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sabato 13 dicembre 2008

Scuola, maestro unico: nessun dietrofront

Di Emanuela Fontana per ilgiornale.it

Roma - L’accusa: rinviate di un anno la riforma delle superiori, il maestro unico potrebbe essere scelto, di fatto, da pochissime famiglie. Ministro Gelmini, la marcia indietro sulla scuola, lei dice, non c’è. Perché? «Non c’è stata nessuna marcia indietro del governo: il modello educativo di riferimento resta il maestro unico. Il modulo risulta definitivamente archiviato. Quell’anomalia italiana per cui sostanzialmente c’erano tre insegnanti ogni due classi non esiste più. Non ci sono più le compresenze e, come aveva garantito il presidente Berlusconi, ci sarà possibilità di scelta per le famiglie».

Il presidente Berlusconi ha detto oggi che «può darci si siano stati errori di comunicazione» nel governo sulla scuola. Cosa significa maestro prevalente ed è, o no, sinonimo di «unico»? «Il presidente Berlusconi si riferiva alla disinformazione della Cgil e della sinistra. Dobbiamo evitare di permettere di fare una campagna di disinformazione che crea un allarmismo ingiustificato. La volontà di far partire la riforma della scuola secondaria nel 2010 deriva dal fatto che non vogliamo più permettere che si faccia della mistificazione sulla scuola».

A proposito di comunicazione, ora lei sta puntando sulla rete. Ha aperto un canale su YouTube, sul social network Facebook più di 18mila sostenitori si sono iscritti al suo fan club. Andrà avanti per questa strada sul modello «americano»? È questa la nuova comunicazione ai ragazzi e ai genitori? «Assolutamente. Ma è in particolare sulla riforma del secondo ciclo che daremo una comunicazione precisa a tutte le famiglie».

Spedirete libri, brochure, a casa? «Questo non si può dire, ne parleremo quando presenteremo i regolamenti. La comunicazione alle famiglie riguarda soprattutto le novità della scuola secondaria. Prima di applicarle occorre aspettare un anno di tempo indispensabile per far in modo che ci sia lo spazio per le famiglie di essere informate».

Oltre alla riduzione a 11 del numero di indirizzi degli istituti tecnici cosa cambierà per i licei? «Ne parleremo quando presenteremo i regolamenti».

Parliamo di maestro unico e prevalente nella scuola elementare, allora. «Se le famiglie scelgono l’orario delle 24 ore, il maestro è unico».

Ma ci saranno molte famiglie che sceglieranno questa formula minima, con l’aumento del numero delle donne lavoratrici? Forse al sud sarà più utilizzato? «Esattamente, ora avviene così». E se si sceglie il modulo a 27 ore, 30 o 40? «Più aumenta il monte delle ore e più il maestro diventa prevalente. Oltre un certo numero di ore viene affiancato un altro insegnante. Andiamo incontro alle esigenze delle famiglie per il quadro orario. Ma rimane fermo il modello del maestro unico e l’abolizione del “modulo”. E preciso che per ogni ora di lezione verrà pagato un solo insegnante».

Maestro unico e scelta dell’orario, va bene. Ma perché allora i sindacati dicono che è merito loro? «A me fa piacere che ci sia un’apertura del sindacato e che si possa riprendere il dialogo, ma questo non avviene perché la riforma è cambiata, la riforma è la stessa ma il sindacato ha aperto al dialogo. Il nostro progetto di scuola non è cambiato, è lo stesso del decreto Gelmini di settembre, oggi legge. È lo stesso del Piano di attuazione di novembre. È lo stesso della manovra triennale. È la sinistra che oggi fa retromarcia dopo una fallimentare campagna di disinformazione».

Nei consigli studenteschi delle università ormai il centrodestra sembra stia rubando le maggioranze alla sinistra. Addirittura alla Sapienza c’è stato il ribaltone... E allora perché non si riesce a far passare un messaggio e la voce grossa è quella della piazza? «Quello che sta avvenendo nei consigli studenteschi sta a significare che accanto agli studenti che protestano ce ne sono molti altri che non lo fanno. Io rispetto coloro che vanno in piazza, ma mi sento di riconoscere che sono molti di più coloro che non lo fanno».

Lei si è data un anno per comunicare, per spiegare, esponendosi all’accusa di fare marcia indietro. Crede che basterà un anno per togliere la scuola dalla «disinformazione della sinistra»? «Penso di farcela».

domenica 23 novembre 2008

Scuola: dalla Svezia una lezione di libertà

Di Giovanni Cominelli per ilsussidiario.net

Che il Pd abbia ridotto la questione educativa di questo Paese al “più soldi!” e che abbia condotto una massiccia campagna - o se ne sia fatto condurre - contro “la privatizzazione” della scuola non meraviglia ormai più. Certo, le forze che lo compongono hanno conosciuto una cultura migliore. In fondo, è stato un ministro della sinistra, Luigi Berlinguer, a dare al Paese la legge n. 62 del 2000, che creava la fattispecie delle scuole “paritarie”: scuole private che diventavano “pubbliche”, a determinate condizioni.

Ma oggi la condensazione di statalismo cattolico-democristiano e vetero-socialdemocratico degli eredi del Pci ha prodotto una regressione: l’idea che la libertà di scelta della scuola da parte delle famiglie sia un lusso, che lo Stato non può permettersi di finanziare, se non quando le vacche sono grasse.

Ma che dire di un governo “liberale” (sic!) che riduce le scuole paritarie sulla soglia della chiusura? Si tratta solo di incapacità tecnica di governo di una materia complessa o c’è dell’altro? C’è parecchio altro. Non solo, con tutta evidenza, una misconoscenza basilare della condizione reale del sistema educativo in Italia, non solo un malinteso e fatale continuismo con la filosofia manutentiva, conservatrice e minimalista di Fioroni. C’è una ben solida - ahinoi! - cultura politica nazionale. Secondo questa cultura, che unisce la Destra storica, il Fascismo (il Manuale del fascista del 1937 recitava, a mò di catechismo: «Tutto nello Stato, nulla fuori dello Stato, nulla contro lo Stato»), un certo cattolicesimo politico e la Sinistra storica, la scuola è stata appositamente costruita quale grande apparato ideologico di Stato e tale deve restare. Solo lo Stato conosce autenticamente il destino dei nostri figli e se ne prende cura. Solo lo Stato garantisce piena cittadinanza ed eguaglianza delle opportunità. Solo lo Stato costruisce la nazione. La persona, le famiglie, la società civile sono fomento di disordine, di incontrollabilità, di irrazionalità delle scelte. La libertà di scelta delle famiglie si può solo tollerare illuministicamente, come si fa con le minoranze.

In tutti i Paesi europei, dall’Inghilterra, alla Svezia, all’Olanda, alla Francia compresa, la libertà di scelta delle famiglie è trattata, anche sul piano finanziario, non come un residuo, ma come l’anima del sistema e il motore dell’innovazione dei sistemi statali di educazione. Nel 1992 il nuovo governo di centro-destra svedese ha introdotto la libertà di scelta della scuola. Dopo decenni di rigido centralismo scolastico governato da una politica socialdemocratica ispirata da criteri di uguaglianza e giustizia sociale tipici del welfare state svedese, i bacini d’utenza furono smantellati e le famiglie furono autorizzate e parimenti finanziate a scegliere la scuola nella quale iscrivere i propri figli, statale o privata che fosse.

Nel 1992, solo l’1% degli allievi della scuola primaria e l’1,7% degli studenti della scuola secondaria frequentavano in Svezia una scuola privata. Nel 2008 la proporzione degli studenti nel settore privato è passata al 9% nella scuola primaria e al 17% in quella secondaria. I socialdemocratici, tornati al potere, hanno preso atto pragmaticamente, perché le famiglie hanno scelto, il sistema ha continuato a esprimere ottime performances, la scuola di Stato ha dovuto innovarsi.

Un governo è liberale se aumenta la quota di libertà per le persone, le famiglie, la società civile. Si dirà: c’è la crisi finanziaria, che sta precipitando in crisi economica, produttiva e occupazionale. Appunto. Da dove si pensa di raccogliere le energie del Paese per rimettersi in piedi, se non partendo dalle libere scelte delle persone, dai ragazzi, dalle famiglie?

giovedì 6 novembre 2008

Università, il Governo vara il decreto e prepara il ddl1

I tre articoli qui di seguito possono essere recuperati nella rassegna stampa.

Università, tagli ridotti subito, di Alessia Tripodi per Il Sole 24 Ore

Bloccare i concorsi farsa, di Vincenzo La Manna per il Giornale

Blocco delle assunzioni per gli atenei con i conti in rosso, per Il Tempo

Di Giulio Benedetti per corriere.it

Niente chiusura di mini-scuole per un anno. Riprende il dialogo—è intervenuto Berlusconi per rendere il clima più sereno —tra governo e conferenza delle regioni. Clima più disteso anche sull’università. Oggi la Gelmini dovrebbe portare al Consiglio dei ministri un decreto su pochi punti ritenuti urgenti e quindi da anticipare rispetto alla riforma complessiva che invece sarà contenuta in un disegno di legge. I contenuti sono stati illustrati dal ministro al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che continua a ritenere possibile un accordo ampio sull’università, purché il tema sia affrontato con ragionevolezza.

Gli atenei spendaccioni, con i bilanci in rosso (20 su 75)—questi i punti del decreto — non potranno bandire concorsi. Deroga parziale al blocco del turnover previsto dalla legge 133 dello scorso 6 agosto per l’assunzione dei giovani ricercatori. Distribuzione del fondo statale di finanziamento in ragione non solo del numero degli iscritti — criterio che induce gli atenei ad attirare quanti più studenti anche con una moltiplicazione di corsi e diminuendo il rigore—ma in base a criteri di produttività. Previsto anche un intervento sui concorsi per docenti, forse anche per quelli già banditi. Tra le ipotesi una modifica nei meccanismi della selezione per i professori associati e ordinari: si introdurrebbe un solo vincitore eliminando la doppia idoneità, ritenuta fonte di possibili accordi sottobanco. Un provvedimento che non dovrebbe dispiacere all’opposizione. L’altra ipotesi, più complicata, prevede la sospensione delle procedure in attesa di approvare una riforma con un ddl. Resterebbero i concorsi per i ricercatori, utili per lo svecchiamento dell’università. E potrebbero essere stanziati anche fondi per alloggi e borse di studio per gli studenti più meritevoli.

Riprende intanto il dialogo tra ministro il Gelmini e le Regioni. E’ stato Berlusconi a sbloccare la situazione. Il governo ha infatti modificato l'articolo 3 del dl 154 tenendo conto delle osservazioni delle autonomie. La parte che prevedeva il commissariamento in caso di mancata soppressione, con trasferimento dei ragazzi nelle sedi più grandi, degli istituti scolastici con meno di 50 alunni è stata cancellata. Le regioni avevano deciso di non incontrare più il ministro fintanto che fosse rimasta nel decreto la parola «commissariamento ». La modifica del governo fa slittare l’operazione di ridimensionamento della rete scolastica (chiusure sedi troppo piccole, accorpamenti) al 2010-2011. «Ora — è il commento di Vasco Errani, presidente della Conferenza delle Regioni — è necessario aprire un tavolo per discutere concretamente e senza forzature unilaterali della riorganizzazione dei servizi scolastici, fermo restando il carattere irrinunciabile del diritto al studio». «Un risultato importante» anche per Leonardo Domenici, presidente dell’Anci, soprattutto per i piccoli comuni, montani e non.

Un satirico commento di P. Battista sul mondo universitario: "Elogio dell'inutilità", per Corriere della Sera Magazine

lunedì 3 novembre 2008

Scuola, i riformisti del no

Di Ernesto Galli Della Loggia per corriere.it

Che cosa realmente sanno della scuola, della causa per cui protestavano, gli studenti che l'altro giorno hanno affollato le vie e le piazze d'Italia? Probabilmente solo che il potere, cattivo per definizione (figuriamoci poi se è di destra!), vuole fare dei «tagli», termine altrettanto sgradevole per definizione, e imporre regole limitatrici della precedente libertà (grembiule, valore del voto di condotta), dunque sgradevoli anch'esse. Sapevano, sanno solo questo, non per colpa loro ma perché ormai da tempo in Italia, nel dibattito tra maggioranza e minoranza, e di conseguenza nel discorso pubblico, la realtà, i dati, non riescono ad avere alcun peso, dal momento che su di essi sembra lecito dire tutto e il contrario di tutto. Nulla è vero e nulla è falso, contano solo le opinioni e i fatti meno di zero.

