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mercoledì 22 ottobre 2008

Mestre, lezioni di spreco: 11 prof, 0 alunni

Di Marino Smiderle per ilgiornale.it

Venezia - Il conto, neanche tanto salato, viene presentato a stretto giro di posta. Maria Teresa Gobbi, dirigente scolastico dell’Istituto tecnico aziendale «Antonio Pacinotti» di Mestre, è stata trasferita all’Ipsia «Mons. V. D’Alessi» di Portogruaro. Non c’è conferma ufficiale che si tratti di una punizione, neanche dalla direttrice dell’Ufficio scolastico regionale, Carmela Palumbo, ma se nei normali ambienti di lavoro un trasferimento è considerato normale, nella galassia del pubblico impiego è invece visto come una condanna severissima. Se poi la comunicazione arriva poco dopo l’ispezione disposta dal medesimo Ufficio, il trasferimento ha il sapore di una sentenza inappellabile.

La «colpa» della Gobbi? Spreco dei soldi del contribuente, visto che al «Pacinotti», durante il suo periodo di reggenza, c’è stata una classe che per mesi è andata avanti felicemente con undici professori (dieci di ruolo e un supplente) e zero, dicasi zero, studenti. E che facevano i docenti al posto di far lezione? Difficile da stabilire, di sicuro percepivano lo stipendio. Di qui lo spreco, di qui l’ispezione, (a seguito di denuncia giornalistica), di qui la condanna, mite, affissa nella bacheca del pubblico ludibrio alla voce «trasferita».

La storia di ordinaria follia burocratica comincia a dipanare i suoi assurdi capitoli alla fine di febbraio. Al «Pacinotti», oltre alle normali lezioni diurne, esiste una sezione serale riservata agli studenti lavoratori. Mica facile studiare e lavorare, ma all’inizio dell’anno scolastico 2007-2008 si iscrivono in 18. La retta annuale è di cento euro ciascuno, un investimento che si può fare anche se c’è il rischio di perderlo, o per stanchezza o per bocciatura finale. Questi studenti fanno lo stesso programma del diurno, con la differenza che le cinque ore di lezione devono essere frequentate dopo otto ore di lavoro, una faticaccia. Il team di professori, invece, è composto in parte dagli stessi che insegnano di giorno e che riempiono la sera i buchi dell’orario.

Succede che i 18 studenti iniziali si riducono con l’avanzare della cattiva stagione. È normale, chi ha insegnato o frequentato lezioni alle scuole serali lo sa: è impossibile che la truppa arrivi compatta al diploma, e nemmeno alla fine di un singolo corso. Ma lo stato deve comunque garantire il servizio ai valorosi elementi che, impegnandosi al massimo, proseguono i corsi. Il problema è che alla 1ª A serale del «Pacinotti» le defezioni diventano una valanga. Fino al «fattaccio» di fine febbraio, quando della classe rimangono solamente i muri. Sì, abbandono completo, nessun studente si presenta più, bandiera bianca.

Che fare? Nulla. I professori devono stare lì, vigili, non sia mai che qualche alunno ci ripensi e, magari, abbandoni il lavoro pur di tornare in quella classe deserta. Di più, c’è il caso di una professoressa entrata in maternità che viene regolarmente sostituita da un supplente. Per fare che, non è dato sapere.

A scandalo esploso, la prof Gobbi ha cercato di spiegare e di declinare ogni responsabilità. «Ci sono persone preposte che non mi hanno informato - aveva detto a maggio -. E in ogni caso non è vero che tutti gli alunni della classe non si siano presentati. È successo solo nell’ultima parte dell’anno scolastico. E poi i docenti non sono rimasti con le mani in mano, hanno ricevuto altri incarichi».

Venezia - Il conto, neanche tanto salato, viene presentato a stretto giro di posta. Maria Teresa Gobbi, dirigente scolastico dell’Istituto tecnico aziendale «Antonio Pacinotti» di Mestre, è stata trasferita all’Ipsia «Mons. V. D’Alessi» di Portogruaro. Non c’è conferma ufficiale che si tratti di una punizione, neanche dalla direttrice dell’Ufficio scolastico regionale, Carmela Palumbo, ma se nei normali ambienti di lavoro un trasferimento è considerato normale, nella galassia del pubblico impiego è invece visto come una condanna severissima. Se poi la comunicazione arriva poco dopo l’ispezione disposta dal medesimo Ufficio, il trasferimento ha il sapore di una sentenza inappellabile.

