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giovedì 26 marzo 2009

Parentopoli, quando l'università è affare di famiglia

Presento oggi questo libro scritto dal giornalista Nino Luca, dove con lucida oggettività vengono presentati i centinaia di casi di nepotismo che ammorbano il mondo accademico. Vere "famiglie", un'organizzazione capillare di "stampo mafioso" (a detta dei giudici). Si potrà scoprire come i primi a protestare contro la pseudo-Riforma Gelmini, e cioè i Rettori, sono i primi impelagati in questo magico mondo di "consigli", con l'assunzione di mogli, figli, nipoti, portaborse, amici e amici degli amici. E la giustizia? Praticamente impotente, tra lentezze burocratiche, vuoti giuridici e normative un po' bislacche.

Così, il giornalista siciliano originario di Sydney, avvalendosi della banca dati della pubblica amministrazione accessibile via internet, ha ricostruito con dovizia di particolari, gli innumerevoli concorsi truccati che funestano il mondo accademico, tra casi limite e giustificazioni improbabili. Un libro certamente da leggere e da meditare.

Titolo: Parentopoli. Quando l'università è affare di famiglia Genere: Educazione Autore: Nino Luca Editore: Marsilio Anno: 2009 Collana: Gli specchi Informazioni: pp. 315 Codice EAN: 9788831797696

Prezzo di listino: € 18,00

lunedì 16 febbraio 2009

Università: Times, quelle italiane sempre più giù

Mesi di proteste per la riforma voluta dal Governo Berlusconi e dal Ministro Gerlmini (e per ora solo parziale), ma quello che difendono i Baroni ed il loro esercito di studentelli senza arte né parte è un mondo universitario allo sfascio, che ogni anno viene giudicato in maniera sempre peggiore. Nel classico appuntamento con la classifica stilata dal Times risulta che tra le Università italiane soltanto Bologna è tra le prime 200, e per poco, visto che rispetto al precedente anno è passata dal 175° al 192° posto.

E si sottolinei e si noti che questa performance è stata ottenuta in regime di finanziaria 2008, cioè dopo due finanziarie del Governo Prodi. Se la classifica non giustifica i tagli del Governo (certo dovuti ad altri fattori evidentemente) come dice il Ministro Ombra Maria Pia Garavaglia, l'immobilismo di chi non vuole cambiare nulla o vuole solo far finta di cambiare qualche cosa di minor conto serve solo a distruggere il sistema oramai in via di disfacimento. Tutti chiedono più soldi: ma per fare cosa? Per assumere più parenti ed amici? Per dare più soldi alla ricerche filosofiche e a quelle sull'asino dell'Amiata? Perché non imparano questi baroni ad utilizzare meglio ciò che hanno? È stato il Ministro Fioroni del Governo Prodi a dire che il mondo universitario italiano può offrire le stesse cose anche con il 10% di finanziamenti in meno... Si parta da lì e dal negare lo stipendio a chi non fa ricerca, poi si vedrà quanti soldi servono effettivamente...

Infatti la situazione è oramai sempre più deprimente: i professori della Bocconi invece di proporre controriforme al Governo, pensassero a sistemare la loro università, addirittura fuori dalle prime 400. Considerata un vanto per il suo livello, giudicata tra le migliori università di economia a livello internazionale avendo espresso alcuni tra gli economisti più in vista, al confronto con tutte le strutture internazionali.

La classifica tiene conto non solo dell'opinione di migliaia di esperti internazionali ma anche dell'opinione degli studenti: confortante notare come USA e GB monopolizzino le prime 10 posizione. Ma l'Onda formata dal movimento sinistrorso dell'Università italiana ha stabilito che questi due modelli sono fallimentari e dunque vanno scartati a priori... Se queste persone potessero prendere provvedimenti non ci resterebbe che piangere.

http://rassegnastampa.crui.it/minirass/esr_p1.asp?dacbo=si&cbogiorno=14/2/2009

venerdì 28 novembre 2008

Decreto 180: il PD emenda ma vota contro lo stesso...