Esemplare di questo disprezzo per la realtà continua a essere il dibattito sulla scuola. C'è un ministro, Mariastella Gelmini, che dice che la scuola italiana non funziona. Porta delle cifre: sul numero eccessivo d'insegnanti, sull'eccessiva percentuale assorbita dagli stipendi rispetto al bilancio complessivo, sui risultati modesti degli studenti, sulla discutibile organizzazione della scuola nel Mezzogiorno; evoca poi fenomeni sotto gli occhi di tutti: l'allentamento della disciplina, gli episodi di vero e proprio teppismo nelle aule scolastiche. E alla fine fa delle proposte. Discutibilissime naturalmente, ma la caratteristica singolare dell'Italia è che nessuno, e men che meno l'opposizione, men che meno il sindacato della scuola che pure si prepara a uno sciopero generale di protesta, sembra interessato a discutere di niente. Né dell'analisi né di possibili rimedi alternativi a quelli proposti.

Cosa pensa ad esempio dei dati presentati dal ministro Gelmini il ministro ombra dell'istruzione del Pd, la senatrice Garavaglia? Sono veri? Sono falsi? E cosa indicano a suo giudizio? Che la scuola italiana funziona bene o che funziona male? E se è così, lei e il suo partito che cosa propongono? Non lo sappiamo, e bisogna ammettere che per delle forze politiche e sindacali che si richiamano con forza al riformismo si tratta di un atteggiamento non poco contraddittorio. Riformismo, infatti, dovrebbe significare prima di tutto la consapevolezza di che cosa va cambiato, e poi, di conseguenza, la capacità di indicare i cambiamenti del caso: le riforme appunto. Non significa dire solo no alle riforme altrui, e basta. Infatti, alla fine, dato il silenzio circa qualsiasi misura nel merito, l'unica proposta che rimane sul tappeto da parte del Partito democratico e del sindacato appare essere virtualmente solo quella di lasciare le cose come stanno. Naturalmente nessuno si prende la responsabilità di dirlo esplicitamente, ma ancor meno nessuno osa esprimere il minimo suggerimento concreto.

In realtà, a proposito della scuola una proposta precisa è stata ed è avanzata di continuo dall'opposizione politico-sindacale. Alla scuola — ci viene detto — servono più soldi (nel discorso pubblico italiano, di qualsiasi cosa si tratti, servono sempre o «ben altro» o «più soldi»). Insomma, la colpa del malfunzionamento della scuola starebbe nelle poche risorse di cui essa dispone: ciò che almeno serve politicamente a rendere ancor più deplorevole la recente decisione del ministro del Tesoro di togliergliene delle altre. Peccato però che pure in questo caso, per dirla con le parole di uno studioso che non milita certo nel campo della destra, Carlo Trigilia, sul Sole-24 ore di martedì scorso, dall'opposizione «non è stata elaborata alcuna proposta di manovra finanziaria che spiegasse se e come era possibile coniugare rigore finanziario e scelte concrete diverse da quelle del governo». Dunque neppure sul come e dove trovare quei benedetti soldi l'opinione pubblica ha la minima indicazione su cui discutere, su cui fare confronti e alla fine farsi un'idea.

Questo non tenere conto dei fatti, dei dati concreti, questo continuo scansare la realtà, finiscono così per diventare uno dei principali alimenti della diffusa ineducazione politica degli italiani. Nel caso della scuola contribuiscono a far credere a tanti, a tanti insegnanti, a tanti studenti, di vivere in un Paese governato da ministri sadici, nemici dell'istruzione, che chissà perché rifiutano di distribuire risorse che invece ci sono; contribuisce a far credere a tante scuole, a tante Università, che i problemi possono risolversi con la messa in scena spettrale — più o meno per il quarantesimo anno consecutivo! — dell'ennesimo corteo, dell'ennesima «okkupazione».

NB: grassetto del redattore.

venerdì 31 ottobre 2008

La caccia ai consensi facili

Di Gian Antonio Stella per corriere.it

Dilaga la rivolta nelle scuole? Tutti voti guadagnati. La battuta non è di Walter Veltroni, Antonio Di Pietro o Paolo Ferrero. La battuta è di Gianfranco Fini. E fu fatta in occasione dell' ultimo grande "incendio" scolastico prima dell' attuale. Quello scoppiato nel 2000 contro la svolta meritocratica tentata da Luigi Berlinguer. Disse proprio così, come ricorda una notizia Ansa, l' allora presidente di Alleanza Nazionale: «Dovrei ringraziare la Bindi e il suo collega Berlinguer, perché da medici e insegnanti verrà un consenso nuovo e fresco al Polo». E non si trattava di una strambata estemporanea. Il giorno in cui i professori ribelli erano calati a Roma «per dire no al concorso per gli aumenti di merito», il primo a portare la sua solidarietà ai manifestanti era stato lui, l' attuale presidente della Camera. Opinione solitaria? Per niente: l' onda dei contestatori, allora, fu cavalcata (fatta eccezione per la Lega, che non aveva ancora ricucito del tutto col Polo e preferì una posizione più defilata) da tutta la destra. Dall' inizio alla fine. Lascia quindi sbalorditi sentire oggi Mariastella Gelmini dire che «il disastro dell' istruzione in Italia è figlio delle logiche culturali della sinistra contro il merito e la competitività», che «per decenni scuola e università sono state usate come distributori di posti di lavoro, di clientele e magari di illusioni» e che la sola sinistra ha la responsabilità d' avere seminato «l' illusione che lo Stato possa provvedere a dare posti fissi in modo indipendente dalla situazione economica e dal debito pubblico». Sia chiaro: la sinistra e il sindacato hanno responsabilità enormi, nel degrado non solo della scuola e dell' università, ma dell' intera macchina pubblica italiana. Fin dai tempi in cui lo psiuppino Lucio Libertini teorizzava che «l' attivo della bilancia dei pagamenti e la consistenza delle riserve non sono dati positivi in assoluto» e il segretario comunista Luigi Longo tuonava che «non è lecito al governo trincerarsi dietro le difficoltà finanziarie». La caricatura feticista del garantismo che ha permesso di restare in cattedra a professori che insegnano voltando le spalle agli alunni o sono stati condannati per essersi fregati i soldi delle gite scolastiche è frutto di una deriva sindacalese. E così la nascita delle «scodellatrici» che devono dar da mangiare ai bambini perché «non spetta» alle bidelle. E tante altre cose inaccettabili. Che la situazione sia tutta colpa della sinistra e solo della sinistra, però, è falso. E lo scaricabarile, oltre a essere indecoroso, impedisce a una destra moderna di fare i conti fino in fondo con la storia, con i problemi del Paese e con se stessa. Perché forse è una forzatura polemica quella di Enrico Panini, segretario nazionale Cgil-scuola, quando dice che i precari «erano il serbatoio e lo spasso della Dc». Ma le sanatorie per i professori non le ha inventate la sinistra: la prima porta la firma di Vittorio Emanuele II nel 1859. «In eccezione alla regola del concorso...». Hanno radici profonde, i mali della nostra scuola: «Dal 1860 ci sono stati 33 ministri della Pubblica Istruzione, ciascuno desideroso di distinguersi rovesciando l' opera del predecessore. Il danaro è stato lesinato; e lo Stato e i Comuni, prodighi in ogni altra cosa, hanno fatta economia nel più fruttifero degl' investimenti nazionali», scrivevano nel 1901 H. Bolton King e Thomas Okey nel libro L' Italia di oggi. Cosa c' entra la sinistra se perfino Giovanni Gentile, del quale gli stessi antifascisti più antifascisti riconoscono la statura, durò come ministro della Pubblica istruzione solo una ventina di mesi? Se addirittura Benito Mussolini fu costretto a cambiare in quel ruolo più ministri di quanti allenatori abbia cambiato Maurizio Zamparini? Se la Dc per mezzo secolo ha mollato quel ministero-chiave solo rarissime volte e mai a un uomo di sinistra? Se la sanatoria più massiccia fu voluta dalla democristiana Franca Falcucci che nel 1982 propose alle Camere di inquadrare nel ruolo i precari della scuola e a chi le chiese quanto sarebbe costata rispose 31 miliardi e 200 milioni di lire l' anno, cifra che si sarebbe rivelata presto 53 volte più bassa del reale? La verità è che sulla scuola, il precariato, il mito clientelare del posto pubblico hanno giocato, per motivi di bottega, praticamente tutti. E che l' egualitarismo insensato di un pezzo della sinistra e del sindacato si è saldato nei decenni col sistema clientelare democristiano e socialista, socialdemocratico e liberale e infine cuffariano e destrorso. Fino all' annientamento dell' idea stessa del merito. Annientamento condiviso per quieto vivere da tutti. Trasversalmente. L' ultima dimostrazione, come dicevamo, risale nella scuola a nove anni fa. Quando Luigi Berlinguer riuscì a recuperare 1.200 miliardi di lire per dare aumenti di merito ai professori più bravi: uno su cinque sarebbe stato premiato con 6 milioni lordi l' anno in più in busta paga. Uno su cinque era troppo poco? Può darsi. Dovevano essere definiti meglio i criteri? Può darsi. Il sistema dei quiz non era l' ideale? Può darsi. Ma l' obiettivo del ministro era chiaro: «Va introdotto il concetto di merito. Chi vale di più deve avere di più». Fu fatto a pezzi. Dai sindacati e dalla "sua" sinistra, per cominciare. Basti ricordare il rifondarolo Giovanni Russo Spena («meglio distribuire i soldi a tutti e concedere a tutti un anno sabbatico a rotazione»), il verde Paolo Cento, la ministra cossuttiana Katia Bellillo («no alla selezione meritocratica dei docenti») o il leader dei Cobas Piero Vernocchi, deciso a far la guerra «contro ogni tipo di gerarchizzazione del sistema scolastico». Ma anche la destra cavalcò le proteste. Alla grande. Francesco Bevilacqua, di An, attaccò al Senato il ministro accusandolo di avere «stabilito per legge che il 20% dei docenti in Italia è bravo e che gli altri lo sono meno o non lo sono affatto». Il suo camerata Fortunato Aloi sostenne alla Camera che quel «concorsaccio non poteva assolutamente non mortificare coloro i quali operano nel mondo della scuola» i quali avevano «giustamente mobilitato le piazze». Lo Snals, che certo non era un sindacato rosso, fu nettissimo. Punto uno: «Rifiuto di ogni forma di selezione fra gli insegnanti». Punto due: «Riconoscimento della professionalità di tutti i docenti». E i primi ad appoggiare la lotta, con un documento che intimava al governo di «sospendere immediatamente il concorso», furono l' allora casiniano e oggi berlusconiano Carlo Giovanardi, la responsabile Scuola di An Angela Napoli e la responsabile Scuola di Forza Italia Valentina Aprea. La quale, vinta la battaglia contro il concorso meritocratico per i professori, ne scatenò subito un' altra sui dirigenti scolastici: «Sconfitto sul fronte dei docenti ora Berlinguer vuole prendersi una rivincita con i capi di istituto. I discutibili criteri di valutazione rimangono inalterati, con la conseguenza di creare il battaglione del 20% di super-presidi e conferendo la patente di mediocrità al restante 80%». Parole inequivocabili. Dove non erano contestate solo le modalità ma l' idea stessa degli aumenti di merito che pure dovrebbe essere cara a chi si proclama liberale. Come sia finita, quella volta, si sa. Luigi Berlinguer fu costretto a rinunciare, dovette mollare la carica di ministro e il suo naufragio è stato la pietra tombale di ogni ipotesi meritocratica. E noi ci ritroviamo, dieci anni dopo, alle prese con gli stessi temi. Aggravati. Vale per la destra, vale per la sinistra. Le quali, come accusa uno studio di «Tuttoscuola» (www.tuttoscuola.com), non si fanno troppi scrupoli di cavalcare ciascuno la propria tigre anche «addomesticando» i numeri. Che senso ha? Come spiega il dossier della rivista di Giovanni Vinciguerra, «al nostro Paese serve un recupero di qualità del confronto politico e sociale in un momento di così profonda crisi del ruolo e della legittimazione sociale del sistema educativo nazionale, non guerre sui dati o sui grembiuli».