La «colpa» della Gobbi? Spreco dei soldi del contribuente, visto che al «Pacinotti», durante il suo periodo di reggenza, c’è stata una classe che per mesi è andata avanti felicemente con undici professori (dieci di ruolo e un supplente) e zero, dicasi zero, studenti. E che facevano i docenti al posto di far lezione? Difficile da stabilire, di sicuro percepivano lo stipendio. Di qui lo spreco, di qui l’ispezione, (a seguito di denuncia giornalistica), di qui la condanna, mite, affissa nella bacheca del pubblico ludibrio alla voce «trasferita».

La storia di ordinaria follia burocratica comincia a dipanare i suoi assurdi capitoli alla fine di febbraio. Al «Pacinotti», oltre alle normali lezioni diurne, esiste una sezione serale riservata agli studenti lavoratori. Mica facile studiare e lavorare, ma all’inizio dell’anno scolastico 2007-2008 si iscrivono in 18. La retta annuale è di cento euro ciascuno, un investimento che si può fare anche se c’è il rischio di perderlo, o per stanchezza o per bocciatura finale. Questi studenti fanno lo stesso programma del diurno, con la differenza che le cinque ore di lezione devono essere frequentate dopo otto ore di lavoro, una faticaccia. Il team di professori, invece, è composto in parte dagli stessi che insegnano di giorno e che riempiono la sera i buchi dell’orario.

Succede che i 18 studenti iniziali si riducono con l’avanzare della cattiva stagione. È normale, chi ha insegnato o frequentato lezioni alle scuole serali lo sa: è impossibile che la truppa arrivi compatta al diploma, e nemmeno alla fine di un singolo corso. Ma lo stato deve comunque garantire il servizio ai valorosi elementi che, impegnandosi al massimo, proseguono i corsi. Il problema è che alla 1ª A serale del «Pacinotti» le defezioni diventano una valanga. Fino al «fattaccio» di fine febbraio, quando della classe rimangono solamente i muri. Sì, abbandono completo, nessun studente si presenta più, bandiera bianca.

Che fare? Nulla. I professori devono stare lì, vigili, non sia mai che qualche alunno ci ripensi e, magari, abbandoni il lavoro pur di tornare in quella classe deserta. Di più, c’è il caso di una professoressa entrata in maternità che viene regolarmente sostituita da un supplente. Per fare che, non è dato sapere.

A scandalo esploso, la prof Gobbi ha cercato di spiegare e di declinare ogni responsabilità. «Ci sono persone preposte che non mi hanno informato - aveva detto a maggio -. E in ogni caso non è vero che tutti gli alunni della classe non si siano presentati. È successo solo nell’ultima parte dell’anno scolastico. E poi i docenti non sono rimasti con le mani in mano, hanno ricevuto altri incarichi».

martedì 21 ottobre 2008

L'Italia degli sprechi. Le mani bucate degli Atenei

Venti università sono sull'orlo del dissesto finanziario, salvate dagli sconti contabili. Fondi che vanno in fumo in stipendi. Autore: Andrea Sartori (Insegnante) Fonte: magdiallam.it

