da qui il discorso dell’autonomia: se non si dà loro autonomia, gli atenei diminuiscono la qualità. L’hanno capito anche tutti i precedenti ministri, che non per nulla hanno fatto passi avanti sul piano dell’autonomia: il guaio italiano è che accanto all’autonomia non è stato impostato un sistema di valutazione. Sulla valutazione siamo in ritardo di quindici anni, anni che abbiamo perso per discutere come impostare il discorso valutazione senza dispiacere a nessuno. Il problema ora non è di facile soluzione, e non possiamo chiedere alla Gelmini di risolvere in sei mesi quello che non si è risolto in quindici anni. Partiamo dal creare progetti personalizzati, decisi di comune accordo tra atenei e ministero: questo è il punto di partenza per ridurre il centralismo dell’attuale sistema, destinato in tempi brevi al fallimento.

NdR: il prof. Ballo, così preciso nella sua analisi tecnica di cosa potrebbe succedere se venissero confermati i tagli al settore universitario, non è stato altrettanto prodigo nel fornire indicazioni su come trovare i soldi. È comodo e facile dire "A ridatece i sordi!" e poi accollare agli altri il problema di individuare i fondi: l'obiettivo del pareggio di bilancio per il 2011 è un vincolo che l'Italia ha con l'Europa, non uno scherzo, e le strade sono due: mettere le mani in tasca ai cittadini aumentando la tassazione per coprire le incapacità di chi ha gestito le Università in questi decenni, oppure mantenere invariata la tassazione tagliando inevitabilmente a tutti (i tagli del DPEF ammontano a 35 miliardi in totale, giova ricordare che nel programma del PD i tagli previsti erano di 37 miliardi). Secondo il prof. Ballo, in questo momento di crisi economica internazionale con l'inflazione alle stelle, la scelta migliore sarebbe quella di aumentare le tasse? Penso che il Ministro Gelmini abbia spiegato abbastanza approfonditamente che i tagli non saranno indiscriminati ma seguiranno un preciso programma meritocratico: quindi a preoccuparsi non devono essere quelli del consorzio Aquis ma semmai i Rettori che hanno utilizzato le loro università come professorifici, stipendifici e distribuzioni di posti di potere accademico invece che come centri di ricerca e formazione specializzata come accade nel resto del mondo, in particolare negli USA.