NB: è tutto troppo tristemente vero. Mi permetto solo di notare che un conto è protestare contro la meritocrazia, un altro è farlo contro la meritocrazia stabilita per legge: entrambe le cose sono sbagliate, ma molto di più la prima, ovviamente...

Due patti scellerati (fra docenti, studenti e genitori)

Di Luca Ricolfi per lastampa.it

Il decreto Gelmini è stato convertito in legge, scuola e università sono in agitazione. Il mondo della scuola scenderà in piazza oggi (chissà perché dopo e non prima dell’approvazione del decreto?), mentre l’Università si mobiliterà il 14 novembre, per combattere tagli che furono decisi fra giugno e agosto, quando il Partito democratico riteneva inopportuno scendere in piazza («Noi manifesteremo il 25 ottobre»). Misteri della politica italiana.

Ma parliamo della sostanza. Che cosa sta succedendo nella scuola e nell’università? Perché studenti, docenti e genitori paiono trovarsi dalla medesima parte della barricata?

Quel che sta succedendo è relativamente chiaro, almeno per chi conosce i dati di fondo dell’istruzione in Italia e riesce a non farsi accecare dalle proprie credenze politiche. Sia la scuola sia l’università dissipano una quota di risorse pubbliche considerevole, nel senso che spendono più soldi di quanti, con un’organizzazione più efficiente, basterebbero a garantire i medesimi servizi. Su questo, quando si trovano al governo, destra e sinistra la pensano allo stesso modo.

Chi avesse dei dubbi può consultare due documenti del governo Prodi (il «Quaderno bianco sulla scuola» e il «Libro verde sulla spesa pubblica»). Credo non si sia lontani dal vero dicendo che, con una migliore allocazione delle risorse, sia la spesa della scuola sia la spesa dell’università potrebbero essere ridotte di almeno il 10 per cento a parità di output.

La novità di questi mesi non sta nella diagnosi, ma nella determinazione con cui si sta passando dalle parole ai fatti: la destra al governo sta facendo con la consueta ruvidezza molte cose che la sinistra stessa, magari con più garbo, avrebbe fatto se ne avesse avuto la forza, il tempo e il coraggio (fra queste cose c’è, ad esempio, il rispetto delle norme Bassanini sul numero minimo di allievi per scuola, varate dal centro-sinistra ben 10 anni fa). Del resto fu lo stesso Padoa-Schioppa, all’inizio della scorsa legislatura, ad avvertirci che certi sprechi non possiamo più permetterceli e a ricordarci che il problema di eliminarli dovremmo porcelo comunque, persino se avessimo i conti perfettamente in ordine: ogni spesa, infatti, ha un «costo opportunità», ossia è sottratta ad impieghi alternativi (se buttiamo al vento 8 miliardi per false pensioni di invalidità, automaticamente rinunciamo a una cifra equivalente in asili nido, sussidi di disoccupazione, aiuti ai poveri, sostegno ai non autosufficienti ecc.).

Su questo il governo ha ragioni da vendere, anche se non si può non rilevare che molte misure - pur condivisibili negli obiettivi - diventano criticabili per il modo in cui sono messe in pratica. È il caso, per fare l’esempio più importante, dei tagli all’università, che sarebbero ben più accettabili se punissero ancora più duramente gli atenei in dissesto, ma premiassero con più e non meno soldi gli atenei virtuosi.

Ma quella degli sprechi è solo una delle due facce del problema dell’istruzione in Italia. L’altra faccia è il tragico declino dei livelli di apprendimento, la scarsissima preparazione dei nostri diplomati e laureati, specialmente nelle regioni meridionali. Di questo sono corresponsabili ministri e docenti, ma anche gli studenti e soprattutto le loro famiglie. Il sistema dell’istruzione in Italia si regge su due patti scellerati: nella scuola, il patto fra insegnanti e famiglie, nell’università il patto fra docenti e studenti. Il cardine del primo patto è: l’importante è che il ragazzo sia sereno, vada avanti senza soffrire troppo, prenda il diploma; che poi impari molto o poco conta di meno. Il cardine del secondo patto è: l’importante è arrivare alla laurea, non importa in quanto tempo e imparando che cosa; noi professori pretendiamo sempre di meno da voi studenti, voi studenti non ci importunate e vi accontentate di quel poco che riusciamo a trasmettervi. Naturalmente ci sono anche - nella scuola come nell’università - isole felici e importanti eccezioni, ma il quadro generale è purtroppo diventato questo.

Sono precisamente i due patti non scritti che spiegano l’inconsueta alleanza fra una parte dei docenti, una parte degli studenti e una parte dei genitori. I docenti difendono i posti di lavoro (nella scuola) e le carriere (nell’università). I genitori difendono una scuola che insegna poco e male, ma in compenso non stressa i ragazzi e risolve non pochi problemi reali delle famiglie, specie quando la madre lavora. I ragazzi sono preoccupati per l’avvenire e temono di essere le uniche vittime dei cambiamenti che si stanno preparando per loro.

E hanno perfettamente ragione. Solo che indirizzano la loro ira verso il bersaglio sbagliato. Se fossero calmi e lucidi avrebbero già capito che il futuro non glielo ruba la Gelmini, ma glielo hanno già rubato molti degli adulti al cui fianco marciano con tanta convinzione. La precarietà dei giovani e il ristagno del sistema Italia sono anche il risultato non voluto e non previsto di una lunga e colpevole disattenzione per la qualità dell’istruzione. Il governo non è certo innocente, perché non c’è quasi nulla nei provvedimenti di cui da mesi si discute che lasci prefigurare un innalzamento apprezzabile del livello degli studi, e c’è persino qualcosa che fa temere un ulteriore declino. Ma coloro che aizzano bambini e ragazzi contro le misure del governo non la contano giusta: se davvero avessero a cuore il futuro dei nostri giovani si batterebbero come leoni per tagliare i rami secchi e rendere gli studi molto più seri, più rigorosi, più profondi. Perché lo smarrimento e l’angoscia di questa generazione sono genuini e pienamente comprensibili, ma sono anche il frutto della superficialità con cui gli adulti hanno permesso la distruzione della scuola e dell’università.

NB: l'unica pecca che segnalo all'articolista, sempre ottimo nella sua analisi, è che l'azione di un Ministro va valutata nel suo complesso, non è che possiamo fermarci alla sua unica legge, perché ne hanno ancora da venire di leggi e piani attuativi, quindi prima di dire che il Governo non ha intenzione di alzare la qualità dell'insegnamento aspetterei a valutare, consdierando soprattutto il fatto che tutto ciò che riguarda la 133 e la legge Gelmini inizierà il suo decorso dal 2010, quindi con un anno di tempo per mettere in chiaro tutto ciò che va messo in chiaro.

giovedì 30 ottobre 2008

La scure sulle scuole private

Di Giorgio Vittadini per ilsussidiario.net (pubblicato su Il Riformista)

Una certa mitologia ideologica che sta alimentando lo sciopero del 30 e che viene ad arte replicata nelle manifestazioni degli studenti, afferma che i tagli alla scuola pubblica sono fatti per finanziare la scuola privata. Ma non è così. Nel “Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2009 e il bilancio pluriennale per il triennio 2009-2011” la voce complessiva riguardo l’istruzione è aumenta di 656milioni di euro: all’istruzione primaria andranno oltre 242milioni di euro in più, all’istruzione secondaria di primo grado 228milioni di euro in più, all’istruzione secondaria di secondo grado 395milioni di euro in più. Invece, il capitolo di bilancio riguardo l’istituzione scolastica non statale passa dai 535milioni e 318mila euro del 2008 ai 401milioni e 924mila euro per le previsioni del 2009, ovvero 133milioni e 393mila euro in meno. Inoltre, la voce “istruzione non statale” prevede per il 2010 una cifra pari a 406milioni e 121mila euro e per il 2011 la cifra di 312milioni e 410mila euro.

C’è da precisare inoltre che la riduzione non riguarda le scuole medie e superiori, ma la scuola materna e la scuola elementare, livelli di scuola che hanno sempre ricevuto fondi statali. Sono scuole gestite da ordini religiosi o cooperative di famiglie, situate nei quartieri periferici e nei paesi a cui molte famiglie “del popolo”, spesso poco abbienti, mandano i figli perché sanno che vengono assicurati nello stesso tempo un’educazione ricca di ideali ed un alta qualità di insegnamento. Accolgono infatti ben 531.258 bambini su 1.652.689 della scuola dell’infanzia e 196.776 su 2.820.150 bambini della scuola primaria. Determinate è il loro contributo al buon livello qualitativo raggiunto dalla scuole materne ed elementari italiane, sancito dalle inchieste internazionali.

Tuttavia, alla faccia della parità giuridica sancita dal ministro Berlinguer, non solo non si mette in programma di garantire l’effettiva libertà delle famiglie di scegliere le scuole paritarie attraverso detrazioni e deduzioni fiscali, ma le si vuole affossare definitivamente attraverso questi tagli di fondi che costringeranno le scuole ad aumentare le rette aggravando ulteriormente la situazione delle famiglie o addirittura a chiudere.

La legge 133/08 impone di ridurre il debito pubblico nazionale senza ricorrere all’aumento della pressione fiscale, rispettando così gli accordi internazionali e quindi i tagli anche per il comparto dell’istruzione sono inevitabili. Tuttavia, ogni ministero può decidere liberamente come effettuare i tagli ed è quindi ancora possibile correggere questa scelta, tanto più che il taglio medio imposto dal Ministero del tesoro a ogni ministero è del 10%, mentre i tagli previsti per la scuola libera sono del 25-30%! Per questo 40 deputati della maggioranza hanno firmato un emendamento che propone di effettuare riduzioni di spesa del Ministero della pubblica istruzione in settori meno strategici. Sono pronti a votarlo anche molti deputati dell’opposizione, consci che si tratta di battaglia bipartisan di tante famiglie per la difesa della “biodiversità” della scuola italiana. Chi, sia nel mondo cattolico che in quello laico, si astiene dal prendere posizione, sia conscio di collaborare all’ulteriore desertificazione della scuola italiana, per il male di tutti.

La posizione della maggioranza degli studenti non fa più notizia

Di Stefano Verzillo per ilsussidiario.net

Venerdì scorso il Ministro Gelmini ha convocato i rappresentanti dei principali gruppi organizzati degli studenti di scuola e università. Anche il Coordinamento Liste per il Diritto allo Studio (CLDS), che attualmente rappresenta la maggioranza degli studenti in seno al Consiglio Nazionale Studenti Universitari (CNSU) del quale esprime pure il Presidente, è stato interpellato.

I quotidiani che hanno riportato le dichiarazioni espresse dai vari gruppi, hanno omesso tuttavia di riferire proprio la posizione del CLDS. Come mai? Approfitto di questo spazio sul Sussidiario per chiarire una volta di più qual è il nostro orientamento circa l’attuale situazione dell’Università.

È pieno diritto di ciascuno discutere e pronunciarsi a riguardo di una legge che presenta evidenti ripercussioni sulla situazione finanziaria dell’università. Lo abbiamo fatto noi per primi in un lungo comunicato del 17 luglio e nuovamente il 10 ottobre con un comunicato che recava come titolo una frase del Presidente Napolitano: “Scelte coraggiose di rinnovamento: non sono sostenibili posizioni di pura difesa dell'esistente”.

Sappiamo bene che la situazione è tutt’altro che rosea. Come tutti siamo preoccupati per il destino della nostra università. Ma riteniamo profondamente intollerabile e ingiusto che una parte (di qualunque parte si tratti) imponga il proprio pensiero e la propria volontà a tutti gli altri.

Consideriamo pertanto inaccettabili, perché lesivi della libertà di tutti, i tentativi di occupare le facoltà e di bloccare il regolare svolgimento delle attività didattiche.

Riteniamo inoltre che la gran parte delle proteste sia largamente strumentalizzata per finalità che nulla hanno a che vedere con i problemi reali dell’Università e che tutto ciò dia luogo alla cristallizzazione di un clima di sterile contrapposizione.

Da parte loro molti media concorrono ad aggravare la situazione, sollevando fumosi polveroni e distorcendo la realtà dei fatti (basti citare quanto riportato da certi giornali sulla situazione di scienze politiche della statale di Milano, dove i manifestanti non superavano le 30 unità).

