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giovedì 23 dicembre 2010

La Riforma Gelmini: come cambia l'Università e cosa manca

Oggi se tutto andrà bene sarà il giorno dell'approvazione della cd. legge Gelmini, riguardante la riforma dell'Università. Il voto finale è previsto intorno alle 16 al Senato, poi passerà al vaglio del Capo dello Stato, il quale se non riscontrerà problemi di incostituzionalità evidenti la firmerà ed entrerà in vigore il giorno della sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dello Stato. Prima di commentare il testo definitivo, alcune sensazioni su questa riforma: probabilmente è la migliore possibile attualmente in Italia. Timida ma organica, affronta alcuni problemi ma ne lascia indiscussi altri. I regolamenti attuativi, la valutazione, la meritocrazia sono i suoi pilastri portanti: se funzionano questi, le risorse cominceranno ad andare dove devono andare, e allora l'università uscirà dallo stallo attuale che la vede fuori da tutte le principali classifiche internazionali.

Come cambia l'Università
  • È presto detto (nel post di ieri si sono visti i singoli articoli di legge): gli atenei potranno fondersi o federarsi, soprattutto quelli più piccoli, per migliorare la spesa; spariranno le cd. pocket university, le università tascabili nei centri di "montagna", comode per professori e studenti del paese ma distruttive per le finanze dello Stato e soprattutto inutili per la formazione e la ricerca.
  • L'università smetterà di produrre cattedre, non sarà più uno stipendificio. Per accedervi, la chiamata sarà a sorteggio all'interno di una lista nazionale: basta accordi preventivi, basta concorsi truccati e cuciti su misura per il candidato "fortunato" (ne ho letto uno recentemente che fa venire i brividi per l'indecenza e la spudoratezza). I professori dovranno ottenere l'abilitazione, anche questa su base concorsuale nazionale.
  • Dovrebbe finalmente entrare in funzione l'ANVUR, ma soprattutto agli studenti viene dato un maggiore potere di valutazione degli atenei. Finalmente il nucleo di valutazione d'ateneo non è in mano ai docenti dell'ateneo stesso (il controllore che valuta il controllato?) ma sarà costituito da una maggioranza di membri esterni.
  • Fissato un limite alla governance universitaria: tutto è a tempo determinato, basta rettori a vita, basta senato a vita, basta cda a vita. Pochi anni e poi via, si cambia: si distruggono in tal modo le relazioni di potere ed il voto di scambio all'interno delle università, soprattutto quelle più piccole. Stabilito anche un numero massimo di membri, per limitare l'assemblearismo.
  • Senato e CDA hanno finalmente ruoli chiari e distinti. Attenzione però a subordinare le scelte scientifiche del Senato alle decisioni di spesa del CDA.
  • Stabilita l'impossibilità per i parenti fino al quarto grado di entrare negli stessi dipartimenti dei professori e più in generale di entrare nell'università per i parenti del rettore: norma che presenta anche qualche punto non chiaro, ma che se ben regolamentata cancella finalmente parentopoli dall'università italiana.
  • Stabilito un percorso certo per i ricercatori: entri nell'ateneo con il tuo bel progettino valutato da una commissione che prevede anche studiosi stranieri di fama internazionale, se dopo un periodo massimo di 6 anni hai dimostrato di essere capace, diventi professore associato e liberi il posto per un altro ricercatore, altrimenti cambi lavoro. Basta ricercatori che hanno 60 anni con una produzione scientifica alle spalle quanto meno opinabile. Finalmente nelle nostre università torneranno professori con meno di 40 anni...
  • Viene favorita la mobilità interuniversitaria di docenti e ricercatori, ma soprattutto i fondi vengono legati al progetto che viene legato al suo responsabile: insomma vanno dove va lui.
  • Per legge viene stabilita l'adozione di un codice etico (che dà diritto a punire chi lo tragredisce) e impone maggiore trasparenza agli atenei. Finalmente potremo sapere come vengono spesi i soldi.
  • Il Governo si attribuisce la delega per riformare, in accordo con le regioni, la legge 390/1991 sul diritto allo studio. Si vuole intraprendere un percorso per spostare il sostegno direttamente agli studenti, onde favorirne anche la mobilità (in Italia ancora troppo bassa).
Cosa manca

