giovedì 6 novembre 2008

Università, il Governo vara il decreto e prepara il ddl1

I tre articoli qui di seguito possono essere recuperati nella rassegna stampa.

Università, tagli ridotti subito, di Alessia Tripodi per Il Sole 24 Ore

Bloccare i concorsi farsa, di Vincenzo La Manna per il Giornale

Blocco delle assunzioni per gli atenei con i conti in rosso, per Il Tempo

Di Giulio Benedetti per corriere.it

Niente chiusura di mini-scuole per un anno. Riprende il dialogo—è intervenuto Berlusconi per rendere il clima più sereno —tra governo e conferenza delle regioni. Clima più disteso anche sull’università. Oggi la Gelmini dovrebbe portare al Consiglio dei ministri un decreto su pochi punti ritenuti urgenti e quindi da anticipare rispetto alla riforma complessiva che invece sarà contenuta in un disegno di legge. I contenuti sono stati illustrati dal ministro al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che continua a ritenere possibile un accordo ampio sull’università, purché il tema sia affrontato con ragionevolezza.

Gli atenei spendaccioni, con i bilanci in rosso (20 su 75)—questi i punti del decreto — non potranno bandire concorsi. Deroga parziale al blocco del turnover previsto dalla legge 133 dello scorso 6 agosto per l’assunzione dei giovani ricercatori. Distribuzione del fondo statale di finanziamento in ragione non solo del numero degli iscritti — criterio che induce gli atenei ad attirare quanti più studenti anche con una moltiplicazione di corsi e diminuendo il rigore—ma in base a criteri di produttività. Previsto anche un intervento sui concorsi per docenti, forse anche per quelli già banditi. Tra le ipotesi una modifica nei meccanismi della selezione per i professori associati e ordinari: si introdurrebbe un solo vincitore eliminando la doppia idoneità, ritenuta fonte di possibili accordi sottobanco. Un provvedimento che non dovrebbe dispiacere all’opposizione. L’altra ipotesi, più complicata, prevede la sospensione delle procedure in attesa di approvare una riforma con un ddl. Resterebbero i concorsi per i ricercatori, utili per lo svecchiamento dell’università. E potrebbero essere stanziati anche fondi per alloggi e borse di studio per gli studenti più meritevoli.

Riprende intanto il dialogo tra ministro il Gelmini e le Regioni. E’ stato Berlusconi a sbloccare la situazione. Il governo ha infatti modificato l'articolo 3 del dl 154 tenendo conto delle osservazioni delle autonomie. La parte che prevedeva il commissariamento in caso di mancata soppressione, con trasferimento dei ragazzi nelle sedi più grandi, degli istituti scolastici con meno di 50 alunni è stata cancellata. Le regioni avevano deciso di non incontrare più il ministro fintanto che fosse rimasta nel decreto la parola «commissariamento ». La modifica del governo fa slittare l’operazione di ridimensionamento della rete scolastica (chiusure sedi troppo piccole, accorpamenti) al 2010-2011. «Ora — è il commento di Vasco Errani, presidente della Conferenza delle Regioni — è necessario aprire un tavolo per discutere concretamente e senza forzature unilaterali della riorganizzazione dei servizi scolastici, fermo restando il carattere irrinunciabile del diritto al studio». «Un risultato importante» anche per Leonardo Domenici, presidente dell’Anci, soprattutto per i piccoli comuni, montani e non.

Un satirico commento di P. Battista sul mondo universitario: "Elogio dell'inutilità", per Corriere della Sera Magazine

martedì 4 novembre 2008

FFO: come ti butto via il denaro pubblico

Riprendo questo bel post via destralab.it

Qui da pagina 58 a pagina 66 del Libro verde sulla spesa pubblica del Ministero dell’Economia e delle Finanze, le pagine dedicate all’Università, che forse mostreranno più chiaramente (… forse) perché tanti tra professori e osservatori pensano che sia ineludibile intervenire sul problema in modo concreto e perché si definiscono pannicelli caldi le semplici affermazioni generali di principi.

Ci sono delle belle tabelline sulla distribuzione del FFO alle università italiane secondo le leggi e i decreti succedutisi negli anni, dove si evince chiaramente che le università meno virtuose vengono incredibilmente “premiate” e quelle virtuose incredibilmente “penalizzate” e dove si può “notare” anche cosa ha significato e a quali distorsioni ha portato il fatto che lo stato ha fino ad oggi finanziato gli atenei sulla base di un criterio di “spesa storica”.

Libro Bianco scritto e pubblicato, tra l’altro, poco prima dell’emanazione del Decreto criteri di ripartizione del Fondo di finanziamento ordinario (FFO) delle Università per l’anno 2007 da parte del Ministro Mussi, che ha portato unanimemente (ne accenna anche Ichino nel post precedente e Ainis oggi) a questi “sensibili” miglioramenti:

Due soli dati per chiarire le dimensioni: nel 2008 (decreto ministro Mussi) la quota percentuale di FFO assegnata sulla base dei “risultati dei processi formativi e dell’attività di ricerca scientifica” è stata 2.2%, e nel 2007 0.58%. Il criterio della spesa storica, attraverso cui sono stati sostanzialmente ripartiti i finanziamenti, è pessimo non solo perché non ha nulla a che vedere con il merito, comunque valutato, ma perché offre continua copertura a qualunque politica o a qualunque errore di gestione delle sedi.