Noi non siamo disponibili a nessuna strumentalizzazione, da qualunque parte essa venga. Peraltro, continuare ad alimentare un clima di contrapposizione ideologica è l’ultima cosa di cui l’università ha bisogno in questo momento, il modo migliore per non affrontare i problemi e per non mettere mano a un disegno riformatore.

Come ha detto il Prof. Decleva, Presidente della CRUI, «la preoccupazione numero uno è che chi vuole le riforme veramente si trovi schiacciato da un lato dai tagli previsti dal Governo e dall’altro da forme di protesta che hanno altre motivazioni di fondo». «È l’ora di mettersi attorno a un tavolo e discutere nel merito – sottolineo: nel merito – del problema, lasciando alle spalle fatue contrapposizioni ideologiche. Sono convinto che esistano margini per interventi riformatori» (Il Giornale, 21.10.08).

In questo momento di caos, occorre salvaguardare a tutti i costi il diritto dei docenti ad onorare il loro impegno didattico e quello degli studenti a seguire i corsi e a studiare.

Chiediamo che le autorità accademiche, respingendo con chiarezza le posizioni prepotenti di alcuni (studenti o docenti che siano), tutelino la volontà di una maggioranza ben riconoscibile, che desidera continuare a lavorare e affrontare i problemi con strumenti e modalità che rispettino la libertà di tutti. Al ministro Gelmini (glielo abbiamo già detto venerdì) e al Governo chiediamo che si affrontino con urgenza e nel merito i molti problemi sul tappeto, a partire da quelli finanziari.

(Stefano Verzillo - Presidente del CLDS)

mercoledì 29 ottobre 2008

L'OCSE boccia la scuola italiana

Di Salvo Intravaia per repubblica.it

ROMA - L'Ocse boccia la scuola italiana. Stando ai numerosi dati contenuti nel rapporto dal titolo Education at a glance 2006 (uno sguardo sull'Istruzione 2006) il sistema di istruzione nazionale risulta troppo costoso se paragonato agli scarsi risultati che riesce a produrre. Un sistema nella sostanza inefficiente che richiede un approfondito restyling. Scuola, istruzione post-secondaria e università arrancano, sfornano studenti che non riescono reggere il confronto con i compagni degli altri 30 paesi aderenti all'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico e laureati che spesso restano disoccupati. Ma il ponderoso volume di 465 pagine ricche di tabelle, grafici e numeri pubblicato qualche giorno fa (con dati aggiornati al 2004), attraverso il confronto fra i diversi sistemi di istruzione dei vari paesi, consente di individuare alcuni dei possibili mali che affliggono la scuola italiana e anche una possibile via d'uscita.

Il grado di istruzione del popolo italiano. Secondo l'Ocse, l'Italia è al penultimo posto per numero di laureati: appena 11 su cento persone di età compresa fra 25 e 64 anni. Solo la Turchia è sotto di noi, ma veniamo sopravanzati perfino dal Cile e dal Messico. I paesi asiatici (Giappone e Corea) ci surclassano (37 e 30 rispettivamente), così come Stati Uniti e Australia. Situazione non cambia prendendo in considerazione i giovani laureati di età compresa fra i 25 e i 34 anni. E il divario fra l'Italia e la media dei paesi dell'Unione europea (a 19 stati) si amplia per numero di laureati nelle facoltà scientifiche: 1.227 ogni 100 mila giovani fra i 25 e i 34 anni contro i 2.128 della media Ocse. Le cose non cambiano molto se si passa ai 'semplici diplomati: siamo in fondo alla classifica (appena 48 su 100) con una media Ocse che si attesta sui 67 ogni 100 abitanti di età compresa fra i 25 e i 64 anni.

Le performance degli studenti. Per testare l'efficacia dell'azione educativa dei paesi membri l'Ocse confronta i risultati ottenuti dagli alunni quindicenni nei test Pisa-Ocse (Programme for International Student Assessment: programma per la valutazione internazionale dell'allievo). Le performance dei ragazzi italiani in Matematica e Lettura sono decisamente scarsi. I nostri alunni rimediano una figuraccia anche rispetto ai loro coetanei irlandesi, neozelandesi e polacchi.

Alunni, docenti e classi. Eppure, in Italia, le condizioni per fare funzionare la 'macchina scolasticà sembrano esserci tutte: le classi sono mediamente meno affollate rispetto alle altre realtà europee e non (18 alunni per classe in Italia contro i 21,5 della media Ocse), il numero medio di ore di lezione rivolte agli alunni è più alto che negli altri paesi membri e il rapporto alunni insegnanti è favorevole: 11 alunni per insegnante nelle scuole superiori, contro i 13,3 della media Ocse.

I costi. Sono probabilmente questi fattori più favorevoli in Italia (rapporto alunni docenti e alunni classi) che fanno lievitare i costi dell'istruzione italiana. Prendendo, infatti, in considerazione i 13 anni del percorso scolastico dalle elementari al superiore, si arriva ai 100 mila dollari per alunno, 23 mila in più della media (pari a 77 mila dollari).

Gli investimenti. Fino al 2004 gli investimenti indirizzati verso la scuola e l'università - sia in termini di percentuale sulla spesa pubblica totale e in rapporto al Pil - ci vedono al di sotto della maggior parte dei paesi, superati anche da Islanda, Canada, Messico e Portogallo. E gli investimenti nella scuola dell'infanzia (l'ex scuola materna), vera leva strategica secondo la Commissione europea, in base al rapporto Ocse dal titolo Starting strong II sono irrisori: appena lo 0,4 per cento del Pil.

I mali della scuola italiana. Ma se costa tanto, perché allora 'l'elefante italiano non va? Le migliaia di numeri messi a disposizione dal Rapporto consentono di azzardare qualche ipotesi. Gli insegnanti italiani percepiscono salari decisamente bassi rispetto ai loro colleghi stranieri e per arrivare al massimo dello stipendio devono stare in cattedra ben 35 anni, contro i 25 della media Ue. In Italia il tempo dedicato alle elezioni con gli alunni, 33 settimane o 674 ore l'anno (per la scuola media), sembrano poca cosa se confrontati con le organizzazioni scolastiche degli altri paesi. Solo a titolo di esempio, nell'Unione europea, le settimane che i ragazzini trascorrono a scuola sono 37 e le ore di lezione 1.019. Tutte considerazioni che rilanciano la proposta del vice premier, Francesco Rutelli, di spalmare le vacanze degli insegnanti italiani nell'intero anno solare, anziché mantenerle concentrate in estate. E ancora, i docenti nostrani sono tra i più anziani in assoluto: solo 1 su mille ha meno di 30 anni. Nelle altre realtà si supera agevolmente in tutti i segmenti scolastici il 10 per cento. E, a sorpresa, nelle scuole scarseggiano anche computer (77 per scuola, contro i 115 dei paesi Ocse) e i collegamenti a internet.

La speranza. Ma una delle novità contenute nella versione 2006 del Rapporto può rappresentare una occasione da non perdere. Entro il 2015, secondo l'Ocse, l'Italia, subirà un calo della popolazione scolastica (tra il 10 per cento della materna e il 4 delle superiori) che avrà un impatto positivo sulla spesa per l'istruzione. La sola diminuzione degli alunni dovrebbe, secondo l'Ocse, consentire un risparmio del 6 per cento che, in tempi di magra, non è poca cosa.

Il monito. La scuola italiana deve essere più efficiente per reggere il confronto con le altre economie mondiali. Ma il Commissario europeo per l'istruzione, la formazione, la cultura e il multilinguismo, Ján Figel', avverte: "Sistemi d'istruzione e di formazione efficienti possono avere un notevole impatto positivo sulla nostra economia e società ma le disuguaglianze nell'istruzione e nella formazione hanno consistenti costi occulti che raramente appaiono nei sistemi di contabilità pubblica. Se dimentichiamo la dimensione sociale dell'istruzione e della formazione, rischiamo di incorrere in seguito in notevoli spese riparative".

I Genitori dalla Gelmini: incontro positivo

Fonte notizie.alice.it

Roma, 28 ott. (Apcom) - Un incontro positivo e costruttivo al quale però dovrà seguire una nuova fase di consultazione permanente tra le parti, in particolare in fase di scrittura dei regolamenti del decreto. Le associazioni dei genitori del mondo della scuola (Moige, Agesc, Age, Cgd) hanno incontrato oggi a viale Trastevere il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini per discutere del contestatissimo decreto che porta la sua firma.

"L'incontro con il ministro Gelmini si è svolto in un clima sereno e si è concluso positivamente: la riforma rappresenta un punto di partenza ottimo per ricostruire tutto il comparto scuola e abbiamo ricevuto dal ministro delle rassicurazioni anche in merito alla questione del tempo pieno", spiega Maria Rita Munizzi (presidente Moige): "Possiamo, infatti, affermare che con questa riforma finirà la lotteria e la lotta di migliaia di genitori per poter accedere al tempo pieno nella scuola".

"Il ministro - spiega ancora Munizzi - ha rassicurato noi genitori su questo punto, poiché attraverso la riforma il tempo pieno sarà aumentato al 50%, consentendo così ad una classe su due di poterne usufruire".

Anche per Maria Grazia Colombo (presidente nazionale Agesc) la riunione è andata "molto bene: è stato un momento costruttivo e importante, ora il problema sarà l'attuazione e il regolamento del decreto su cui il ministro ha chiesto che come genitori facciamo da ponte di informazione verso le famiglie. Abbiamo esposto alcuni punti critici sulla confusione generata sul tempo pieno e anche su questo Gelmini ha assicurato che in fase di scrittura dei regolamenti ci sarà meno confusione".

Quanto agli scioperi e ai cortei, per l'Agesc è "legittimo contestare, ma bisogna rimettere al centro la questione scuola, che va affrontata nelle istituzioni: c'è stata una mancanza di voler capire fino in fondo quello che diceil decreto, un po' di pregiudizi che hanno creato allarmismi".

Secondo Davide Guarneri (presidente Age) "è positivo che si sia ripreso un dialogo, che è stato molto sereno: il ministro ha riconfermato che non verrà ritirato il decreto, il resto lo vedremo negli aspetti attuativi e su questo c'è impegno di tutti ad aprire una consultazione permanente. Abbiamo posto anche numerose domande e preoccupazioni, soprattutto per capire quale sia la scelta educativa e pedagogica di fondo del decreto e se non ci sia solo una lettura economica, perchè tutto ci sembra derivare solo dai tagli previsti dalla legge 133. Oltre ai risparmi - prosegue Guarneri - vogliamo ragionare sulla valorizzazione degli istituti. Soddisfazione anche per il tempo pieno: la scuola svolge anche una funzione sociale e abbiamo chiesto maggiore chiarezza. Gelmini ci ha assicurato che le ore saranno molteplici".

Infine per Angela Nava (presidente Cgd) l'incontro ha avuto gli "esiti prevedibili: come Coordinamento abbiamo chiesto di ritirare il decreto, che ovviamente va avanti. Il ministro ha aperto però la strada al dialogo e abbiamo così reiterato la nostra disponibilità ad esserci quando verranno scritti i regolamenti attuativi. Sapendo bene che la politica va avanti per altri canali".

I numeri sulla scuola: quando l'errore è bipartisan

Nessun blogger che si rispetti può permettersi di difendere un partito oppure una legge pensando soltanto a smascherare gli errori dell'avversa parte politica. Ecco dunque che riprendo uno studio pubblicato da Tutto Scuola nel quale si evidenziano gli errori di calcolo forniti da maggioranza ed opposizione nei loro famosi "dossier". Ovviamente rimane molto più grave l'errore di quest'ultima, che nel tentativo di smascherare gli errori del Governo non sa neanche quant'è il 50% di un numero, ma tant'è. Ecco il comunicato ed il link per scaricare lo speciale che consta di poche pagine in formato tabellare, molto utili e molto chiare.

Lo studio di Tutto Scuola sulle cifre del Governo e su quelle dell'opposizione

Tuttoscuola riporta e mette a confronto, in un apposito studio scaricabile dal sito www.tuttoscuola.com, tutte le imprecisioni, le forzature e anche i veri e propri errori contenuti nel dossier sulla scuola "Tutte le bugie della sinistra", presentato lo scorso 22 ottobre dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dal ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini, e nel controdossier pubblicato poche ore dopo dal Partito democratico "Tutte le bugie del premier sulla scuola".