  • La cooptazione all'americana, che rende quelle università tra le migliori del mondo. È prevista solo come possibilità, quando un ateneo vuole avvalersi della collaborazione di un luminare straniero.
  • Non è previsto un percorso che porti all'abolizione del valore legale del titolo di studio, percorso teorizzato come fondamentale per il mercato del lavoro già decenni fa da Luigi Einaudi. A parole tutti sono d'accordo, nei fatti nessuno ha il coraggio di cominciare. Puntare sulla qualità dei contenuti e non sulla carta.
  • Le risorse economiche devono essere investite, e non solo spese. Servirebbe un cambio culturale per passare dal quanto al come: è inutile spendere milioni di euro in atenei utili solo alle carriere politiche e/o dell'amico di turno.
  • Bene dare più potere a rettori e professori ordinari, ma soltanto se c'è un contraltare costituito dagli associati, dai ricercatori e dagli studenti: fornire agli ultimi soltanto poteri valutativi e costringere gli altri a rimanere in qualche modo legati al professore di turno può essere pericoloso. Soprattutto nel periodo di passaggio tra il vecchio sistema delle raccomandazioni e dei trucchi ed il nuovo del sorteggio e dei concorsi nazionali.
  • Il diritto allo studio passa nelle mani del Governo, che ora ha maggiori poteri decisionali, ma manca un percorso atto ad allargare la platea degli aventi diritto alle borse di studio e soprattutto ad aumentare il numero di costoro che possono accedere ai fondi: si dovrebbe coprire almeno il 20% degli studenti, per ora siamo fermi a poco più di 150.000 unità, maggiormente concentrate al centro-nord. Si attendono le proposte di modifica della legge 390/1991. In tal senso bisognerà anche capire come sarà potenziata la mobilità degli studenti fuorisede meno abbienti.
  • Qualche cambio anche nell'ambito dei dottorati di ricerca, ma solo a livello terminologico: è purtroppo sparita la dicitura che voleva almeno il 50% dei posti con borsa, quindi adesso potranno nascere anche scuole di dottorato senza borse di studio. Inoltre non viene stabilito con chiarezza il percorso formativo e scientifico del dottore di ricerca: scarsa è la spinta alla partecipazione alle attività di ricerca del dipartimento e all'internazionalizzazione con la partecipazione a seminari e convegni esteri (ad es. alla Sapienza è previsto un rimborso di €250: se io non avessi la borsa di dottorato non potrei partecipare a convegni esteri, pur se relativamente vicini come quello di Vienna).
I problemi
Ovviamente, per i teorici della demagogia statalista, questa riforma è in gran parte inaccettabile: chiamano privatizzazione il possibile ingresso nel CDA di manager provenienti dal mondo imprenditoriale italiano, dimenticando che è fissato un tetto massimo inferiore al 30% e che questo Paese ha un disperato bisogno di reinserire la sua formazione di terzo livello all'interno delle necessità del mercato del lavoro. La chiamata locale su lista nazionale dicono aumenterà la forza dei baroni: peccato che a questa viene affiancata la necessità della trasparenza e della valutazione: la voglio vedere l'Univ. "La Sapienza" che senza dare scandalo assume il professore con poche pubblicazioni e citazioni chiaramente "amico di" mentre lascia a casa il professore in grado di vincere grant a livello nazionale o europeo. Poi il Rettore diventerebbe il padrone assoluto dell'università, controllando di fatto il CDA che ha il massimo potere decisionale: peccato che anche in questo caso vi è la spada di Damocle dell'ANVUR e del meccanismo di valutazione che sposterà i finanziamenti distribuendoli a chi li merita: il Rettore che dovesse gestire per 6 anni l'Università come proprietà personale, si autodistruggerebbe da solo, oltreché arrecare un danno irreversibile allo Stato.
Ma i problemi non si risolvono così: contro gli ultrà socialisti e statalisti, per cui è o tutto bianco o tutto nero, ovvero solo ciò che pensano loro è giusto e santo, non c'è margine di discussione.
Chi tiene davvero all'Università italiana dovrebbe ragionare obiettivamente ed oggettivamente: una riforma serve, una riforma vera, organica, che affronti subito alcuni problemi cronici. La si approvi, poi si metta mano ai regolamenti attuativi per migliorare i punti poco chiari, infine si faccia una seria opera di valutazione della legge stessa, e la si modifichi laddove denuncia carenze. Ci sono 30 mesi di tempo dopo la sua approvazione: lasciamo la demogogia populista dei barbetta che vorrebbero far fallire FinMeccanica con il loro pacifismo da 4 soldi a chi vede saltare la propria carriera universitaria perché da domani le raccomandazioni non saranno più accettate...

Le menzogne
I motivi per protestare ci sono anche, ma è assurdo continuare a sentire la manfrina del taglio ai finanziamenti. Le università sono i settori meno toccato in Italia: nonostante le rette universitarie non siano state toccate, per il 2011 saranno in totale 6,9 miliardi di euro, quando erano 7 miliardi nel 2008 (finanziaria di centrosinistra). Nel maxiemendamento alla finanziaria è stato recuperato 1 miliardo di euro, di cui 800 milioni specificamente dedicati al fondo ordinario. Il fondo per le borse di studio è stato in parte recuperato: tanto per cominciare, si tratta di un fondo integrativo (le borse di studio sono di competenza regionale), per continuare nel 2011 vi saranno 100 milioni di euro previsti per le borse di studio ed i prestiti d'onore. Erano 99 milioni nel 2010: non solo il taglio del 90% è una bufala colossale (inizialmente era previsto un taglio del 75% che riduceva il tutto a 26 milioni di euro), ma alla fine addirittura c'è anche 1 milione in più.

domenica 15 novembre 2009

Come cambia la ricerca in Italia

Dopo l'università, il Ministro dell'Istruzione Gelmini firma un altro provvedimento ancora più importante: quello legato al tema della ricerca in Italia. Ancora una volta, la parola d'ordine è meritocrazia. Gli enti e le comunità scientifiche d'ora in poi dovranno mettere fine alle nomine politiche, e dotarsi di autonomia e responsabilità: redazione dei propri statuti, pianificazione triennale dell' attività, attraverso veri e propri business-plan, partecipazione al capitale di rischio, possibilità di chiamare «cervelli», organi di gestione più snelli. La selezione dei presidenti e dei componenti dei consigli di amministrazione avverrà attraverso una procedura pubblica, con candidature esaminate da un comitato di esperti di livello nazionale e internazionale. Compare anche in questo decreto il numero 7, ad indicare la quota di fondi per progetti speciali che verrà ripartita sulla base di criteri meritocratici. In tal modo si dovrebbe combattere la fuga dei cervelli, e magari cominciare ad attirare anche menti straniere, offrendo loro un sistema snello, meno burocratico e più attento alle esigenze della ricerca in senso stretto, giacché da ora parametro di riferimento per tutti sarà il Programma Nazionale della Ricerca (PNR).