Sembra di essere in un manicomio di schizzofrenici: un partito politico si batte affinché una legge cambi nel senso che egli stesso propone, quei cambiamenti vengono accolti, ma quello stesso partito politico continua a votare contro. Per "partito preso"? No, perché siamo in Italia e l'inutilità dell'opposizione si misura in questa schizzofrenia politica senza fondo. Dunque, il decreto Gelmini, anche se corretto, anche se in molti punti ha registrato convergenze tra opposizione e maggioranza, contiuerà ad essere "manchevole e minimale". Ovvio, il PD in Parlamento prova a fare il suo dovere (insomma poveretto, bisogna comprenderlo, ognuno fa quel che può ed è capace di fare, e dunque giudichiamo positivamente lo sforzo di chi è in grado di fare poco), però in piazza di fronte alla gente deve dimostrare di essere duro e puro, una opposizione senza sconti e senza compromessi: per cui, il Governo che accettando gli emendamenti perfino di Pancho Pardi (signori, gli emendamenti di un personaggio dei fumetti!) pensava di essersi guadagnato l'astensione, ha di nuovo fatto male i conti (e noi si potrebbe aggiungere povera la maggioranza che ancora ci crede). Alla fine, nel PD si è consumata l'ennesima spaccatura: una persona che di università e di scuola ne capisce davvero e le cui proposte sono estremamente interessanti, come il senatore Nicola Rossi, ha abbandonato l'aula per aperto dissenso contro la linea tenuta dal suo partito. E non è il solo: Irene Tinagli si è dimessa dal coordinamento nazionale del PD perché inconsistente e veteroretorica la politica del partito sull'Istruzione italiana, talmente tanto da indurre un personaggio di tale levatura addirittura alle dimissioni (cosa rara in Italia). Peccato che di entrambe le cose, in televisione o nei giornali, si sia detto poco o nulla, qualche riga ben nascosta in mezzo agli articoli: e meno male che l'informazione è monopolizzata da Berlusconi!

Vediamo in ogni caso, dalle pagine di corriere.it, i principali punti del decreto 180 in via di conversione al Senato:

Università: le novità del decreto Gelmini

Stop ad assunzioni per gli atenei in deficit, nuove regole per i concorsi dei docenti e strumenti anti «baronati»

ROMA - Ora tocca all'università. Il decreto legge Gelmini sull'università, licenziato dalla commissione Istruzione del Senato arriva all'esame dell'aula. Stop alle assunzioni nelle università con i conti in rosso, deroga parziale al blocco del turn-over, invece, negli atenei virtuosi. Ma anche nuove regole per i concorsi di docenti e ricercatori universitari e strumenti per combattere i «baronati» dentro gli atenei. Diverse le novità apportate in commissione: gli emendamenti del relatore, il senatore del Pdl Giuseppe Valditara, hanno introdotto una stretta sui baroni (per fare carriera i docenti dovranno produrre pubblicazioni scientifiche, bando, insomma, ai fannulloni) e l'obbligo per gli atenei di rendere più trasparente l'uso delle risorse messe a bilancio e la produzione scientifica.

ASSUNZIONI - Il dl prevede il blocco delle assunzioni nelle università che, alla data del 31 dicembre di ciascun anno, abbiano i conti in rosso. Per gli atenei indebitati c'è anche l'esclusione, per il 2008-2009, dei fondi straordinari per il reclutamento dei ricercatori. Scatta, invece, il parziale sblocco del turn-over (che passa dal 20% al 50%) negli atenei virtuosi a patto che il 60% dei soldi sia speso per reclutare i giovani. In base ad un emendamento approvato in commissione ci si può avvalere per le assunzioni anche del supporto economico di soggetti privati.

CONCORSI - Cambiano le regole per la composizione delle commissioni. Per la selezione dei docenti sono previsti un ordinario nominato dalla facoltà che bandisce il posto e quattro professori ordinari sorteggiati su una lista di dodici persone da cui sono esclusi i docenti dell'università che assume. Per i ricercatori la commissione è così composta: un ordinario e un associato scelti dalla facoltà che bandisce il posto e due ordinari sorteggiati in una lista che contiene il triplo dei candidati necessari, esclusi sempre i docenti dell'ateneo che assume. Un emendamento votato oggi prevede che ci sia una commissione nazionale designata dal Cun (Consiglio universitario nazionale) per supervisionare le operazioni di sorteggio che saranno pubbliche. Le nuove commissioni valgono anche per i concorsi già banditi, ma intanto sono stati riaperti i termini per partecipare ai concorsi in atto, viste le novità.