Le voci considerate dalla rivista sono tempo pieno, numero degli alunni per classe, maestro unico, insegnamento dell'inglese, razionalizzazione del personale, insegnanti di sostegno, scuole di montagna, voto di condotta, spesa per il personale. Per ognuna si confrontano e commentano i dati.

Non può che essere un errore, quasi un autogol, quello in cui incorre il governo a proposito di tempo pieno: parla di un aumento di 5.750 classi (+17%), anziché di 15.750, assai più vicino al +50% annunciato dal presidente Berlusconi. In un'altra slide, parla di 3.950 classi in più "in cinque anni": una imprecisione (quello è l'aumento previsto nel quinto anno, e non nel quinquennio), che nel controdossier del PD viene presa in considerazione come se fosse la posizione ufficiale del governo.

Altro esempio di forzatura, se non di confusione dei dati, è quello che riguarda il numero di allievi per docente, che secondo il governo è di 9, mentre il realtà è di 11. La slide del governo (il dossier è ancora on line sul sito governo.it a questo indirizzo) confonde due indicatori diversi: il rapporto docenti/alunni (quanti alunni per ogni docente) con il numero di docenti ogni 100 alunni.

Il dossier del PD (tuttora on line su partitodemocratico.it a questo indirizzo) sostiene che per aumentare del 50% l'attuale numero di classi a tempo pieno (34.270) sarebbe necessario istituire ulteriori 14.000 classi a tempo pieno (mentre il 50% di 34.270 è 17.135).

Sul taglio degli 11.200 insegnanti elementari specialisti di inglese che torneranno a fare i maestri, man mano che i maestri ordinari acquisiranno le competenze per insegnare anche l'inglese, il controdossier del PD mette in rilievo critico questa misura, ma omette di precisare che essa era stata già prevista dal governo Prodi, che l'aveva inserita nella legge Finanziaria 2007.

Infine, dal confronto tra i dossier di governo e opposizione si ricava anche come in alcuni casi dati corretti vengano presentati in contrapposizione, quasi in un dialogo tra sordi, di cui resta penalizzato chi ascolta, che non capisce da quale parte stia la verità.

Un esempio di ciò lo si trae dalla percentuale della spesa per il personale: il dossier del PD contesta che sia il 97%, come dice il governo, e cita il dato OCSE dell'80,7%. Ma le due parti non spiegano che sono due modi diversi di valutare la spesa. Se si esamina la spesa del solo ministero dell'Istruzione, l'incidenza della spesa per il personale è del 97%. Se nel computo si includono anche le spese di altri soggetti istituzionali, dalle Regioni ai comuni (spesa complessiva per l'istruzione) l'incidenza dei costi del personale si abbassa ai valori dell'80,7%. Si tratta di indicatori diversi, entrambi corretti se si spiega a cosa si riferiscono.

Questi sono solo alcuni esempi di uso approssimativo dei dati, di mancata verifica o di poco corretta interpretazione delle informazioni, frutto dello spirito di parte con il quale si è parlato di scuola in questi giorni di forti contrapposizioni politiche e sociali.

Tuttoscuola si augura che, fatta chiarezza sui termini reali dei problemi, il dibattito possa riprendere quota e svolgersi ad un livello qualitativamente paragonabile a quello raggiunto in Italia in altre occasioni. Al nostro Paese serve un recupero di qualità del confronto politico e sociale in un momento di così profonda crisi del ruolo e della legittimazione sociale del sistema educativo nazionale, non guerre sui dati o sui grembiuli.

Fonte: www.tuttoscuola.com

martedì 28 ottobre 2008

Cosa prevede la finanziaria 2009 per l'istruzione

Il dibattito degli ultimi tempi si è affossato da una parte sulla legge 133 e dall'altra sul DL 137 attualmente in fase di conversione in legge presso il Parlamento. La maggior parte delle persone ne hanno parlato in termini impropri, utilizzando espressioni come "riforma" oppure accostando la razionalizzazione scolastica ai licei ed all'università, che non vengono minimamente toccati se non a livello finanziario.

Tuttavia attualmente è in discussione il "Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2009 e bilancio pluriennale per il triennio 2009-2011", meglio conosciuto come legge finanziaria. L'iter parlamentare porta il numero 1714 ed è attualmente alla Camera dei Deputati per la prima lettura. È estremamente probabile che gli ambiti di manovra siano piuttosto ristretti, quindi non ci saranno stravolgimenti né rispetto alle linee guida del DPEF né tanto meno rispetto alla stesura attualmente in via d'approvazione.

Cosa dice la manovra finanziaria del Governo? A mio avviso, cose estremamente interessanti che vale la pena di approfondire. La parte che riguarda l'istruzione è la tabella 7, centinaia di pagine per un totale di 26Mb in formato pdf. Innanzitutto va specificato che l'attuale Ministero per l'Istruzione, l'Università e la Ricerca riassomma a sé ciò che nel Governo Prodi II era stato scisso in due dicasteri, l’ex Ministero della pubblica istruzione e l’ex Ministero dell’università e della ricerca scientifica, con le inerenti risorse finanziarie, strumentali e di personale. Le risorse finanziarie sono state allocate sulla base della classificazione in missioni di spesa (in poche parole, le missioni rappresentano le funzioni principali e gli obiettivi strategici perseguiti con la spesa pubblica). Per quanto riguarda il Ministero di nostro interesse, le missioni individuate sono 6, e ricalcano quelle degli anni passati.

Partiamo da un dato: l'ammontare di cassa per l'anno 2009 è 55.349€, di 53.657€ per il 2010 e di 51.929€ per il 2011. Se la matematica non inganna, lo sforbiciamento per il Ministero ammonta a 3.420 nel prossimo triennio e non 8.000. Le riduzioni operate sulle dotazioni di spesa in relazione all’art 60, comma 1, del DL 112/2008 - già scontate nel bilancio triennale - ammontano per il 2009 a 447 milioni di euro; per il 2010 a 456,4 mln di euro e per il 2011 a 790,1 mln di euro.

Per quanto riguarda la scuola primaria, si registra un aumento della spesa per il 2009 rispetto al 2008: da 43.120€ a 43.776€.

In relazione invece all'istruzione universitaria, si registra un minimo decremento della spesa che passa dagli attuali 8.683€ a 8.549€ nel 2009. Si tratta dunque di un assestamento assolutamente minimale, che cerca di andare incontro alle esigenze di ripartizione delle risorse, peccato che questo particolare non venga sollevato dai Rettori.

Relativamente alle due principali missioni in oggetto si segnala quanto segue. Alla Missione Istruzione scolastica è assegnata la dotazione di 43.776,6 milioni di euro (pari al 79,1% dello stanziamento del Ministero), con incremento di 2313,2 milioni di euro rispetto alla legge di bilancio 2008. Lo stanziamento complessivo per la missione Istruzione universitaria è pari a 8.549,3 mln di euro (pari al 15,4% dello stanziamento del Ministero), con una riduzione di 133,5 milioni di euro (-1,5%) rispetto al bilancio 2008. In quest'ultimo ambito, 7.955€ sono dedicati al capitolo 2.3 inerente la formazione universitaria e post-universitaria, di cui 7.878€ stanziati per la voce 2.3.2, che comprende anche il famoso FFO (il fondo di finanziamento ordinario con il quale vivono le università pubbliche), il quale con 6933,6 milioni di euro registra un incremento di 67,9 milioni di euro rispetto al 2008.

Cosa significa questo in poche parole? Che praticamente per il prossimo anno il Governo non ha toccato quasi nulla, mantenendo sostanzialmente invariate le risorse anzi in alcuni casi aumentandole. Di cosa si lamentano i Rettori se l'FFO per il 2009 è addirittura aumentato rispetto a quest'anno? Di quali mirabolanti tagli parlano che impedirebbero addirittura l'acquisto del gesso per scrivere sulle lavagne?

In realtà, la famosa "scure" che si sarebbe abbattuta sul mondo dell'istruzione comincerà a lavorare soltanto dal 2010: questo significa che ci sarà un anno di tempo per trovare il modo di tagliare saggiamente, eliminare gli sprechi inutili, trovare magari ulteriori risorse (il famoso fondo di finanziamento straordinario annunciato in estate dalla Ministro Gelmini) e soprattutto mandare a compimento tutte le nuove leggi sul mondo dell'istruzione attualmente in preparazione, in particolare l'oramai attesissima riforma del mondo universitario. Nessuna persona dotata di un livello di quoziente intellettivo minimale può pensare che la spesa programmata oggi per il 2013 è da considerarsi invariabile, perché come ogni uomo onesto sa, l'economia vive giorno per giorno di variabili incredibili, quindi lamentarsi oggi dei tagli per il 2013 è da incoscienti.

Il discorso sarebbe molto più articolato e le voci all'interno della finanziaria sono molto particolari e specifiche: quello che è stato qui presentato riguarda espressamente le due voci principali sulle quali dibatte l'opinione pubblica attualmente.

Tutto il resto è fuffa...

NB: laddove non specificato, le cifre sono espresse in milioni di euro

lunedì 27 ottobre 2008

A chi fa comodo il disastro della scuola

Di Luigi Amicone per ilgiornale.it

Potete scommetterci. Da quello che sento in giro dai miei amici professori, a Mariastella Gelmini non andrà di lusso come sembrava sulle prime in tutte le (belle) interviste e copertine che la ragazza di Brescia s’è meritata. Voti, condotta, maestro unico. Tutte cose sacrosante. Per questo il comitato antifascista prepara grandi festeggiamenti. Già il 27 settembre la Cgil tornerà in piazza. Già i primi consigli dei professori scaldano i muscoli sognando di rivivere le barricate dei loro anni di giovinezza. Stanno preparando il film, la sceneggiatura è già scritta. Ma Mariastella non deve mollare. E sapete perché? Per il bene dei nostri figli. Volete che vi dica la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità?

Tenetevi forte. Negli anni ’70, a scuola, almeno scorreva sangue. Almeno giravano bastardi come il mio amico Marco Barbone (amico dall’81, prima mi avrebbe sparato, amico per incontro fortuito, amico dopo la galera, il pentimento, la conversione cristiana, la vergogna di aver sbagliato tutto, e assassinato una persona per bene, Walter Tobagi). Marco che aveva diciassette anni allora e portava la sua luccicante P38 a scuola (e non in una delle scuole professionali di borgata, ma al prestigioso, aristocratico, à la page, liceo classico Berchet di Milano). Marco che maneggiava la sua bella pistola e spaccava la testa ai suoi compagni di classe. Con i professori che gli dicevano: «Bravo!». E «non hai fatto i compiti in classe? Non hai un voto in tutto il quadrimestre? Tranquillo, copia quelli dei deficienti tuoi compagni ciellini, che a promuoverti poi ci pensiamo noi» (non ci credete? Fatevelo raccontare da chi stava in classe con lui, per esempio dall’ex figicciotto e poi ex segretario della Casa della Cultura di Milano, ora direttore relazioni esterne Fastweb, Sergio Scalpelli). Almeno allora scorreva sangue.

Tutti sapevano che la scuola di massa era una panzana, la democrazia tra le aule e nelle assemblee scolastiche un vecchio arnese che nemmeno il terzo celere riusciva a garantire. Ma nessuno si sarebbe mai sognato di fare finta di niente, piagnucolare, posturarsi a vittima di un ministro dell’istruzione. Certi prof sfigati di oggi sono come quei maestrini delle quaranta scuole romane che si sono messi a lutto, esibendo per la bella stampa da Truman Show le loro fascette nere per protestare contro Mariastella, che con i suoi provvedimenti avrebbe, pensate un po’, «distrutto il nostro sistema scolastico». Prima almeno, fino alla metà degli anni ’80, dopo il sangue ci fu un poco di riflusso, di mestizia, di vergogna a ripetere slogan falsi e assassini. Almeno per qualche anno di plastica, dopo quelli di piombo, non c’era quasi più nessuno in giro a credere che se uno come me, figlio di veri proletari, era stato iscritto alla prima sezione T (ripeto: T, diciotto prime classi!) e si era diplomato alla sezione quinta G (ripeto: G, da diciotto che erano, erano diventate otto!), tutto ciò era frutto della «selezione di classe». Altro che «no alla scuola di classe, no alla selezione, non diventeremo i servi del padrone».