Positivi i commenti dei responsabili dei principali centri di ricerca, dal CNR all'INGV agli altri. Come al solito l'opposizione sospende il giudizio (sempre meglio di certi sindacati contrari a prescindere), forse preoccupata che una fetta importante della sua base elettorale appoggi le riforme di un governo di centrodestra, forse preoccupata dalla fine delle nomine politiche o forse preoccupata del fatto che una delle riforme più importanti in ambito scientifico e culturale italiano dall'epoca del fascismo ad oggi porti la firma di un Ministro dal diverso colore politico. Insomma sempre e comunque contro, mai una volta che abbiano il coraggio di dire "una buona base su cui lavorare", come hanno fatto le persone intelligenti. L'esame in Parlamento per la conversione in legge dovrà correggere gli eventuali punti di criticità che venissero sollevati al termine dell'analisi della portata del testo proposto.

Tale decreto si bassa sulla legge-delega del 27 settembre 2007 n. 165 che dava mandato al Governo di riordinare gli enti di ricerca. Il testo del DL è stato presentato nel Consiglio dei Ministri n. 69 del 12/11/2009.

venerdì 2 gennaio 2009

2009: ripartire per una Università migliore

Certamente il 2008 è stato un anno molto difficile per l'istruzione terziaria italiana. Il cambio di Governo ha portato con sé anche un netto cambio di rotta: basta con le vecchie regole, basta con i finanziamenti a pioggia, basta con l'università dei poteri forti e delle baronie. Sarebbe sciocco non dire che il problema si poteva affrontare meglio e con una comunicazione più tempestiva, invece di approvare la legge di bilancio e poi lasciare che facesse il suo corso: lo scontro con le parti interessate è stato duro e frontale, anche se poi non ha prodotto niente altro che qualche ammaccatura. Quello che color signori non hanno voluto capire è un concetto molto semplice che cerco di riassumere in poche righe:

  • l'Università italiana non è eccellente, non produce risultati apprezzabili e come già disse il Governo Prodi nelle sue analisi può fare le stesse cose con il 10% in meno dei fondi statali

Non ci si può infatti sempre nascondere dietro i 2-3 poli di eccellenza del nostro Paese, perché i poli di eccellenza li troviamo anche in Cile. Di fronte alla legge di bilancio, l'oramai famosa 133, tutti hanno gridato allo scandalo denunciando il duo Gelmini-Tremonti come dei barbanera con le forbici che guardano all'Università soltanto come un sistema dal quale fare cassa. Ammesso e non concesso che sia vero, sempre meglio che guardare ad essa come un sistema di potere, nel quale piazzare amici, parenti e raccomandati di ogni genere.

Il libro del prof. Perotti, L'Università truccata, è il perfetto esempio della malagestione tutta italiota dell'Università nostrana: non di certo un libro governativo, ma un libro che presenta dati di fatto, inchieste della magistratura e le tante nuove idee che servirebbero a rilanciare questo stanco settore, che produce sempre più umanisti della comunicazione e sempre meno scienziati in un Paese che invece chiede a gran voce il contrario.

È vero, il 10% di tagli in 5 anni non sono bazzecole, ma non sono neanche una catastrofe se ci si saprà organizzare in tempo: inutile gridare alla mancanza di fondi quando a Messina con i soldi pubblici si tappezzano con arazzi e divani in pelle gli uffici, oppure a Siena si affittano gli attici in piazza del Campo per vedere il Palio; inutile gridare alla mancanza dei fondi per la ricerca se poi si finanziano attività sull'asino dell'Amiata, oppure si danno €500.000 per ricerche di filosofia, lasciando i ricercatori pisani che indagano sulle staminali con miseri €27.000. E cosa dire di un sistema che destina più del 90% dei propri fondi allo stipendio del personale? A questi parrucconi si dovrebbe dire: "prima utilizzate al meglio i soldi che abbiamo, poi parliamo di aumentare tali fondi". I paragoni con Paesi come Francia e Germania servono solo come specchietti per le allodole: noi spendiamo la metà perché abbiamo il doppio del debito pubblico. Per di più abbiamo un sistema di gestione peggiore e nettamente differente. Cosa dire di quelle Università dove si entra nei dipartimenti e si legge "figlio di", "moglie di", "parente di" per il 70% del personale? A cosa serve aumentare i fondi a questi dipartimenti se non ad assumere un nuovo genero?

Tagliare i fondi non risolverà la situazione, ma almeno impone ai rettori delle scelte: il Magnifico della Sapienza, Frati, ha deciso di tagliare lo stipendio a chi non fa ricerca, di diminuirlo a chi non pubblica, di bloccare gli scatti di anzianità a chi non si comporta con la dovuta deontologia professionale. Senza quei tagli questo non sarebbe avvenuto, e si sarebbe andati avanti come da 20 anni a questa parte. È anche disinformazione allo stato puro continuare a ripetere che i tagli sono a pioggia: con l'ultimo decreto il Ministro Gelmini ha posto dei paletti, ha destinato un cospicuo fondo da ripartire per "meriti", ha guardato con attenzione al mondo del precariato della ricerca creando delle vie preferenziali per l'assunzione di giovani ricercatori e più in generale per un ricambio generazionale all'interno di un mondo che da piramidale qual'era e quale dovrebbe essere si è trasformato in cilindrico, con sempre più professori e sempre meno ricercatori.

È finito il tempo delle vacche grasse in cui ognuno si abbevera alla fonte dello Stato, del finanziamento pubblico: lo statalismo è quel cancro che ha portato l'Italia nell'odierna situazione, dove i figli pagano oggi il benessere dei padri di ieri. Lo Stato taglia i fondi? Ma allora perché scappare anche da quelli privati? Il Sole 24 Ore ha pubblicato un dato OCSE che mostra come il finanziamento dell'industria privata in Italia sia calato dal 3,8% all'1,8% nel giro di 10 anni, mentre nel resto d'Europa si è mantenuto invariato sulla media del 5%, in Russia ed in Cina è addirittura aumentato, passando nel primo caso dal 25% al 30% e nel secondo caso superando la soglia del 35%.