NORME ANTI-«BARONI» - Tra le novità introdotte in commissione al Senato, le norme anti-baroni: è prevista la costituzione di una anagrafe (aggiornata annualmente) presso il ministero con i nomi di docenti e ricercatori e le relative pubblicazioni. Per ottenere gli scatti biennali di stipendio i docenti dovranno provare di aver fatto ricerca e ottenuto pubblicazioni. Se per due anni non ce n'è traccia lo scatto stipendiale è dimezzato e i docenti non possono far parte delle commissioni che assumono nuovo personale. I professori e i ricercatori che non pubblicano per tre anni restano esclusi anche dai bandi Prin, quelli di rilevanza nazionale nella ricerca. Gli atenei dovranno anche garantire trasparenza nei bilanci e far sapere agli studenti come vengono spesi i finanziamenti pubblici. I rettori in sede di approvazione del bilancio consuntivo dovranno anche pubblicare i risultati delle attività oltre che i finanziamenti ottenuti da soggetti pubblici e privati. Altrimenti si rischiano penalità nell'assegnazione dei fondi.

RIENTRO DEI CERVELLI - le università potranno coprire i posti da ordinario e associato o da ricercatore chiamando studiosi «stabilmente impegnati all'estero» anche quelli già impegnati nel Programma ministeriale di rientro dei cervelli. Lo prevede un emendamento votato in commissione. Si potranno anche chiamare «studiosi di chiara fama».

UNIVERSITÀ VIRTUOSE - Almeno il 7% del Fondo di finanziamento ordinario sarà distribuito alle università virtuose per migliorare la qualità della ricerca e dell'offerta formativa.

DIRITTO ALLO STUDIO - Nel decreto ci sono anche 65 milioni per nuovi alloggi e 135 milioni di euro per le borse di studio destinate ai meritevoli.

IL MINISTRO - «Il decreto approvato dal Governo e gli emendamenti approvati dalla Commissione Cultura del Senato sono una vera e propria svolta nel sistema accademico in Italia – ha dichiarato il ministro dell'Istruzione Università e Ricerca Mariastella Gelmini - da vent’anni si parlava di come legare il merito alla carriera dei professori e di come vincolare i finanziamenti all’università in base a parametri che ne valutassero la qualità. Per la prima volta le carriere dei docenti non saranno legate a scatti automatici ma - come previsto dagli emendamenti approvati in commissione - al merito ed alla ricerca effettivamente svolta».

martedì 18 novembre 2008

Io, barone 70enne, non me ne vado!

Questa è la storia di un professore ordinario all'università di Perugia, il 70enne prof. Lanfranco Rosati, il quale si è visto recapitare a casa una lettera con la quale il Consiglio di Amministrazione procedeva al suo pensionamento. Perché? Con le ultime disposizioni, si vuole limitare a 70 anni l'età massima di permanenza nella docenza universitaria, favorendo in tal modo (ovvero obbligando) le università a procedere ad un ricambio generazionale più veloce.

Ma il prof. ha protestato: ha fatto ricorso al TAR il quale ha per il momento sospeso il provvedimento. Dalla parte dell'esimio accademico ci sarebbero articoli scientifici tesi a dimostrare che 70 anni sono l'età d'oro della mente: io ero rimasto che, sulla base della produzione scientifica attuale, l'età migliore e più produttiva è quella compresa tra 35-40 anni, ma evidentemente mi sbaglio. O forse no... La principale preoccupazione del Rosati non sono soltanto, o non tanto, i suoi alunni (tanto prima o poi in pensione ci dovrà andare quindi qualcuno che si vedrà con i corsi a metà ci sarà sempre: chi ha frequentato il corso di Storia Romana del prof. A. Giardina alla Sapienza dopo un anno si è visto il prof. trasferirsi a Firenze e quindi costretto a dare l'esame con il suo sostituto, il prof. E. Lo Cascio: io sono uno di questi), ma soprattutto dottorandi e ricercatori ai quali, ci tiene a metterlo in chiaro, "ho cercato un bando di concorso mettendoli nella condizione di vincerlo con anticipazioni ed una buona presentazione del candidato ai commissari". Un barone che dispensa raccomandazioni, ehm pardon, consigli? Ma no, certo che no, i suoi alunni erano di fatto i migliori, visto che il Rosati si appella (ergo si paragona) a mostri sacri della scienza come Norberto Bobbio, Margherita Hack e Rita Levi Montalcini (quella che ci seppellisce a tutti)!