L'università italiana insorge per l'approvazione della legge finanziaria che prevede, come per tutti gli altri settori della spesa pubblica, forti tagli alle risorse. Però, guardando le voci di spesa degli atenei ne possiamo constatare l'inefficienza. Metà delle università italiane spende tutti i fondi in paghe. Venti atenei italiani sono per questo motivo sull'orlo del dissesto finanziario e sono salvi solo grazie agli sconti contabili. Infatti se giovedì scorso la Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane) ha dato voce alla protesta per i tagli previsti, però possiamo anche notare che sei università spendono in stipendi il novanta per cento dell'ammontare dell'intero Fondo ordinario per l'università, ovvero il tetto massimo stabilito per legge. E' quanto si può ricavare dai grafici riportati oggi da ''il Giornale'' elaborati sui dati, appunto del Ffo, ovvero del Fondo ordinario per le università. Tra le università più ''virtuose'' possiamo notare la presenza di due atenei della capitale (Roma Tre e Roma Iusm) e di due università meneghine (Politecnico di Milano e Milano Bicocca), mentre le più spendaccione sono le università di Siena, Firenze, Pisa, Bari, L'Aquila, Pavia, Trieste, Molise, Cassino e l'Orientale di Napoli. Quest'ultima risulta l'università più spendacciona, con un investimento negli stipendi che tocca il 95,8 per cento del bilancio. Ma se la situazione già così sembra tutt'altro che allegra, se andiamo a vedere i dati del ministero dell'Università pubblicati il 28 luglio da ''Il Sole-24 Ore'' il quadro si tinge di colori ancora più cupi. Infatti se le università che formalmente hanno sfondato il tetto del 90 per cento sono formalmente sette, qualora non fossero applicati gli ''sconti'' contabili, vale a dire la non computazione degli incrementi stipendiali annui e la riduzione di un terzo dei costi per il personale convenzionato con il sistema sanitario nazionale, le università che hanno passato con irregolarità nel bilancio salirebbero a ventisei. Inoltre, tranne gli atenei di Pisa e Catania, tutte le università hanno incrementato, dal 2006 al 2007, la percentuale di bilancio data agli stipendi. Ma allora cosa resta nelle casse universitarie per finanziare la ricerca? Giulio Ballio, rettore di uno degli atenei più virtuosi d'Italia, vale a dire il Politecnoco di Milano, dice che non resta quasi nulla in cassa. Proprio Giulio Ballio è stato intervistato da Daniela Uva su ''il Giornale'' per conoscere il motivo per cui il Politecnico riesce a risparmiare. Ballio duce che la ricetta è banale: meno personale, quello strettamente necessario, e più lavoro. Marco Gemelli invece ha chiesto a Leonardo Casini, prorettore al bilancio di una delle università più spenderecce, vale a dire Firenze. Casini sostiene che il ''prestigio'' del capoluogo toscano è proporzionale ai suoi stipendi. Inoltre l'ateneo fiorentino ha una quota di docenti tra i più anziani d'Italia, che vuol dire con stipendi più elevati. Inoltre la quota di tali docenti è aumentata del 7 per cento nell'ultimo anno. Inoltre a Firenze molti professori ottengono più facilmente l'idoneità per passare di categoria da parte di una commissione nazionale, grazie al prestigio dell'ateneo. Francesco Cavalla, docente di filosofia del diritto a Padova, sempre su ''il Giornale'' individua gli sprechi in altri settori e non negli stipendi. Cavalla dice che dal sessantotto è nato un malinteso senso di egualitarismo, per cui tutti gli studenti con qualsiasi tipo di diploma di scuola media superiore vengono ammessi a qualsiasi facoltà (la Riforma Gentile invece aveva stabilito regole molto più rigide per l'accesso agli studi superiori) e allora, con l'aumento di studenti, ecco l'aumento di aule, di corsi, di insegnamenti, la costruzione di nuove sedi.....ed ecco tanti fondi che se ne vanno. Io correggerei Cavalla su un punto. Il danno sessantottino c'è, ma è, secondo me, da individuare soprattutto nel fatto che alle medie superiori non si boccia più. La bocciatura deve essere intesa non come punzione, ma come indicazione che forse quella ''non è la tua strada'' e un avviso prima che sia troppo tardi. Andare a lavorare manualmente non deve essere interpretato come qualcosa di umiliante, è anch'esso un servizio indispensabile alla comunità. Non si può essere tutti dottori, non è giusto e neppure auspicabile. Quindi indicando ai ragazzi meno portati altre strade da subito si evita di spendere più soldi in aule. Inoltre Cavalla lamenta che al professore cattedratico venga lasciato materialmente poco spazio all'autentica ricerca scientifica e venga sempre più coinvolto in attività organizzative quali la gestione dei fondi, i convegni, l'intrattenimento o le attività ricreative, con una moltiplicazioni di consigli di Facoltà, di Dipartimento, di Corso di Laurea e chi più ne ha più ne metta. Cavalla ricorda con nostalgia quando l'Università era l'Università, dove dei discenti arrivavano per avere un titolo di studio superiore, e i docenti di cattedra erano dei veri produttori di sapere. I docenti universitari dovevano innanzitutto produrre sapere, mentre oggi non è più così. Però. come dice ancora Cavalla ai professori ''stipendio magro ma prestigio tanto''. E qui sembra che si rtorni a toccare la questione pecunia, e qualcosa dice che effettivamente nell'attuale sistema universitari qualcosa non va proprio a causa degli stipendi. Sicuramente sarebbe un'ottima cosa se i docenti tornassero a fare i docenti, i discenti arrivassero a bussare alle porte dell'ateneo dopo una selezione nelle scuole e che si spendesse di meno e i bilanci potessero quadrare. Purtroppo però per la maggior parte degli atenei non è così. Comunque l'università meglio gestito d'Italia non è in una grande città. A sorpresa è l'università di Catanzaro a detenere il record dell'ateneo più virtuoso d'Italia, con solo il 43,7 per cento di spesa per le buste paga. Come il Politecnico ambrosiano avrà arruolato personale per lo stretto indispensabile e forse, a differenza di Firenze, nom sarà un ateneo ''utile'' per ottenere punteggi. Ma forse è proprio questo essere apparentemente una cenerentola che può aver giovato alle sue casse.