Come non parlare infine delle nuove regole: i concorsi con l'estrazione dei docenti hanno dato una bella botta a quel sistema di favori e controfavori per la promozione di gente "fidata". Di pochi giorni fa è la notizia che la Guarda di Finanza, in una delle inchieste che coinvolgono l'ateneo di Bari, ha trovato un'agenda nella quale un professore scriveva per filo e per segno tutti i candidati da aiutare, con caratteristiche e favori da elargire. Anche questo è un segno di come si vuole cambiare l'università, di come si cerca di ripristinare quell'antico concetto del "merito" oggi abbandonato a favore dell'università dell'uguaglianza, un concetto caro ai comunisti che ha distrutto tale sistema relegandolo agli ultimi posti rispetto a quello dei Paesi nostri concorrenti.

E poi ancora tante nuove idee, proposte e disegni di legge (in parte già approvati) per rendere tale sistema più dinamico, con una maggiore edilizia studentesca e con una maggiore possibilità di mobilità sociale reale e non presunta come oggi.

Ecco forse davvero, con queste rinnovate premesse si può guardare al 2009 come l'anno per il rilancio dell'Università italiana. Auguriamocelo tutti.

Buon 2009!

mercoledì 3 dicembre 2008

Libertà e rigore per l'università

Di Ernesto Galli della Loggia per corriere.it

Più di un segnale lascia credere che oggi è forse diventato possibile per l'Università italiana aprire una pagina nuova. C'è finalmente un ministro determinato, incline a scelte di razionalità e di buon senso, capace di non farsi intimidire dalle solite sparute minoranze protestatarie. C'è anche un'opposizione che sembra aver capito l'errore della politica del rifiuto, che appare saggiamente riluttante a sposare le agitazioni delle minoranze di cui sopra, e anzi è forse pronta a dialogare con la maggioranza.

La spinta riformatrice è oggi aiutata, infine, da un’opinione pubblica che si è massicciamente convinta che l'Università così com'è non può andare avanti, che bisogna che cambi e subito. Questa opinione pubblica ha in gran parte capito che la questione dei «tagli» di bilancio, sebbene cruciale, non può tuttavia essere disgiunta da una contemporanea, profonda, revisione dell’istituzione universitaria. Sono ormai chiare, e largamente condivise sia dentro che fuori l'Università, le quattro direzioni in cui il ministro Gelmini intende molto verosimilmente andare: a) una drastica riduzione del numero dei corsi di laurea e del numero degli esami necessari per ogni corso di laurea, cresciuti oltre ogni ragionevolezza (per una tesi triennale si può arrivare attualmente a dover sostenere trenta esami!), nonché della possibilità per gli Atenei di aprire sedi distaccate; b) prevedere per il reclutamento dei docenti universitari l'istituzione di un concorso d'idoneità nazionale, facendola finita con il localismo degli ultimi 15 anni che tanti danni ha fatto; al tempo stesso, per ciò che riguarda il reclutamento dei ricercatori, destinato a subire senz'altro un notevole incremento, far precedere il loro ingresso in ruolo da un periodo di prova di 4-5 anni; c) impedire che, come accade adesso, all'interno dei singoli atenei le stesse persone occupino per anni e anni i posti di governo, ma contemporaneamente dotare i rettori di strumenti più efficaci di gestione; d) accorpare infine i dottorati di ricerca post-laurea, oggi disseminati in pratica in ogni dipartimento, e spesso dotati di non più di due-tre posti, riqualificandone la funzione soprattutto attraverso l'obbligo di impartire una docenza vera e non fittizia come in troppi casi è quella attuale.

Si tratta, ripeto, di provvedimenti che oggi possono raccogliere un consenso vastissimo. Che vanno accompagnati da uno spirito nuovo che il ministro deve riuscire a immettere nella politica universitaria: uno spirito di libertà e insieme di rigore. Perché ad esempio non lasciare ogni facoltà libera di insegnare Diritto o Filosofia o Chimica nel numero d'anni che essa ritiene idoneo e impartendo gli insegnamenti che essa giudica necessari, fatti salvi alcuni pochi stabiliti dal Ministero? Non sarebbe questo un modo di cominciare a introdurre un po' di sana competitività nel sistema? Il rigore deve invece riguardare il fondo di finanziamento annuale dello Stato alle varie Università, il quale deve dipendere in misura crescente da accertati criteri di sana gestione e da altrettanto accertati risultati nell’ambito della ricerca scientifica. Basterebbero questi provvedimenti a migliorare in misura significativa la condizione dell'Università italiana: se il ministro Gelmini li adotterà sarà riuscita in un'impresa che, è bene ricordarlo, negli ultimi trent'anni non è riuscita a nessuno dei suoi predecessori.

venerdì 28 novembre 2008

Ricerca: l'Onda anomala e l'aria fritta

Cari lettori, come molti di voi sapranno nel periodo di massima protesta degli studenti universitari si è contestualmente svolta un'assemblea aperta in quel della Sapienza dove 3000 studenti (secondo gli organizzatori) avrebbero discusso su alcune linee guida di riforma dal basso, producendo 3 documenti. La loro lettura è estremamente interessante e soprattutto rivela il grado di cultura (basso) e di ideologia (altissimo) di chi ha scritto quei documenti. Intervengo con ritardo perché in questi giorni sono stato altrimenti impegnato.