Ma non solo: infatti anche la figlia era la migliore se, come pare, nel marzo scorso ha vinto un posto come ricercatore in pedagogia generale e sociale proprio in quel di Perugia dopo che, per sua "fortuna", il candidato avversario si è magicamente dissolto al momento dell'orale lasciandola sola soletta a competere per l'unico posto disponibile... E come potrà fare la dolce Agnese senza l'aiuto di papà Lanfranco?

«Non me ne vado, se lo scordino, io dall'università non me ne vado».

Fonte: Alessandra Cristofani per La Stampa del 17/11/08.

lunedì 10 novembre 2008

Lobby dei concorsi: così ti imbelletto il prof compiacente

Una "lobby potentissima": è questo ciò che hanno individuato le forze di polizia. Un gruppo di potere che da almeno 15 anni deciderebbe a tavolino il bello ed il cattivo tempo dei concorsi universitari in Economia agraria. Utilizzo il condizionale perché, a causa di un presunto vuoto legislativo, la corte ha deciso di archiviare il tutto.

Il principale responsabile di questi trucchi sarebbe il prof. Mario Prestamburgo, ordinario di Economia agraria in quel di Trieste, poi anche eletto parlamentare dell'Ulivo, il quale, con una lettera strettamente personale, inviò a sette colleghi indicazioni per filo e per segno su come schedare i professori in sede di valutazione. Nell'arco di questi anni sarebbero state create vere e proprie tabelle di affidabilità del commissario, utilizzate ancora in tempi recenti: tutto ciò che contava in queste tabelle era la compiacenza dello stesso, nessun cenno si trova infatti riguardo a produzione scientifica. Inutile dire che i candidati erano scelti più per "simpatia" che altro.

Fonte: Franca Selvatici per La Repubblica.

Abbiamo poi il caso dell'ex Rettore dell'università statale di Foggia, l'ex Magnifico Antonio Muscio, il quale prima di lasciare l'incarico il 31 ottobre al suo successore Giuliano Volpe, ha voluto fare un regalo alla Facoltà di Agraria, dove era ordinario di Zootecnica speciale: suo figlio. Già, proprio così, perché risulta che il 30 ottobre, cioè esattamente un giorno prima di lasciare l'incarico in via definitiva, ha firmato il decreto rettorale con il quale assegna l'incarico di ricercatore in Economia applicata al figlio Alessandro. I commissari ovviamente non hanno avuto nulla da eccepire nel ritenerlo migliore dei suoi colleghi partecipanti al concorso: tra l'altro a suo carico risultano ben 6 pubblicazioni (di cui 4 in Inghilterra), ed una specializzazione nel Sussex. Finalmente un esempio nel quale, nonostante la parentela, si favorisce il merito? Macché! In Italia, fino al 30 ottobre 2008, non risultava nessun ricercatore in Economia applicata presso qualsiasi Facoltà di Agraria: il prof. Muscio ha voluto colmare questa lacuna...

D'altronde, il prof. Muscio è il padre-padrone dell'università: l'ha creata, l'ha diretta e l'ha fatta crescere. Nell'Ateneo tra l'altro sua figlia Rossana è dirigente del personale tecnico amministrativo, incarico già ricoperto dalla madre e moglie del Muscio. Ovviamente parenti stretti ma anche parenti acquisiti: ivi lavorano anche il marito di Rossana nonché la moglie di Alessandro Muscio fresco ricercatore.

Il mio stimato "collega" nuovo rettore Giuliano Volpe (collega perché siamo entrambi archeologi, non per altro!) ha già detto di non poter fare nulla per questa situazione che lui eredita ma che ha già varato nuove norme che intendano limitare queste occasioni, sebbene l'iniziale testo sia stato in qualche modo "accomodato" tale da renderlo meno incisivo di quanto non si sia fatto a Bari, la capitale nazionale del nepotismo accademico.