Schiavi eravamo diventati, della droga, delle pistole, dell’alienazione demente che aveva abolito Dante e Manzoni (e la Coca Cola, poiché «ogni coca cola che berrai è una pallottola all’amerikano che darai, e se l’amerikano non fallisce è un compagno vietnamita che perisce») per sostituirla con i diari di Che Guevara e di padre Camillo Torres. Eravamo trentasei figli di proletari in quella prima T. Al diploma arrivammo in dieci. Gli altri? In galera o morti di eroina. Da allora ho imparato che tutto il resto sarebbe stato facile. Io me ne andai a studiare alla Cattolica. Ma per le generazioni successive, nei licei fu polvere e morte burocratica. Infatti, dopo qualche anno di plastica, dopo che il compagno Enrico Berlinguer e la sua musa scalfariana inchiavardata con i veri poterazzi della finanza (i piduitsi erano dei dilettanti al confronto dei compagni-azionisti-demitiani dell’epoca) diede l’ordine di ricominciare a orchestrare un po’ di casino, scuola e università ridivennero i grandi contenitori di carne fresca e fantaccini da buttare per strada all’ordine della catena di comando che partiva dal Pci (in combutta con certi cari reporter di grandi giornaloni). Così, a metà degli ’80, ricominciò il rito delle manifestazioni e delle occupazioni. Lo battezzarono «il movimento della pantera».

Roba da ridere, naturalmente. Niente a che vedere col sangue buono dei ’70, tutta roba preconfezionata e muffita (il mio vate di riferimento, Lodovico Festa, editorialista di questo giornale e all’epoca uomo di marmo del Pci, aveva già inventato la camicia di forza del Centro insegnanti democratici, giusto per mettere i più scalmanati e settari della famiglia comunista in condizione di non nuocere alla linea decisa dal partito a Roma). Insomma, dall’85 in avanti, fatta qualche eccezione per quando governarono loro, gli ottimati postcomunisti e prodiani, gli insegnanti «democratici» ricominciarono la contestazione da burletta e, all’uopo, a usare gli studenti (e il giornalismo collegato alla mamma «progressista» e «de sinistra») come massa di manovra in piazza. Non c’era niente da fare. La scuola doveva restare come le poste, un’impresa sbracata, un buco nero nei conti dello Stato, un posteggio e una caserma per le giovani generazioni. Cosa ci guadagnava la collettività? Niente. Ma quel milione di voti di prof e bidelli allocati con stipendio mediocre ma posto sicuro, dopolavoro di donne con mariti in carriera e sacco nero per gli emigranti dal sud con laurea, faceva gola a tutti. È andata così. E va avanti così.

Da vent’anni. I democristiani non si sono mai azzardati a muovere foglia che la Cgil non volesse e, intanto che si succedevano ministri e sottosegretari cattolici che fungevano da utili idioti, le sinistre Pci-Pds-Ds cementificavano l’istruzione e la chiudevano sotto doppia mandata. Da una parte di greppia per finanziare le migliaia di associazioni, ong, fasulli centri di aggiornamento per gli insegnanti, insomma l’industria per cui il sindacato oggi si ritrova un capitale di immobili e di finanze (non soggette all’articolo 18 e alla trasparenza dei bilanci). Dall’altra di formidabile fortino ideologico dove allevare come polli in batteria, nella trasmissione di saperi tarlati dalla menzogna (non è un caso che i Nobel come Solgenitsin ancora oggi non si leggano nelle scuole, per non parlare della letteratura che non ha il timbro antifascista) e, soprattutto, strumentali alla creazione del consenso nel famoso comparto pubblico (leggi: voti). L’insegnante tipo è quello che ha sotto il braccio Repubblica, ti ammorba coi romanzi del Pennac (adesso saranno i «saggi» dell’Odifreddi) e per punizione ti fa scrivere cento volte alla lavagna «viva i comitati antimafia». Con Mariastella, una outsider con le palle d’acciaio, la musica è cambiata. Ma ci potete scommettere, se la politica non avrà il coraggio di andare alla radice del marcio che c’è nella scuola, anche Thatcher Gelmini rischia di perdere il suo braccio di ferro con le Union dei secondini di quella galera sudamericana, dove tutti fanno apparentemente ciò che gli pare, ma sempre in una galera stanno, anche se le mafie interne garantiscono una certa giocosa, furba, assembleare routine, che è la scuola italiana.

Un esempio? Tanto per accontentare l’Umberto che ha detto che se non hai fatto l’insegnante è difficile che tu possa capire i problemi che ha la scuola, ne faccio uno, il mio. Prima di fare questo lavoro, il sottoscritto ha insegnato per un lustro nella scuola statale e per un altro mezzo in quella privata. Non ci sono confronti possibili. Nella scuola privata venuta su col sudore di una cooperativa di genitori assistiti da un paio di imprenditori illuminati tutto si svolgeva in un clima di avventura, autorevolezza, libertà piena. Non è che non ci fossero litigi e conflitti. Era che anche le difficoltà erano affrontate non con i timbri della burocrazia, le assemblee deficienti e i ricorsi sindacali. Ma con il buon senso e la parola data tra uomini liberi. Era il liceo don Gnocchi di Carate, che non a caso è passato da zero a seicento alunni in dieci anni (ma ne potrei citare decine di queste scuole e migliaia di famiglie che si tolgono il pane di bocca per pagare le rette, ma se lo Stato sindacalizzato dice che queste scuole non dovrebbero neanche esistere, che alternativa hai alla falsa scuola pubblica statale?).

Nel liceo statale, invece (che non citerò, per carità di patria, ma se qualcuno obbietta sono pronto a un confronto pubblico, dove e quando volete), o ti rassegni alla mafia «democratica», cioè a quella dozzina di kapò, maestri di sindacalese, burocrazia e sollevazione della scolaresca. O rischi l’esaurimento nervoso (io, no, ho avuto la fortuna di avere buoni attributi, il rispetto dei ragazzi, addirittura la stima del leader degli autonomi e quindi è toccato ad altri colleghi – ho saputo poi da quel mio amico studente autonomo – consolarsi con qualche orgetta con gli scolari e stare muto quando nei consigli dei prof davo loro dei cretini, merdacce, addetti al lavaggio dei cervelli). Perché ho fatto questo esempio, e concludo? Perché il voto in condotta, il ristabilimento del maestro unico (che soppianta l’idea che i bambini ne debbano avere tre o trentatré non per il bene della loro istruzione e crescita, ma per il bene dell’assistenzialismo e il potere del sindacato), l’introduzione di qualche minimo criterio meritocratico, un po’ di ordine e pulizia in quella discarica senza fondo che è il sistema pubblico dell’istruzione, era il minimo che ci si potesse attendere da un governo stravoluto e oggi ancora strasostenuto dai cittadini italiani. Visto che siamo messi peggio del Cile? Visto che siamo il fanalino di coda dell’Europa? E allora cosa dovremmo difendere, la scuola dei maestrini che giocano ancora al ’68, del bullismo, di YouTube, dello sballo? È un inizio. Un buon inizio, quello della ragazza con gli attributi del tondino bresciano. Ma attenzione, cara Mariastella, se non proverai a metterci mano davvero alla radice del declino scolastico italiano; se non considererai con attenzione riforme come quella proposta dal presidente della commissione Cultura, onorevole Valentina Aprea, riforme che prevedono la parità scolastica (che c’è anche nei migliori Stati africani) e la chiamata degli insegnanti (non solo per graduatoria statale, ma per libertà, merito, autonomia di chi dirige le scuole), non solo potresti uscire sconfitta dal braccio di ferro con le piazze che verranno. Ma rischierai anche tu, come quei tanti (la maggioranza) ex colleghi costretti a subire i diktat della Cgil, di prenderti un bell’esaurimento nervoso.

Domande e risposte sulla scuola

Nell'ultimo mese l'Italia è stata attraversata da una protesta in lungo ed in largo del mondo studentesco in primis e del corpo docente in primis bis. Come più volte documentato da giornali non schierati con la protesta, si è trattato spesso di sparute minoranze con grande visibilità mediatica, mentre al contrario la stragrande maggioranza (più o meno silenziosa) continuava regolarmente a svolgere il proprio compito. Non è neanche certo che gli studenti siano in blocco contro l'azione di questo Governo, non esiste alcuna statistica o ricerca in merito. Sta di fatto che il 30 ottobre è previsto uno sciopero generale del mondo dell'istruzione indetto dai sindacati. Urge dunque portare all'attenzione ed al chiarimento alcuni punti deliberatamente falsificati a proposito della rioganizzazione voluta dal Ministro Gelmini (allo stato attuale non esiste alcuna riforma né del mondo scolastico né tanto meno del mondo universitario).

Il modulo nella scuola primaria rappresenta una grande conquista della migliore pedagogia degli anni '70-'80. Il ritorno al maestro unico o al maestro prevalente rappresenta un indietreggiamento verso il passato e la distruzione del sapere prodotto dalla scuola elementare tra le migliori del mondo. La scelta di migrare dal maestro unico ad una formazione di tipo modulare è, come si evince dagli atti parlamentari, una scelta ideologica compiuta dal PCI-PDS in accordo con i sindacati, che si vedevano così piovere una manna dal cielo di posti di lavoro gratuiti ergo di iscritti. La pedagogia degli anni '70-'80 ha fallito nei suoi intenti: la scuola primaria italiana che una volta poteva fregiarsi del podio a livello internazionale, è oggi precipitata addirittura dietro Paesi come Cipro e Repubblica Ceca nella matematica e nelle scienze. Una rilevazione INVALSI ha messo in luce che nella IV classe soltanto il 65% degli studenti ha conoscenze grammaticali e lessicali della lingua italiana ed una capacità di comprensione globale e particolare del testo giudicate sufficienti (dato che scende addirittura al 58% nella prima media): ciò ha creato negli ultimi anni un gravissimo disequilibrio nell'apprendimento superiore, in quanto gli elementi di base per l'organizzazione del pensiero e della critica si sviluppano proprio nei primi anni di scuola. Le prestazioni di eccellenza nella scuola elementare coinvolgono appena l'8% del totale degli alunni, laddove in altri Paesi si raggiunge anche il 38%. Tali rilevazioni hanno in oltre evidenziato come il livello di apprendimento sia a scalare verso il basso con il progredire delle classi: tale declino è messo in luce dal fatto che gli alunni di quarta elementare vanno sensibilmente peggio rispetto agli alunni di seconda elementare. In tutte le classifiche di rilevamento internazionali la scuola primaria italiana è precipitata rispetto agli anni '70: questo spiega perché nessun Paese europeo ha adottato il modulo, conservando il maestro unico. È dunque giunto il momento di superare questo obbrobrio che è causa anche dello scarso rendimento scientifico degli alunni italiani.

Il ritorno al maestro unico con tempo didattico di 24 ore cancellerà il tempo pieno e costringerà milioni di famiglie a doversi attrezzare in modo diverso, magari pagandosi mense private o baby-sitter. Il tempo didattico di 24 ore sarà soltanto una delle scelte a disposizione delle famiglie: in aggiunta infatti verranno attivate classi da 27 ed anche 30 ore, alle quali si potranno aggiungere altre 10 ore di attività scolastiche comprensive del tempo mensa, che dunque rimane a carico dell'amministrazione. Questa misura era prevista già nel disegno Moratti 57/2004: le accuse di voler cancellare il tempo pieno si rivelarono a posteriori perfettamente strumentali, tanto è vero che oggi si parla nuovamente di abolizione del tempo pieno. Anzi, proprio grazie al fatto che 2 docenti su 3 non avranno più obblighi di insegnamento scolastico, esso sarà potenziato: l'estensione del servizio di questi docenti permetterà nei prossimi anni la creazione di quasi 4000 nuove classi a tempo pieno, che riguarderanno una cifra assolutamente ragguardevole di quasi 80.000 alunni.