Partiamo dalla ricerca. Nel relativo testo si legge un po' di tutto, andiamo con ordine:

  • Indipendenza ed autonomia della ricerca: socializzazione dei risultati della ricerca, democratizzazione dell'accesso ai fondi anche per i dottorandi, tutela libera e non commerciale (GPL vs brevetti).
Fumosità ai massimi livelli: come è possibile valutare l'impatto di una ricerca sulla società? Con quali parametri? In che modo si dovrebbe democratizzare l'accesso ai fondi per tutti i soggetti interessati (financo ai dottorandi!)? Nulla, silenzio assoluto...
  • autonomia della ricerca e nuovo modello di valutazione, legato alla rendicontazione sociale e disgiunto dai bilanci, dai brevetti e dalle pubblicazioni
Mi chiedo se chi ha scritto questo documento abbia ben capito di cosa parla oppure, per il semplice fatto di usare dei "paroloni", pensa automaticamente di aver scritto concetti elevati...
  • reddito per tutti e per qualunque attività, dai dottorandi fino ai praticantati
Magari in un quarto documento ci faranno sapere con quali risorse...
  • abolizione dei dottorati senza borsa
Questa è una delle idiozie più grosse che abbia mai sentito: non solo in tal modo si trasforma il titolo di Dottorato nell'unico binario di accesso alla docenza universitaria e lo si giudica invece inutile per la società nel suo complesso. Allo stato attuale, si tratterebbe di abolire almeno il 40% dei posti di dottorato disponibili (per legge devono essere coperti al 50% da borse, quindi esiste almeno un 40-50% di posti senza borsa). Dunque, invece di liberare tali posti dal gioco del concorso come avviene all'estero (presento un progetto e l'università valuta se accoglierlo oppure no, tanto la ricerca la pago da me), li si vuole direttamente abolire. Oggi, l'ultimo posto in un concorso di Dottorato è l'unica possibilità che hanno i meritevoli di accedere, visto che i posti con borsa sono occupati dagli "allievi di": abolirli significa nepotizzare ancora di più permettendo un controllo ancora più capillare e maggiore l'accesso alla docenza universitaria.
  • abolizione del turnover, contratto unico di lavoro subordinato al termine del dottorato, ruolo unico nella docenza
Qui si sfiora la follia: il blocco del turnover serve ad impedire che università che sono fuori legge spendendo oltre il 90% in stipendi continuino a reclutare docenti senza poterlo fare; serve ad impedire che lo Stato italiano spenda un mucchio di soldi in stipendi che potrebbero essere reinvestiti in attività di ricerca, soprattutto in un momento come questo dove la liquidità scarseggia.
  • partecipazione dei ricercatori precari e dei dottorandi ai processi decisionali dell'università tramite rappresentanti eletti
L'unico punto sul quale mi sento di concordare
  • riformare l'università guardando all'estero ma scartando subito il modello anglosassone che ha fallito in Inghilterra e negli Stati Uniti
Sarebbe interessante capire sotto quale punto di vista il modello anglosassone ha fallito: poca ricerca, poca mobilità sociale, dov'è che è sbagliato? Poi, a quale modello europeo bisognerebbe guardare, quello francese, quello tedesco, quello svedese, quello lituano o magari ungherese?

Infine, nelle righe finali abbiamo la chiave di lettura: «Una molteplicità di strade ma molte di più, pensiamo, sono quelle che usciranno dalla fantasia di questo movimento, dalla forza della partecipazione che lo sta facendo vivere, dalla capacità di sperimentare percorsi nuovi che ha mostrato in questi giorni di mobilitazione».

Se si dovesse giudicare un movimento dalla sola partecipazione, l'Onda ha fallito in tutto e per tutto. Concordo sul fatto che solo la "fantasia" poteva produrre una tale massa di paroloni senza senso, dalla rendicontazione sociale, alla democratizzazione, alla gerarchizzazione: appunto, aria fritta e probabilmente anche un po' marcia.

Si parla di concorsi ma non di come riformarli (va bene il sistema attuale quindi? Panico...), non una parola sulla valutazione della ricerca e della didattica, per la quale anzi si rifiutano sia i brevetti che le pubblicazioni (avessero almeno spiegato come parametrizzare la socialità della ricerca!), si chiedono più soldi, molti più soldi, ma non si dice una parola su come reperirli, visto che si rifiuta il supporto del settore privato. La natura dell'estensore si appalesa per quello che è: un mix di concetti veterocomunisti e veterosessantottini, che gli Italiani hanno rifiutato a stragrande maggioranza e che hanno già distrutto l'università oltre ogni più fosca apparenza. Vivere sulla nube di Oort e poi pretendere di "autogestire" la riforma di un settore così complesso e vitale per il Paese è uno sport estremo che non deve avere patria in Italia. Colgo con grande favore la rinuncia dell'Onda a presentarsi alle elezioni universitarie della Sapienza, dove le formazioni di centrodestra (non tutte legate ai partiti di Governo, giova ricordarlo) hanno ottenuto un successo netto e probabilmente non preventivabile: meglio così, meno potere decisionale hanno i sinistrorsi, meglio sarà per il Paese.

Quando poi passeremo ad analizzare il documento sulla didattica, beh allora ci sarà spazio anche per le scimmie da circo...