Fonte: Giuliano Foschini per La Repubblica.

lunedì 3 novembre 2008

I privilegi dei Rettori. E si lamentano pure...

Di Gennaro Sangiuliano per Libero

Qualche tempo fa, proprio l’allora rettore dell’Università di Siena Piero Tosi, finì in un mare di polemiche, che comportarono anche l’interessamento della Procura, che indagò sulla correttezza di alcuni concorsi, nomine e consulenze”.

“Il figlio, Gianmarco Tosi, aveva vinto nel 2003 il concorso per ricercatore di oculistica. Tosi junior, all’epoca dei fatti aveva 32 anni, una laurea con 110 e lode, 18 pubblicazioni e una specializzazione, il suo concorrente, il dottor Domenico Mastrangelo, nel 2003 era 48enne, aveva anche lui una laurea con 110 e lode ma 91 pubblicazioni e tre specializzazioni”.

“L’ateneo di Siena è stato sempre una roccaforte del Pci, poi Ds, prima di Tosi il rettore era stato Luigi Berlinguer, cugino di Enrico, ministro dell’Istruzione con vari governi ulivisti e il primo Prodi”.

“All’Università di Siena - sicuramente per incontestabili meriti - è stata chiamata come associato la professoressa Maria Rosaria Florinda Giuva, nota anche per essere la consorte di Massimo D’Alema, nominata con decreto n. 325 alla facoltà di Lettere”.

“In un altro prestigioso ateneo, quello di Bologna, il decreto 1663 del settembre 2006, invece, nomina professore ordinario alla facoltà di Farmacia, Luca Prodi, nipote del più celebre Romano. Naturalmente, anche in questo caso ci sono altissimi meriti scientifici”.

PROFESSIONE RETTORE

Stipendio: 120.000€ lordi all'anno, a cui vanno aggiunti rimborsi spesa e trasferte

Dotazione di ogni rettore: segreteria (di almeno 5 persone), addetto stampa, segretaria particolare ed auto con autista

Monte stipendi dei Rettori italiani (80 associati CRUI): 9.600.000€

NB: Piero Tosi è poi diventato Presidente della CRUI, la Conferenza dei Rettori, il "clan" di perottiana memoria. Il che è tutto dire...

sabato 1 novembre 2008

Università: 230 docenti per diritto ereditario

Di Emanuele Lauria per palermo.repubblica.it

Sono tanti con lo stesso nome. Troppi. E anche quando non si chiamano nello stesso modo, spesso sono parenti. Mogli, nipoti, cugini, cognati. Sono loro i padroni dell´Università. Famiglie. Ne abbiamo contate cento, probabilmente ce ne sono molte di più.

Abbiamo contato duecentotrenta consanguinei sparsi in aule, dipartimenti, facoltà. Un altro elenco verosimilmente incompleto, anche perché ci siamo fermati soltanto a ordinari, associati e ricercatori. Tralasciando il campo dei dottorati di ricerca. Un numero indiscutibile è però questo: il 54,7 per cento dei docenti dell´ateneo sono palermitani.

E due su tre, esattamente il 66, 8 per cento, vengono dalla provincia. Solo Napoli eguaglia la capitale della Sicilia in questa performance. Palermo è davanti a Catania e a Messina, a La Sapienza di Roma, a Torino, a Milano e a Bari. E il luogo di provenienza dei docenti, come spiega il professore della Bocconi Roberto Perotti nel suo libro «L´università truccata» (Einaudi), è il principale metodo «per quantificare più sistematicamente, anche se indirettamente, il ruolo del nepotismo e delle connessioni nell´università italiana».

L´altro - metodo - consiste nello studiare la frequenza dell´omonimia. Noi abbiamo cercato di andare oltre. Ricostruendo la fitta rete di intrecci familiari che sostiene il mondo accademico palermitano. Ecco i docenti parenti. Ecco le cento famiglie. I clan universitari più numerosi si scoprono in quattro facoltà: Medicina (58 docenti imparentati fra loro), Agraria (23 su appena 129 professori), Giurisprudenza (21).