Come la mettiamo con il licenziamento di 87.000 insegnanti? Soprattutto i precari saranno penalizzati da questa nefasta scelta. Non ci sarà alcun licenziamento ma soltanto il blocco delle assunzioni che porterà ad una regolarizzazione del rapporto alunni/docenti maggiormente in linea con gli altri Paesi europei. L'Italia ha un rapporto alunni/docenti di 9:1 (includendo nel conto anche gli insegnanti di sostegno), in linea con la media OCSE 11:1 (escludendo dal conto gli insegnanti di sostegno) ma abbondantemente al di sotto di alcuni grandi Paesi europei come Germania (18:1), Francia ed Inghilterra (20:1). Per quanto riguarda i precari, lo Stato non può trasformare la scuola in un ammortizzatore sociale: allettati dalle promesse della sinistra sulla magica moltiplicazione dei posti di lavoro, troppe persone hanno scelto di seguire una strada lavorativa che già da anni sta creando grossi problemi nel comparto scuola, nonostante il numero di docenti sia assolutamente tra i più elevati d'Europa. Questo significa che per anni si è portato avanti una politica sbagliatissima di false promesse, alle quali il Governo Berlusconi IV non vuole più dare seguito. Infine, parte di questo taglio era già stato deciso dal Governo Prodi II, che aveva a sua volta rilevato lo stato insostenibile per la finanza pubblica della scuola italiana. La riduzione di personale non avverrà inoltre tutta insieme ma sarà spalmata su un programma di 4 anni e verrà dunque completata nel 2012.

Il ritorno al maestro unico cancellerà inoltre gli insegnamenti oggi fondamentali come l'inglese e l'informatica, renderà ingestibili le classi multietniche tipiche del nostro tempo e penalizzerà l'apprendimento di coloro che hanno bisogno di più tempo per apprendere. Il taglio previsto degli insegnanti di inglese per 11.200 unità non penalizzerà in alcun modo l'apprendimento di tale lingua: sono previsti corsi di formazione di 150/200 ore per i docenti della scuola primaria, tanto è vero che nelle tabelle ministeriali le ore didattiche dedicate a tale insegnamento sono rimaste assolutamente identiche. Le classi multietniche esistono in tutte le società avanzate occidentali, e nessuna di queste ha adottato il sistema del modulo: non c'è nessuna ragione per ritenere la società italiana talmente più complessa rispetto a quella francese, inglese, tedesca o statunitense da giustificare la scelta del triplo maestro. Infine, il settore dei docenti di sostegno, come si evince dalle tabelle ministeriali, è l'unico che non subirà alcun taglio di docenti, 0 su 0 nei prossimi anni, questo nonostante il rapporto docenti di sostegno/alunni superi in molti casi quello stabilito dalla legge, la quale lo regola ad 1:138, mentre in molte province del Nord la media è di 1:100 e a Trapani addirittura 1:42. Non risultano statistiche che abbiano rilevato in questa città una presenza tre volte superiore, rispetto alla media nazionale, di bambini con difetti di apprendimento. Per il 2008/2009 è stato confermato il dato stabilito dal Governo Prodi II per il 2007/2008: 90.882 posti per circa 174.000 alunni.

Inoltre, veranno chiuse le scuole di montagna e tutte quelle realtà territoriali isolate, costringendo le famiglie a spostamenti chilometrici in un Paese che non prevede alcun tipo di servizio scuolabus. Bisognerebbe dimostrare questo assunto basandosi sul testo della legge, cosa che è impossibile perché nessuna norma lo prevede. La razionalizzazione delle scuole isolate avverrà attraverso la riorganizzazione del settore amministrativo: non vi sarà più un preside ed un segretario per ogni scuola, ma in base alla dimensione degli istituti queste figure potranno gestire 2 o più realtà. Quindi è falso che verranno chiuse scuole di montagna, è vero invece che diminuirà il personale amministrativo.

In aggiunta a tutto questo, la finanziaria prevede un taglio di ben 8 miliardi al comparto scuola. Il Ministro Tremonti fa pesare sulla scuola il 25% della sua razionalizzazione: anche noi vogliamo contribuire al risanamento dei conti pubblici italiani ma non possiamo accettare di farci carico di un taglio così elevato che penalizzerà la didattica scolastica. Il taglio previsto dal Ministero, sfrondato di ideologismi e spiriti di parte è, dati alla mano, di 3,5 miliardi di euro. Il risparmio con la razionalizzazione delle spese servirà inoltre per avviare un grande programma di contrasto alla decadenza strutturale delle nostre scuole: sono migliaia in tutta Italia gli edifici che avrebbero bisogno di un serio intervento edilizio, ed oltre 100 gli istituti che probabilmente non otterrebbero l'agibilità in base alle norme vigenti. È necessario intervenire subito per la sicurezza dei bambini. Di più, oltre 2 miliardi di euro verranno investiti in incentivi all'insegnamento che produrranno un notevole aumento di stipendio, la cui finalità è espressamente perseguita da questo Governo per allineare lo stipendio dei nostri docenti a quello dei maggiori Paesi europei: non c'è infatti nessuna ragione per la quale un docente tedesco guadagni 20.000€ l'anno in più rispetto al collega italiano.

Sul resto della riforma, elementi quali la reintroduzione del voto in condotta, la reintroduzione del giudizio numerico, la reintroduzione dell'uso del grembiule hanno trovato in tutti i sondaggi maggioranze positive così bulgare da rendere difficile una contestazione. Si tratta comunque di norme di tipo comportamentale che poco hanno a che vedere con la riorganizzazione del personale scolastico: norme che libereranno le famiglie dalle difficoltà di comprendere giudizi spesso astrusi e che forniranno ai docenti uno strumento in più nella lotta a comportamenti deplorevoli.

sabato 25 ottobre 2008

Scuola senz'anima

Di Giuseppe De Rita per corriere.it Chi a diverso titolo guarda ai problemi della formazione e della scuola prova la spiacevole sensazione di non riuscire a contenerli in una interpretazione ben focalizzata, cosicché tutto gli appare scontornato, fluido, sfuggente. Ne parliamo e ne scriviamo tutti, ma non riusciamo almeno a mettere ordine su una crisi ormai profonda, anche perché ha almeno tre grandi motori di spinta. Il primo è dato dalle incertezze sull'assetto strutturale del sistema: ne sono prova le polemiche sulla fruibilità della scuola materna; sulle scelte dei docenti nella scuola elementare (maestro unico e no); sull'incapacità di creare nel periodo dell'obbligo quello «zoccolo di competenze di base» di cui ragioniamo da Lisbona in poi; sullo squilibrato andamento delle scelte fra licei classici ed istituti tecnici; sulla interminabile vicenda della riforma della secondaria superiore; sul fallimento della riforma 3+2 nell' università, ecc..

Le tante parole spese su questi temi non rendono meno confuso il quadro, che vede in azione un secondo motore di crisi: la disaffezione soggettiva. Sia quella degli allievi, con episodi e logiche di pericolosa decostruzione sociale (si ricordino il bullismo, gli abbandoni entro gli anni dell'obbligo, ecc.); sia quella di una parte del corpo insegnante con episodi e logiche (di impiegatizzazione e di segmentazione corporativa) di pericoloso impatto sulla qualità del rapporto educativo. Senza contare in terzo luogo che la scuola soffre moltissimo al suo esterno l'evoluzione delle altre agenzie formative: la crisi di funzione educativa della famiglia; la crescita di importanza delle nuove tecnologie di comunicazione che fanno apparire inadeguati ed obsoleti i percorsi scolastici; l'impatto della televisione e degli eventi collettivi sulle emozioni, sugli atteggiamenti culturali, sull'identità dei giovani. Aver messo in elenco le tre grandi componenti della crisi della scuola permette di dimostrare quanto essa sia profonda e sfuggente, non più padroneggiabile da vecchi canoni di interpretazione e di azione. Per questo si mostrano ogni giorno più irrilevanti i nobili richiami degli opinionisti e dei politici, le tabelle statistiche e i rapporti di enti nazionali ed internazionali, le raffiche delle tante proposte di riforma, le pressioni sindacali e le lotte del precariato.

La crisi della scuola italiana è profonda perché è in crisi di ruolo e di anima: di ruolo perché non è più attuale la sua originaria funzione di formazione collettiva a una cultura, una lingua, una coscienza nazionale; e d'anima, perché non sappiamo più quali fondamenti valoriali di base la scuola è tenuta - ed è capace - di dare alle giovani generazioni. Se così complessa è la crisi, per affrontarla bisogna avere una strategia del dove si comincia, altrimenti si resta nell'indistinto in cui oggi ci perdiamo. Può apparire una indebita semplificazione, ma l'ipotesi che sembra più viabile è quella di «cominciare dal basso». Dobbiamo far sì che i nostri figli o nipoti non restino prigionieri della successione delle tante emozioni ma siano aiutati a condensarle in una progressiva hillmaniana «educazione dei sentimenti»; non restino prigionieri del disordinato accavallarsi dei messaggi a loro indirizzati ma siano educati a saperli ordinare e sintetizzare; non restino a galleggiare sulla eterodiretta confusione intellettuale di cui tutti noi soffriamo,ma siano aiutati a sviluppare un po' di progressivo senso di responsabilità; non restino spersi nel vuoto spinto tipico della attuale cultura di massa, ma siano aiutati ad apprezzare la piccola virtù della serietà.

Se vogliamo far questo dobbiamo ricominciare dal basso, dalle fondamenta del sistema: da una buona scuola dell'infanzia, naturalmente rinforzata per diffusione territoriale e per qualità delle persone; e da una scuola elementare profondamente ricentrata sulla sua primordiale funzione di formazione dei sentimenti, della sintesi personale, del senso della responsabilità, della serietà del comportamento. Il ritorno all'insegnante unico non deve in questa luce scandalizzare, ha un senso profondo, anzi andrebbe gestito con maggiore concentrato coraggio: solo una personalizzazione forte e continuata del processo formativo iniziale può garantire ai giovani di possedere un solido «tondino di ferro» su cui agglomerare i successivi input formativi. Cominciare dal basso e rifare le fondamenta del sistema. Immagino che si tratti di un'opzione troppo drastica per una politica scolastica attraversata da centinaia di altre idee, proposte, interessi, poteri. Ma se non si fa questa scelta si rischia che si accentui la confusione ai piani superiori del sistema; e che la scuola ci sfugga sempre di più, come componente del nostro vivere insieme.

Falsi miti: la scuola elementare migliore del mondo

Intervento del senatore Giuseppe Valditara a proposito del decreto Gelmini: fonte (800Mb, da min. 155:45).

Signor Presidente, onorevole Ministro, onorevoli colleghi, dirò subito che il dibattito sul decreto Gelmini ha raggiunto in queste settimane toni inaccettabili. Sulla scuola non si può fare demagogia ingannando gli Italiani. Nelle piazze, sui media, nelle scuole, sono state sparse ad arte autentiche menzogne da professionisti della disinformazione, il tutto per legittimare forme illegali di contestazione che danneggiano in primo luogo il diritto di tanti giovani di poter fruire del servizio scolastico che lo Stato deve garantire a tutti. Voglio sperare che gli esponenti di un partito dalle solide radici democratiche come il PD, pur nella legittima diversità delle posizioni, prendano nettamente le distanze da chi sparge veleni e fomenta disordini. In questi giorni abbiamo sentito di tutto: che si licenzierebbero insegnanti, si abbasserebbe l'obbligo scolastico, si chiuderebbero le scuole di montagna addirittura che le lezioni oltre le 24 ore settimanali sarebbero a pagamento e verrebbero affidate a cooperative private. Abbiamo anche sentito che si abolirebbero le mense scolastiche costringendo i bambini a tornare a casa per il pranzo. Tutto questo è semplicemente falso. Mi atterrò dunque ai contenuti del provvedimento che ci apprestiamo ad approvare. Due sono gli obiettivi cardine che ispirano l'azione riformatrice di questa maggioranza: primo, una scuola che dia finalmente una formazione di qualità a tutti e per tutti offra una opportunità; secondo, il rispetto dei diritti dei contribuenti che pagano le tasse non per foraggiare velleitarismi veterosindacali ma per avere servizi efficienti.

Il decreto in oggetto contiene misure ampiamente condivise: l'introduzione dell'educazione civica; i voti semplici e chiari al posto di giudizi complessi, spesso confusi o contorti; le riaperture delle graduatorie per gli iscritti al 9° ciclo SSIS che erano stati pregiudicati nella scorsa legislatura, a dimostrazione tra l'altro che questo Governo tiene fede agli impegni presi in Parlamento (ricordo qui un nostro ordine del giorno votato in Senato a luglio). Questo Governo rimedia dunque agli errori fatti da chi lo ha preceduto. Il decreto ridà valore al voto di condotta che ritorna dunque a responsabilizzare lo studente; lo voglio affermare qui con grande chiarezza: essere contro una valutazione della condotta significa perpetuare le nefaste idee sessantottine che hanno contribuito non poco ad indebolire l'autorevolezza della nostra scuola e dei nostri insegnanti.