lunedì 27 ottobre 2008

Domande e risposte sull'università

Le proteste di questi giorni rappresentano uno dei più grandi movimenti studenteschi di mobilitazione da 30 anni a questa parte, movimenti autonomi e non legati a partiti politici o interessi sindacali. Per quale motivo il Governo non ha avuto alcun dialogo e non ha alcuna intenzione di iniziarlo? Per la verità, seppure onestamente in ritardo, la Ministro Gelmini ha convocato gli studenti, ma le associazioni studentesche di sinistra hanno annunciato di sedersi al tavolo soltanto se il Governo avesse ritirato le sue norme. Tutta questa storia appare come il muto (Governo) che vuole parlare ad un sordo (studenti). Sul fatto che sia un grande movimento ho tuttavia qualche perplessità: qualche migliaio di ragazzi rappresentano una parte notevole perché trasversale nella Penisola ma assolutamente minoritaria rispetto al totale degli studenti universitari. Se poi 20 giornalisti seguono la protesta di 30 studenti mentre non scrivono una parola sui restanti 9000 iscritti regolarmente a lezione, la stortura mediatica appare in tutta evidenza. Sarebbe inoltre opportuno capire come mai oggi si assiste in televisione a questa "grandiosa" protesta, con tanto di occupazioni, marce e manifestazioni più o meno giornaliere, e nulla di tutto ciò si è visto negli anni di governo del centrosinistra: chi ha occupato quando Padoa-Schioppa cancellava 87 milioni di euro dalla ricerca per darli agli autotrasportatori? Chi ha occupato quando il Governo Prodi II esordì con un taglio di 200 milioni di euro? Come si fa a negare allora che la protesta non abbia alla base alcuna impostazione ideologica, ma sia autonoma? Autonoma rispetto a cosa? Non si è autonomi rispetto ad alcuno se poi si pensa con la sua testa...

Veniamo al dunque: va bene che il Ministro Tremonti si impegni a far quadrare i conti pubblici, ma l'università e la ricerca non sono un costo da tagliare. Noi studenti non vogliamo pagare la crisi dei politici. In un momento di recessione economica internazionale, il primo compito di un Governo è far quadrare i conti pubblici: in un Paese come l'Italia, che "vanta" il terzo debito pubblico del mondo, con un rapporto deficit/PIL del 103%, tale imperativo non solo si fa pressante ma addirittura categorico, e questo indipendentemente dal fatto che la UE ci costringa (tramite un accordo sottoscritto dal Governo Prodi II) a rientrare sotto il 100% entro il 2011. Gli studenti stanno già pagando la crisi internazionale nel momento stesso in cui essa si riversa sulle famiglie e sulla società. Contenerne gli effetti sull'economia reale sarà il compito difficile della politica. I tagli all'università diventano necessari nel momento stesso in cui i bilanci di queste istituzioni sono, come da tutti riconosciuto, finiti fuori controllo: sforbiciare è possibile, e se soltanto si scorresse la lista degli sprechi portati avanti in questi anni ogni studente si accorgerebbe di quanto male amministrata sia l'università e del perché il problema non sono i finanziamenti ma semmai l'esatto contrario, cioè i troppi finanziamenti che hanno messo a disposizione masse di soldi utilizzate per fini clientelari, per regalare posti di lavoro a parenti ed amici, per affittare appartamenti su Piazza del Campo a Siena per vedere il Palio, oppure per acquistare un terreno destinato a fini agrituristici in quel di Firenze, milioni di euro che potevano essere tranquillamente reinvestiti in progetti di ricerca.

Sia come sia, il 10% dei tagli rischia di bloccare la didattica, di far chiudere i laboratori. Quali sono le finalità che inducono il Governo a correre questo rischio? Innanzitutto, dati alla mano, la riduzione dei finanziamenti è del 3%. Evidentemente non bazzecole, ma se un taglio del 3% porta alla chiusura delle università italiane significa che queste sono state amministrate così male che gli studenti invece di protestare contro il Governo dovrebbero chiedere a gran voce le dimissioni dei Rettori e dei baroni incompetenti che hanno portato allo sfascio il mondo universitario. Invece, si nota una strana quanto perversa unione tra queste due categorie, una unione che sfida la logica razionale di ogni essere umano dotato di minimale buon senso.

Come la mettiamo con il fatto che i tagli sono a pioggia? Se volete premiare la meritocrazia, perché tagliate allo stesso modo ai virtuosi ed agli incompetenti? Allo stato attuale, essendosi ancora in regime di finanziaria 2008, non vi è stato alcun taglio ai fondi per l'università. Dunque, il fatto che i rettori virtuosi ed altri si lamentino di ciò, è destituito di fondamento, nel senso che la Ministro Gelmini ha pubblicamente dichiarato, in una intervista in giugno a Repubblica (che è sì un giornale di regime, ma contrario all'attuale Governo), che si dovranno cercare misure idonee a ripartire i tagli del 2009 e soprattutto si stanno cercando dei soldi per creare un Fondo di Finanziamento Straordinario che limiti le perdite per gli atenei migliori.

Passiamo alla riforma Gelmini: con essa si vuole distruggere l'università italiana. Andiamo con ordine: non esiste alcuna "riforma Gelmini" ed oltre a ciò il DL 137/2008 non prevede nulla che riguardi l'istruzione terziaria. Le poche norme che la riguardano sono incluse nelle tabelle allegate alla legge 133/2008 che costituisce il documento di programmazione economica e finanziaria dell'attuale Governo: si tratta di due articoli, il 16 ed il 66, intesi a regolare la trasformazione delle università in fondazioni private ed il blocco del turn-over al 20% fino al 2012. Soltanto un articolo del decreto Gelmini riguarda le SSIS, cioè lo sblocco dell'entrata in graduatoria del IX° ciclo, precluso dal Governo Prodi II nonostante l'apertura del ciclo stesso: si vuole quindi riparare ad una vergogna giuridica prodotta dalla sinistra nel più assoluto silenzio.