In tutto sono almeno 230 i docenti parenti, legati con almeno un altro insegnante dell´ateneo da un rapporto di consanguineità di primo grado. Molti probabilmente sono i bravi, quelli che hanno la ricerca nel dna e fin da ragazzi sviluppano nell´ambiente familiare l´amore per gli studi. Ma sino che punto i rampolli dei «baroni» non ostacolano le ambizioni di altri studenti che non hanno il parente che conta? A Palermo come altrove, forse più che altrove visti i numeri, l´università può proporsi come casta.

La storia è quella di figli che salgono in cattedra per diritto ereditario, fratelli e sorelle che succedono inevitabilmente ai loro padri e ai loro zii, nipoti e cugini immancabilmente primi al pubblico concorso dove c´è sempre un docente in commissione che aiuta un altro. Alla fine, quest´inchiesta dimostra che non sempre ma troppo spesso quello che conta è il nome che si porta.

Un altro dato significativo riguarda la collocazione dei parenti docenti: in sessanta delle cento famiglie censite, ci sono almeno due componenti di stanza nello stesso dipartimento o nello stesso settore scientifico disciplinare. Per inciso, a Bari, dopo gli scandali degli anni scorsi, l´università ha adottato un codice etico che ha bandito la nomina di parenti stretti nello stesso settore e nella stessa facoltà. A Palermo questa regola non c´è.

E regnano le dynasty, che si formano in silenzio. A Medicina, dove la scienza è una vocazione ma pure un comodo bagaglio ereditario, c´è il record di parenti ma anche quelli dei docenti che sono 448. La parentopoli si annida naturalmente anche in altre facoltà. Ad esempio a Economia, il reame dei Fazio. Il capostipite è Vincenzo, ordinario di Scienze economiche, aziendali e finanziarie. Nello stesso suo dipartimento ci sono altri due Fazio: i suoi figli, Gioacchino associato e Giorgio ricercatore. Insegnano la stessa materia di papà.

Il preside di Economia si chiama Carlo Dominici, suo figlio Gandolfo è anche lui in facoltà per istruire gli studenti in Scienze economiche. Poi ci sono i due Bavetta, l´ordinario Sebastiano (fino a ieri l´altro assessore comunale) e Carlo associato, figli di Giuseppe che lì a Economia c´era fino a qualche tempo fa. Ora è in pensione. Un ultimo caso di padre e figli di quella facoltà: il docente di economia aziendale Carlo Sorci, che è anche presidente di una società regionale, e sua figlia Elisabetta - ricercatrice - che insegna Diritto commerciale.

La Medicina? In ateneo è affare di famiglia

Di Giuseppe Marino per ilgiornale.it

«I figli so piezz’ e core». Ma anche di reni, fegato, occhi. Perché nelle cliniche universitarie delle due facoltà di Medicina di Napoli praticamente in ogni specialità c’è il rampollo di un barone universitario che ha ereditato una cattedra, un assegno di ricerca, un posticino al caldo di uno stipendio statale garantito. E non è un caso isolato. Le facoltà di Medicina sono tra le più contagiate dal morbo del nepotismo. Anche perché non sono solo luoghi di studio e ricerca, essendo collegate a ospedali e policlinici. Insegnare a Medicina in molti casi significa controllare posti letto. E i posti letto sono potere. E il potere è denaro. Non a caso Roberto Perotti, il professore della Bocconi autore del più acclamato libro denuncia del momento («L’università truccata», ed. Einaudi) ha preso come caso di studio proprio queste facoltà. E ha certificato, nero su bianco, che questa parte di università ha un’organizzazione strutturalmente feudale. Perotti ha compilato una statistica semplice ma significativa: ha contato quanti docenti di Medicina abbiano almeno un omonimo all’interno della stessa facoltà. Poi ha allargato il cerchio alle altre sedi di Medicina all’interno della stessa regione, un esercizio fondamentale, perché tra i baroni vige un sistema di scambio di favori, grazie al quale spesso i parenti stretti vengono sistemati in università satellite. I risultati sono incredibili.