Università, 37 corsi con 1 solo studente

Di Matthias Pfaender per ilgiornale.it Milano - Per molti magnifici rettori la riforma del ministro Gelmini è arrivata con la stessa puntualità di un colore a cuori quando al tavolo verde si è rimasti con una sola fiche. Proprio quando il castello di carte - bilanci e rendiconti, tenuti insieme con la colla di artifici contabili - stava per crollare, ecco arrivare il magnifico nemico, un ministro antipatico su cui riversare le colpe del «futuro» dissesto economico Ma: perché se la riforma deve ancora entrare in vigore molti atenei hanno ora l’acqua alla gola? L’ultimo degli allarmi sulla crisi finanziaria del mondo accademico l’ha lanciato l’anno scorso la commissione tecnica per la Finanza pubblica nel Libro verde della spesa pubblica: si illustrava che nel 2006 19 università (su 66 totali) riversavano oltre il 90% (limite fissato per legge) dei finanziamenti statali in stipendi di docenti e dipendenti. Nel 2007 le cose sono peggiorate: gli atenei in rosso sono diventati 26, il 37% del totale. E oggi, aspettando i bilanci 2008, le prospettive non sono buone. Come fanno le università a finanziare la ricerca se spendono, come accade a Siena, il 104% dei fondi loro destinati esclusivamente in buste paga? «Semplicemente non la fanno» spiegava questa estate al Giornale Giulio Ballio, rettore del Politecnico di Milano, esempio virtuoso dove le buste paga sono contenute nel 66,2% dei fondi. Ma perché alcuni atenei hanno i pignoratori alle porte e altri hanno i bilanci in ordine? Visto che le regole sono le stesse per tutti, «le differenze - recitava l’inascoltato Libro verde - sono causate dai comportamenti particolari dell’ultimo decennio». Ovvero, da chi ha gestito troppo allegramente il personale, reiterando «processi accelerati di reclutamento e promozione», senza correlarli alla «qualità dell’ateneo». Tra il 2000 e il 2006 le università hanno bandito 13.232 posti per professori. Questi concorsi hanno creato 26.004 idonei. Magia? No, solo l’effetto del meccanismo di «idoneità multipla», introdotto una tantum nel ’99 per superare un’emergenza ma poi tacitamente adottato come regola generale, col benestare di tutti: più professori equivalgono a più corsi, e più corsi più fondi e potere - (senza considerare la possibilità di piazzare mogli, figli, parenti e amici all’interno delle facoltà). Il professorificio è costato allo Stato qualcosa come 300 milioni di euro in 5 anni. Corollario dell’esplosione del numero dei professori, un parallelo aumento dei corsi di laurea (una volta fatti i docenti, bisogna trovargli un’occupazione). Le università, passate dalle 41 alla fine anni ’90 alle 66 di oggi (e con le private e le telematiche si arriva a 94) hanno raddoppiato tra il 2000 e il 2006 i corsi di laurea, passati da 2.444 a 5.400. Con risultati, in alcuni casi, strepitosi: al primo gennaio del 2007 il corso di Scienze della mediazione linguistica a Forlì contava un solo iscritto; chissà con chi mediava. Forse con i soli in grado di capire il suo stato d’animo, gli altri 37 studenti titolari di facoltà ad personam sparsi per l’Italia: tra di loro anche uno studente di Scienze storiche a Bologna, uno di Ingegneria industriale a Rende (nel Cosentino) e uno di scienze e tecnologie farmaceutiche a Camerino (in provincia di Macerata). Ma il club dei corsi di laurea con più professori che studenti conta anche dieci corsi con due frequentatori, altri dieci con tre, quindici con quattro, otto con cinque e 23 con sei. Chi paga tutto questo? I vertici dell’università senese avevano le idee chiare: lo Stato. Peccato per loro che ci abbia pensato la magistratura amministrativa a far crollare la certezza che alla fine Roma paga sempre, bocciando il ricorso dell’ateneo, che aveva chiesto al ministero dell’Università 46 milioni di euro per far fronte agli stipendi arretrati; buste paga che il rettorato elargisce in abbondanza, visto che a Siena hanno addirittura più tecnici amministrativi che professori: 1,2 non docenti per ogni docente. In questo l’ateneo toscano è però in perfetta linea con le università siciliane tutte, dove le percentuali di personale che non sale in cattedra sono le più alte di tutta Italia: a Palermo ci sono 2.530 amministrativi a fronte di 2.103 professori, a Catania i tecnici superano i docenti di 232 unità, a Messina il numero di chi insegna si ferma a 1.403 e i tecnici arrivano invece a 1.742, a Enna il rapporto è di 77 a 29. Tanto per dire, a Milano il rapporto è fermo a 0,6.