Ecco, proprio l'art. 16! Il Governo vuole cancellare l'università pubblica: la ricerca sarà in mano a privati senza scrupoli che la indirizzeranno dove crederanno più opportuno, aumenteranno le tasse a dismisura e quelle università che non avranno la capacità di trasformarsi dovranno chiudere. Un bell'esempio di scuola per ricchi insomma... Insomma, la legge va letta e va interpretata per quello che c'è scritto sopra, non per pura ideologia di parte e per fare terrorismo culturale. È necessario anche qui andare con ordine: la possibilità di trasformarsi in fondazioni di diritto privato è già attualmente regolata dal decreto 254/2001 licenziato dal Governo D'Alema (e confermata dal Decreto Bersani del 2006). Le fondazioni di diritto privato hanno particolari agevolazioni sul regime fiscale, in pratica pagano meno tasse sui soldi incassati: già oggi alcune università hanno fatto questo passaggio, alcune molto note quali l'Ateneo Alma Mater di Bologna o la IULM di Milano (che era già privata) o ancora il Politecnico di Milano. Il caso della IULM ci aiuta a fare chiarezza su un punto: università privata e fondazioni di diritto privato non sono la stessa cosa. Va chiarito a gran voce inoltre che la trasformazione di una università in fondazione non equivale in alcun modo alla vendita: è FALSO che le università verranno vendute a privati che ne potranno fare quel che vogliono, sia perché nessun privato al mondo può mettere in campo i capitali necessari a comprare un ateneo (che sul mercato verrebbe quotato a parecchi miliardi di euro), sia perché si parla esplicitamente di "trasformazione", la cui decisione è in capo al Senato accademico all'unanimità, la decisione andrà approvata dal Ministero delle Finanze di concerto con quello della Pubblica Istruzione che dovrà poi emanare il decreto, i quali continueranno a svolgere un ruolo di vigilanza (comma 10), e la contabilità sarà comunque controllata dalla Corte dei Conti (comma 11). Le fondazioni inoltre non potranno perseguite fini di lucro e non potranno in alcun modo gestire i dividendi se non a favore della struttura stessa. Oltre a tutto ciò, alle fondazioni si continueranno ad applicare le regole delle università statali (comma 14). Si tratta in ogni caso di una legge che in mancanza di regolamenti attuativi non potrà essere portata a termine: è per questo motivo che si attende l'approvazione di un disegno di legge specifico in tal senso e largo consenso si sta avendo, trasversalmente in parlamento, sul disegno del senatore Rossi (PD). Per quanto riguarda le tasse versate dagli studenti, detto che alle fondazioni si applicano le norme statali, esse continueranno ad avere un limite per legge del 20% rispetto al finanziamento ordinario annuale (regolamento 305/1997) e non vi potrà essere dunque nessun aumento indiscriminato: le università che dovessero aumentare le rette studentesche sono quelle che ancora non hanno raggiunto questo limite. Le università che non dovessero avere le forze per trasformarsi (che è una facoltà e non un obbligo) continueranno a giovarsi dei fondi statali (comma 9): anzi, siccome i finanziamenti privati concorrono alla valutazione della perequazione, è anche possibile che alcune di queste università arrivino ad incassare più soldi pubblici.

Il turn-over bloccato al 20% destabilizzerà la didattica, aumenterà il precariato, eviterà l'assunzione di giovani ricercatori e impedirà loro di evolvere nella carriera. Così si distrugge l'intero sistema! Negli ultimi anni, i corsi universitari sono più che raddoppiati, raggiungendo quota 5500 a fronte di una media europea che viaggia intorno ai 3000. Questo significa che nonostante i tagli del FFO effettuati dai Governi degli ultimi anni, rettori e presidi hanno preferito utilizzare i soldi per moltiplicare le cattedre piuttosto che finanziarie le ricerche: è stata dunque una libera scelta di chi governa le università e non certo di chi governa il Paese. È anzi probabile che se il Ministero avesse elargito più fondi, essi sarebbero stati utilizzati per moltiplicare ancora più intensamente i posti di potere accademico. Una scorsa ai dati può essere utile: negli ultimi anni sono stati banditi posti per 13.000 professori, ma dichiarati idonei in 26.000, uno scherzetto che è costato all'erario 300 milioni di euro in barba alle leggi vigenti. Il rapporto docenti/studenti è tra i più alti del mondo, 1:9 normalizzando i dati a disposizione, più alto dunque rispetto a quello della Gran Bretagna, fermo a 10,4. Questa moltiplicazione ha alimentato le diseguaglianze: premiando l'anzianità invece che il merito, un docente ordinario a fine carriera può arrivare ad un rapporto rispetto al giovane ricercatore di ben 4,5 a 1. Inoltre, lo stipendio tipico di un ordinario è superiore anche del 95% rispetto allo stipendio di un collega americano di livello master, e questo indipendentemente dalla sua produzione scientifica, in quanto gli scatti di stipendio sono in funzione esclusiva dell'anzianità di servizio. La moltiplicazione delle cattedre e delle sedi ha inoltre fatto lievitare a dismisura il costo per alunno frequentante a tempo pieno, portandolo a 16.000$, cioè il quarto più alto del mondo: se si riuscisse a risparmiare anche solo 1000$ le università libererebbero fondi per almeno 500-600 milioni di euro, cioè una quota di gran lunga superiore a quella prevista dal taglio del Ministro Tremonti per i prossimi anni. C'è infine da dire che non viene preclusa alcuna carriera accademica: il blocco del turn-over funzionale alla stabilizzazione del numero dei docenti che negli ultimi anni è aumentato del 25% a fronte dell'aumento dell'8% del numero di studenti si attuerà soltanto fino al 2012.