Il record va a Messina: tre su 10 hanno omonimi in facoltà e quattro su dieci in Regione. Ed è particolarmente incredibile se si pensa che Messina non è certo una metropoli. Non va molto meglio a Napoli Seconda: il 27 per cento dei prof può annoverare un collega con lo stesso nome in facoltà (il dato sale a 34 per cento confrontando con le facoltà della Regione). La Federico II di Napoli è appena al di sotto queste cifre. E non sorprende, visto che nel capoluogo campano perfino gli studenti hanno denunciato la situazione raccogliendo segnalazioni di omonimie in occasione di una protesta denominata «Barone Day». In poco tempo, allargando il tiro all’intero ateneo napoletano, sono arrivate oltre cento segnalazioni di parentele. E Perotti ha scoperto anche che più aumentano le omonimie, più cala la qualità della ricerca (misurata in termini di citazione degli studi da parte di pubblicazioni scientifiche). Attenzione, Medicina non è un’eccezione: c’è una parentopoli in tutta Italia con 14 inchieste e 117 indagati. Ma i baroni negano. A Padova a fare scoppiare il caso, nel maggio scorso, è stato Ermanno Ancona, direttore della 3° clinica chirurgica, che ha inviato una mail ai 600 colleghi in vista dell’elezione del preside della facoltà. Nel messaggio elettronico si parlava di «questione etica» e di «nepotismo deteriore».

L’appello probabilmente è arrivato anche ad Antonio Ambrosini, direttore di Ginecologia, e al figlio Guido, che insegna nello stesso dipartimento. Oppure all’ex preside Antonio Tiengo e al figlio Cesare, medico a Chirurgia plastica clinica. Non è dato sapere come abbiano risposto. È agli atti di articoli di giornale invece la risposta di uno dei professori che era candidato alla massima carica della facoltà: «No comment, di queste cose si parla tra colleghi e non sui giornali». Come dire: è affare di famiglia, di cosa si impicciano studenti e contribuenti? La sensazione di onnipotenza e di impunità trasuda dalla ramificazione delle parentele. Ci sono professori che fanno stipulare contratti ai parenti direttamente, senza nemmeno passare per il fastidio di un concorso truccato (c’è un caso citato in un’inchiesta a Bari). Alla Federico II di Napoli il padre di un docente è stato condannato per aver agevolato l’assunzione del figlio. Ma l’erede è rimasto al suo posto. A Firenze è stato rinviato a giudizio il professor Firminio Rubaltelli per una «spintarella» alla collega Giovanna Bertini, di 28 anni più giovane. I due hanno sempre smentito di avere una relazione come sostenuto dal Gip. Poi la Finanza ha trovato a casa di lei una lettera di lui dai toni decisamente affettuosi. Eppure se glielo provi a dire ai baroni che il loro ormai è un sistema, si offendono. Perotti è stato inondato di messaggi indignati per la sua statistica sulle omonimie. «Non provano le parentele». Già è vero: restano fuori mogli, cugini e amanti.

venerdì 31 ottobre 2008

Spunta pure il dottore in beauty

Articoli tratti dalla rassegna stampa del 30/10/08 e del 31/10/08.

Le Dinastie in cattedra, di Francesco Magris per Il Piccolo

I prof scioperano ma intascano lo stipendio, su ilgiornale.it

Spunta pure il dottore in "beauty", di Federico Casabella per Il Giornale

Linee di moda, radio, bar. E l'ateneo finisce in rosso, di Miska Ruggeri per Libero

L'università laureata in sprechi, di Antonio Rossitto per Panorama

«Stupito per tante critiche, si sventolano dati falsi», int. a Luca Ricolfi per Giornale di Sicilia

Fondi solo per i migliori, di Roberto Perotti per Il Sole 24 ore

martedì 21 ottobre 2008

Le mani dei baroni sugli Atenei d'Italia

Di Matthias Pfaender per ilgiornale.it Roma - Guai a chi tocca i privilegi dei baroni. Messaggio ufficiale: «In queste condizioni non sarà possibile dare inizio al prossimo anno accademico». Messaggio implicito: «Toccate i nostri soldi e noi blocchiamo tutto». Parla il Senato accademico de «La Sapienza» di Roma. Parla per tutti e promette battaglia contro la manovra finanziaria del governo.

È la rivolta dei privilegiati, perché chi è pronto a scendere in piazza ha stipendi e contratti signorili, si siede su una cattedra e insegna, ascolta gli studenti e sceglie se promuovere o bocciare. E poi va all’incasso: tanti soldi per una mole di lavoro sorprendentemente bassa. Perché si lamenteranno che gli Atenei non funzionano, si metteranno a piangere per compensi che a loro sembrano bassi, ma che a scorrerli non sembrano niente male.