Le polemiche si sono concentrate soprattutto sul cosiddetto "maestro unico". Si è detto addirittura che noi distriggeremmo così la scuola elementare migliore al mondo. Vediamo però come stanno in realtà le cose.

«L'Unità» titolava il 24 settembre scorso: «L'OCSE sbugiarda la Gelmini: ottima la scuola elementare». Nel corso dell'articolo si leggeva, però, solo che l'Italia è il Paese che più spende per la sua scuola elementare (6.835 dollari per alunno, contro la media OCSE di 6.252$): dunque, «l'Unità» ha scambiato l'eccellenza con il costo, la scuola elementare sarebbe eccellente in quanto molto costosa; un criterio assai discutibile.

Interessante, per altro, un dato tratto dal Libro bianco di Fioroni, che cito testualmente: «È più alta in Italia rispetto ad altri Paesi, sia per la matematica, sia per la lettura, la percentuale di studenti poveri di competenze (che non raggiungono il livello necessario per svolgere i compiti elementari)». Ciò non solo con riguardo ai quindicenni, ma «analoghe difficoltà si segnalano, infatti, anche per gli studenti di scuola secondaria di primo grado [medie, ndr]».

Una rilevazione INVALSI del dicembre 2005 avente ad oggetto studenti di prima media non a caso rilevava che solo uno studente su quattro sapeva calcolare il perimetro di un triangolo (che si dovrebbe imparare alla scuola elementare), due su tre ignoravano la forma di un triangolo rettangolo, uno su tre ha sbagliato addirittura le addizioni con calcoli decimali.

Già questi dati dovrebbero far riflettere chi parla di scuola elementare ottima.

Vi sono però altri dati interessanti. Il TIMSS 2007, che analizza i risultati ottenuti dagli studenti di quarta elementare in matematica, colloca il nostro Paese al quindicesimo posto su 22 Paesi partecipanti al test, pensate dopo Cipro e la Repubblica Moldava, con un arretramento notevole rispetto agli anni Settanta. Ma soprattutto, a fronte di Paesi che hanno il 38% di alunni che raggiungono rendimenti avanzati, l'Italia è fanalino di coda con solo il 6% di studenti con prestazioni di eccellenza. Non diversamente nelle scienze. Se, infatti, Paesi come la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e il Giappone oscillano fra il 12 e il 15 per cento di studenti che hanno livelli avanzati di prestazioni, l'Italia si colloca appena sopra la media con il 9%.

Come sottolineano i rapporti internazionali, la scuola elementare italiana manca di «politiche educative che incentivino l'eccellenza negli studenti».

Con riguardo alla lettura le cose stanno diversamente: siamo all'ottavo posto. Ma se andiamo a leggere la rielaborazione dei dati fatta da Mauro Laeng e da Aldo Visalberghi su analoghe rilevazioni internazionali degli anni Settanta vediamo un arretramento di ben tre posizioni: negli anni Settanta eravamo al quinto posto.

Che la scuola elementare italiana con il maestro unico fosse fra le migliori d'Europa lo riconosceva esplicitamente l'onorevole Soave del PCI-PDS intervenendo in Aula alla Camera in sede di dichiarazione di voto sulla legge che introduceva i tre maestri nel 1990.

Insomma, una prima conclusione è che con i tre maestri, nonostante la enorme lievitazione dei costi, i risultati non sono migliorati anzi sono persino peggiorati. Ciò spiega perché nessun Paese europeo abbia adottato il modulo. In alcuni Paesi europei vi è semmai un insegnante prevalente che svolge 1'80-90 per cento della didattica e insegnanti con competenze particolari (lingua straniera, informatica eccetera). Un altro mito da sfatare è la maggiore preparazione professionale di docenti che si dedicherebbero all'insegnamento di discipline specifiche: come noto infatti la preparazione degli insegnanti elementari non è disciplinare ma unitaria. Questo proprio perché, come ben sanno i pedagogisti, alle elementari conta soprattutto l'organicità dell'apprendimento e la unitarietà dell'indirizzo educativo e culturale. Insomma quello che si deve evitare semmai è una differenziazione educativa che rischia di stordire e confondere l'alunnoc. In un bell'editoriale sul Corriere della Sera, Giuseppe de Rita ha giustamente sottolineato, difendendo la scelta di tornare al maestro unico, che i nostri bambini hanno bisogno di un maestro che sappia, cito testualmente: «Ricentrare la scuola elementare sulla sua primordiale funzione di formazione e di sentimenti. Hanno bisogno pertanto di qualcuno che li aiuti ad operare una sintesi, e per questo hanno bisogno di una necessità di certezze e di chiarezza di riferimenti, piuttosto che di una dispersione specialistica».

Perché dunque è stato introdotto in Italia il modulo con i tre maestri? Sono andato a rileggermi l'intervento di Ortensio Zecchino, all'epoca senatore democristiano e poi ministro dell'università nei Governi D'Alema e Amato, che votò contro la legge del 1990 voluta fortemente dalla sinistra democristiana e condivisa ideologicamente dal PCI-PDS. Affiorano considerazioni più che mai attuali: «La riforma che ci apprestiamo a varare consegna al Paese una scuola elementare che con la sua nuova organizzazione contrasta con la pressante esigenza del nostro tempo di offrire un sapere unitario, quale valore etico ed insieme esigenza utilitaristica legata quest'ultima alla flessibilità professionale che sempre più spesso si impone nell'arco di una stessa vita lavorativa e che può essere soddisfatta soltanto sul presupposto di un'autentica formazione di base». E ancora: «frantumiamo l'insegnamento per affidarlo ad una pluralità di insegnanti con identica preparazione di base». Ed ecco arrivata la risposta alla nostra domanda: alla base del modulo vi è «la pressione di quanti hanno inteso così tutelare in modo improprio interessi di categoria»... «stando così le cose» - diceva Zecchino - «non resta che prendere atto dell'esistenza di uno schieramento che ha inteso privilegiare il momento sindacale... svalutando il momento formativo e culturale».

Era la stessa ispirazione di altre leggi che in quegli stessi anni hanno, quelle sì, devastato la scuola italiana imponendo un reclutamento fondato su corsi abilitanti di poche ore, prescindendo dal merito e dalla selezione.

La pedagogia che ha ispirato il modulo con i tre maestri, al di là di qualche buona intenzione, ha finito comunque con l'esprimere una tendenza verso il relativismo culturale e verso la banalizzazione della professionalità, direi pure che ha favorito lo scadimento della professionalità. Era la pedagogia che ispirava soprattutto la posizione del PCI-PDS che si risolse a votare contro la legge del 1990 solo perché essa conteneva la figura dell'insegnante prevalente che, leggo testualmente nell'intervento del Capogruppo comunista in Commissione: «svalutava la rilevanza del lavoro di gruppo» e prevedeva livelli differenziati di impegno didattico fra i maestri.

Proprio per venire incontro alle critiche dei comunisti e alle pressioni sindacali la circolare attuativa violò la legge (perché la legge del 1990 introduceva il maestro prevalente e non il modulo) ed eliminò la figura dell'insegnante prevalente imponendo il team di insegnanti con pari competenze ed impegno. Una circolare attuativa che sotto il ricatto dei sindacati e del Partito Comunista violò una legge dello Stato.

Le perplessità su questo modello organizzativo erano emerse del resto già nella 7a Commissione del Senato nella XIII legislatura, all'interno della stessa maggioranza di centrosinistra. In una risoluzione votata nel maggio 1997 si legge che «occorre ovviare ai rischi di frammentazione e secondarizzazione dell'insegnamento elementare». Dopo aver quindi rifiutato l'eccesso di specializzazione, si sottolineava come «ai fini della qualità del rapporto educativo fra insegnanti ed alunni va risolto il problema della necessità di contenere entro limiti accettabili il numero delle figure docenti che intervengono per gruppi di alunni». Persino nel Libro bianco di Fioroni si legge un passaggio interessante, laddove, dopo aver stigmatizzato l'enormità della spesa per studente, si osserva che essa deriva fra l'altro da specifiche previsioni normative e al riguardo si fa riferimento esplicito «all'organizzazione dell'insegnamento nella scuola elementare», concludendo che questa spesa molto elevata «è il segno di problemi e di notevoli spazi e opportunità di miglioramento nella allocazione delle risorse».

È giunta l'ora di voltare pagina una volta per tutte: noi vogliamo cambiare questo modello demagogico e sindacale di una scuola che privilegia il momento occupazionale rispetto agli interessi delle famiglie e degli studenti; vogliamo cambiare una scuola che insegna la deresponsabilizzazione e coltiva il relativismo. Voi a questo modello di scuola siete rimasti aggrappati e rischiate così di vanificare ogni vostra evoluzione seriamente riformista. Consentitemi di dirvelo: ho seguito i dibattiti in Commissione, speravo in un colpo d'ala, mi sembra di essere ritornato a qualche anno fa quando eravate ancora fortemente legati a quelle logiche portate avanti dalla CGIL che rappresentano il passato.

Ancora qualche riflessione: già i fautori della riforma sostenevano che il modulo era necessario per affrontare la vera novità rispetto alla scuola del passato. L'insegnamento della lingua inglese: inglese ed aggiungo io informatica, sono due autentiche novità educative, novità che danno vita anche in alcuni Paesi europei all'affiancamento di specialisti rispetto al maestro unico. Proprio a questo riguardo tuttavia il decreto Gelmini chiarisce che non spariranno gli insegnanti specialisti, affiancheranno quello che appare dunque come un insegnante prevalente e non come un maestro unico. L'articolazione dei quadri orari su 24, 27 e 30 ore settimanali a scelta delle famiglie, a cui va aggiunto il tempo mensa, impone del resto la presenza di docenti specialisti.

Il Libro bianco che voi avete tanto decantato conferma semmai a p. 11 una valutazione ampiamente diffusa su ciò che serve veramente al miglioramento del nostro sistema scolastico. Le indagini internazionali - si legge - suggeriscono che l'efficacia dell'azione educativa è determinata in modo decisivo da forme integrative della retribuzione degli insegnanti, fondate sul merito, mentre non risulta rilevante, lo afferma testualmente il Libro bianco, a tale fine, la diminuzione delle classi ed il numero di ore di insegnamento. Dunque valorizzare i professori, il numero delle classi ed il numero di ore non è decisivo. E qui tocchiamo due punti invece decisivi: la manovra finanziaria ha stabilito che il 30% delle risorse risparmiate con i tagli di organico, fra cui quelli legati all'introduzione del maestro prevalente serviranno a valorizzare economicamente l'impegno e la preparazione degli insegnanti. Si tratta di una cifra enorme: 2 miliardi e 300 milioni di euro, quando l'aumento concesso dal contratto Moratti, il più remunerativo degli ultimi quindici anni per i docenti, fu di 800 milioni di euro da distribuire a tutti. Qua 2 miliardi e 300 milioni di euro.

È una autentica svolta che dovrebbe consentire di pagare finalmente di più gli insegnanti meritevoli. Infine, proprio l'art. 4 del decreto Gelmini afferma testualmente che una parte delle risorse risparmiate a seguito della soppressione dei moduli saranno destinate ad aumentare il tempo scuola sulla base delle richieste delle famiglie. Dunque, il maestro prevalente non pregiudicherà, anzi favorirà ancora più di oggi le madri lavoratrici che hanno necessità di un sistema scolastico che accolga i loro figli nelle ore pomeridiane. Ora occorre fare i passi successivi: dobbiamo riformare la formazione ed il reclutamento di docenti; realizzare un sistema di valutazione dei risultati delle scuole; studiare criteri efficaci che consentano di premiare gli insegnanti più bravi. Questa, e con queste prospettive, è la riforma che noi andiamo convintamente e compattamente a votare, una riforma che corrisponde ad una concezione chiara della scuola e della società. Noi ci preoccupiamo oggi di difendere il futuro dei nostri figli, voi siete l'ultimo baluardo di quella demagogia veterosindacale che ha sfasciato la nostra scuola ed indebolito la nostra società.

NB: grassetto mio.