Tutta questa storia porterà comunque ad allargare la forbice tra nord e sud del Paese! La favoletta che ogni legge del centrodestra penalizzi il sud a favore del nord è oramai stata smascherata da molti anni, ed infatti non ci crede più nessuno, né al sud né al nord. Le università del sud hanno centri di eccellenza a livello nazionale importanti: solo che sono dominate da baroni che applicano regole clientelari, per cui è facile incontrare all'interno della stessa facoltà fino al 50% di docenti con lo stesso cognome oppure regolati da vincoli di parentela di I° grado. Non sarà dando più soldi all'università che si eviterà questo sconcio, perché più soldi significherà soltanto più figli di baroni in cattedra. Per la verità, l'unico modo di cancellare questo schifo è mettere mano seriamente all'università italiana, modulando in modo diverso i finanziamenti (ad esempio collegando parte degli stessi a specifici ricercatori), tenendo conto di meriti acquisiti sul campo (valutabile tramite la bibliometria, metodo incompleto ma attualmente l'unico disponibile e valido indistintamente per tutto il mondo), e premiando innanzitutto quegli atenei che negli ultimi anni non hanno sperperato i loro fondi nella moltiplicazione evangelica delle cattedre. Le università del sud non potranno che avvantaggiarsi di questo sistema, perché se si applicano criteri internazionali nella valutazione delle università (e non soltanto criteri concorsistici di dubbia validità e meriti di anzianità e non di produzione), esse potranno partire alla pari con le grandi università del Paese, impostare progetti di ricerca ed attirare fondi sia statali che privati reclutando così ricercatori stimati a livello internazionale che faranno salire, in un circolo vizioso positivo, il livello dell'ateneo.

In ogni caso, così facendo si favoriscono i ricchi e non i poveri. Basta leggere i dati per scoprire che oggi, anzi da molti anni, l'università egalitaria è un mito puro e semplice: le statistiche internazionali infatti ci dicono che il sistema italiano è fatto in modo che le tasse dei poveri finanziano l'università gratuita per i ricchi: infatti, soltanto l'8% del quintile più povero del Paese accede all'università, contro il 13% degli USA; di rimando, ben il 24% del quintile più ricco del Paese vi entra. È significativo constatare come nell'ideologia di sinistra venga additato come sistema elitario quello statunitense e come sistema egalitario quello italiano, laddove ogni misurazione in tal senso dimostra il contrario. Inoltre, negli USA il merito è premiato davvero e sul serio, non come in Italia, cosa che permette una mobilità sociale che invece nel Bel Paese è limitata da tanti anni. Invece di rincorrere il mito dell'università gratuita, si rincorra la realtà dell'università meritocratica, dove chi vi insegna ha acquisito il diritto di farlo per competenze e non per nome, dove chi vi studia va avanti perché se lo merita e non perché il papà può pagare la retta anche se il figlio poltrisce e basta. L'attuale sistema, iniquo ed inefficiente, potrebbe essere facilmente superato con l'introduzione del concetto che il capitale umano va pagato, e chi non può permetterselo accede a borse di studio e prestiti mirati: lo Stato così risparmia soldi, li reinveste nelle università stesse innalzando il livello di istruzione e di ricerca e gli studenti meritevoli. L'aumento delle tasse universitarie non è il diavolo: gli atenei sarebbero costretti ad offrire servizi eccellenti onde evitare di perdere studenti (e quindi soldi), e più il servizio è eccellente più studenti vi si iscriveranno. I soldi incassati dalle tasse di chi può permetterselo serviranno ad istituire un fondo a favore dei meno abbienti, attraverso un sistema complicato da spiegare in poche righe ma splendidamente espresso dal prof. Perotti nel libro spesso citato in questo blog. Lo Stato garantirebbe con i soldi risparmiati anche quella mobilità sociale che è garanzia primaria di questa rivoluzione: se uno studente è costretto a rimanere nell'università più vicina perché non vi sono alloggi nell'univeristà prescelta, il sistema non funziona. In poche parole, cambiare sistema per cambiare l'università italiana, ma questo non è il compito di una finanziaria dello Stato ma di una profonda riforma del ministero competente: per ora sul tavolo non c'è nulla, quindi le obiezioni in tal senso andranno espresse quando nell'arco dei prossimi mesi la Ministro Gelmini presenterà un disegno di legge in tal senso.

martedì 21 ottobre 2008

Qualche dato sulla ricerca universitaria

Professori in piazza contro la Gelmini. Studenti aizzati e fomentati a protestare contro qualcosa che neanche conoscono. Ricercatori che pensano soltanto al loro posto di lavoro e al loro stipendio invece di guardare al sistema Italia. Qualche dato impressionante sulla ricerca in Italia, ed evidentemente non è solo colpa dei mancati finanziamenti: Dal documento di Lorenzo Marrucci, prof. all'Univ. Federico II di Napoli, del 2004 il numero di pubblicazioni scientifiche apparse sulle due riviste scientifiche più prestigiose, cioè Nature e Science. Il periodo di riferimento è il decennio 1994-2003. Questo numero è poi rapportato al numero di docenti di ciascun ateneo (al 2003) il cui campo di studio rientra tra quelli rappresentati su queste riviste. In questo modo si ottiene il numero medio di articoli pubblicati su Nature e Science per ogni docente, limitatamente ai docenti dei campi appropriati, in modo da rendere la classifica indipendente dalle dimensioni dell’ateneo. Sopra l'indicatore 10 troviamo Trieste SISSA: 29 docenti, 14 articoli pubblicati per un valore di 48,3; Normale di Pisa: 32 docenti, 8 articoli pubblicati per un valore di 25; Milano San Raffaele: 52 docenti e 7 articoli pubblicati per un valore di 13,5. Tutti gli altri a livelli infini, citandone due a titolo di esempio si può prendere Roma La Sapienza: 2491 docenti, 57 articoli pubblicati per un valore di 2,3; Bologna: 1441 docenti, 19 articoli pubblicati per un valore di 1,3. Ecco le note dolorose del confronto con gli USA e l'UK. Univ. di Harward: 1200 docenti, 1142 articoli pubblicati per un valore di 95,2; Univ di Berkeley: 650 docenti, 576 articoli pubblicati per un valore di 88,6; Univ. di Oxford: 670 docenti, 416 articoli pubblicati per un valore di 62,1. Penso che sia più che sufficiente...