NON SI FATICA Nel decreto del Presidente della Repubblica numero 382 del 1980, il testo di legge che da trent’anni disciplina il lavoro dei cattedratici, si legge che i professori ordinari a tempo determinato devono assicurare «la loro presenza per non meno di 250 ore annuali», e che, se a tempo pieno, sono tenuti anche «a garantire la loro presenza per non meno di altre 100 ore annuali (...) per l’assolvimento di compiti organizzativi interni». Calcolatrice alla mano, sarebbero la bellezza di ventinove ore al mese, meno di un’ora al giorno. Questo se i professori lavorassero, irrealmente, tutti i santi giorni dell’anno.

MENO DI 4 ORE AL GIORNO A dare la giusta dimensione dell’impegno degli accademici ci ha pensato la Ragioneria generale dello Stato, che nel Conto annuale del personale, pubblicato a metà maggio di quest’anno sulla Gazzetta Ufficiale, ha ufficializzato il carico di lavoro giornaliero: tre ore e trentanove minuti, cinque giorni su sette. Sempre poco: soprattutto considerando che queste ore non sono tutte dedicate all’insegnamento, ma anche alle sessioni d’esame, alle partecipazioni alle commissioni di laurea e al ricevimento degli studenti. C’è chi dice che il lavoro intellettivo non può essere cronometrato e ingabbiato in schemi fissi. Vero. Resta però il fatto che gran parte delle persone in solo tre giorni (chi addirittura in due) lavora l’equivalente delle ore che un professore affronta in un mese. I dati pubblicati dalla Ragioneria hanno fatto scalpore, tanto che il Sole24Ore ha dedicato un articolo approfondito sul tema; e, se ai rapporti statali hanno preferito fare orecchie da mercante, all’accusa della stampa i professori si sono scatenati. Duecentoquaranta ordinari, appartenenti a quindici atenei italiani, hanno affidato il loro sdegno a un documento redatto dalla professoressa Lilla Maria Crisafulli, docente di storia e lingue inglese a Bologna: «Se ovunque - si legge - specie all’università, la qualità dovrebbe prevalere sulla quantità, in realtà non basterebbero neppure le 24 ore giornaliere per tener testa a quello che la coscienza del docente e l’immaginazione e curiosità del ricercatore che è in ognuno di noi ci spingono a fare, per l’evoluzione scientifica dei nostri studenti e l’aggiornamento e approfondimento delle conoscenze nei nostri settori disciplinari».

Sorvolando sul fatto che per tutte le altre figure professionali la giornata lavorativa si adatta alle ore scritte nere su bianco sui contratti di assunzione, la domanda è spontanea: quanto rende essere titolari di una cattedra? Poco, se rapportato alle 24 ore di impegno intellettivo che i professori rivendicano. Decisamente tanto, se riferito a quello che effettivamente la legge chiede loro.

L’AUMENTO AUTOMATICO Nelle tabelle delle retribuzioni dei professori ordinari del 2008, si può toccare con mano cosa vuol dire l’avanzamento dell’anzianità di servizio all’interno delle facoltà: appena entrato nell’alma mater, un professore ordinario percepisce 4.373 euro lordi al mese. Dopo 28 anni di lavoro, gli euro sono diventati 8221,39. Prendiamo di nuovo in mano la calcolatrice e scopriamo che un’ora di lavoro di professore ordinario a tempo pieno al quattordicesimo scatto d’anzianità vale 283,49 euro. Roba da competere con i top manager delle multinazionali più grandi dal mondo. Senza però sobbarcarsi lo stress di un manager. Nelle università italiane, come nel resto della pubblica amministrazione, basta aspettare, e il tempo farà da solo: l’incedere delle lancette dell’orologio equivale sempre a un aumento di soldi. A prescindere dal lavoro prodotto. Non stupisce quindi il fatto di avere in Italia uno dei corpi docenti più vecchio del mondo: solo il 15 per cento dei dirigenti, l’otto per cento dei professori associati e l’uno per cento dei professori ordinari ha meno di quarant’anni.