Le Università che alla data di chiusura del 2006, secondo quanto si può leggere ancora nel Libro Bianco (vedere la Tabella 2.20), nonostante l’esistenza fin dal 1998 di un vincolo relativo alla quota massima del 90% delle spese fisse per il personale di ruolo sul FFO, peraltro attenuato con un metodo di calcolo meno stringente a partire dal 2004, lo avevano “tranquillamente” superato, erano:

Bari 95,8%, Cagliari 92,6%, Cassino 90,1%, Ferrara 90,0%, Firenze 99,4%, Genova 92,4, L’aquila 93,7%, Messina 91,0%, Napoli Federico II 96,0%, Seconda Università di Napoli 98,8%, L’Orientale di Napoli 96,7% Palermo 91,1%, Pavia 94,3%, Pisa 96,9%, Roma La Sapienza 94,6%, Siena 101,1% Trieste 95,7%, Udine 90,9%, Ca Foscari di Venezia 90,8%. Qua altri dati più recenti.

Nella tabella 2.21 si può controllare, invece, la ripartizione del FFO assegnato, che vede, per esempio, Messina con un FFO assegnato del 2,63%, un teorico da modello 2006 da assegnare del 1,68% e un conseguente sovradimensionamento del 36,2% e Milano, che era invece riuscita a stare sotto il 90% (89,1%) con un sottodimensionamento dei fondi assegnati del 9,2%.

Qua invece andarsi a controllare quali sono le Università che hanno bandito gli ultimi concorsi nonostante tutto questo. E forse potrebbe diventare difficile, per chiunque, non domandarsi, come si fa qui, ma con quali risorse e sulla base di quali piani di sviluppo sono stati deliberati dalle sedi questi bandi? E questa mole di bandi è compatibile nei singoli atenei con il pieno turn over dei docenti? E non trovare tanto strano, rispondere che se non lo è, le risorse liberate dalle cessazioni del prossimo futuro saranno impegnate per promozioni di carriera.

Mentre oggi Michele Ainis, Atenei in tilt senz’anima e senza soldi. Sprechi, gigantismo, inefficienza, lassismo etico: all’università serve una cura, dopo aver fatto un’impietosa analisi dell’esistente, e aver affermato:

Ma non dipende solo dal rubinetto della spesa. Anzi: la sua causa più profonda sta nella logica che pervade il sistema, dove il merito è diventato carta straccia, insieme al senso della legalità.

[...] D’altronde tutto il sistema di finanziamento pubblico verso gli atenei è ben poco orientato al merito, al sostegno dei comportamenti più virtuosi nella ricerca e nell’insegnamento.[...] Se la superficie dell’oceano è piatta, sui fondali nuotano invece pesci d’ogni razza. Durante gli Anni Ottanta del secolo passato in Italia venivano impartite oltre 10 mila discipline accademiche; nel frattempo questa cifra è quantomeno raddoppiata. D’altronde tutta l’università si è via via gonfiata come un panettone, dopo il 3+2 e le altre riforme varate dal 1997 in poi. C’erano allora 41 atenei; nel 2008 sono diventati 95, fra pubblici e privati. Ma se si contano anche le sedi distaccate (ce n’è una sotto ogni campanile, da Tempio Pausania con 5 studenti immatricolati a Petralia Sottana che ne ha 6), il totale fa 338. Da qui la proliferazione delle facoltà, sicché ne abbiamo aperte per esempio 14 di Veterinaria, più di quante ne sommino tutte insieme Francia, Germania, Austria, Belgio, Grecia e Danimarca. Da qui, e soprattutto, la moltiplicazione dei corsi di laurea: 5.517 nel 2007, quando erano 2.444 nel 2000. Fra le new entries, «Gestione delle imprese di pesca» (università del Molise), «Scienze della mediazione linguistica per traduttori dialoghisti cinetelevisivi» (Torino), «Scienze del fiore e del verde» (Pavia), «Scienza dell’allevamento, dell’igiene e del benessere del cane e del gatto» (Bari).

Insomma sprechi, gigantismo, inefficienza, parcellizzazione dei saperi (gli iperspecialisti che sanno tutto su niente, e perciò niente su tutto), lassismo etico, mortificazione delle competenze, sia sul versante dei docenti che su quello dei discenti: all’università serve una cura da cavallo.

Propone una cura con “sottrazione”, anzi con doppia sottrazione: in primo luogo, via il valore legale della laurea e in secondo luogo, via il valore legale della cattedra.

La prima [...] soluzione non particolarmente originale (ne parlava già, mezzo secolo addietro, Luigi Einaudi), ma rivoluzionaria nei suoi effetti potenziali. Perché porrebbe le università in competizione fra di loro (vale di più la laurea dell’ateneo migliore), e perché non c’è efficienza senza concorrenza.

La seconda [...] Perché in Italia sono bassi gli stipendi dei ricercatori, al primo gradino della scala; lo sono quelli degli studiosi più brillanti, che negli Usa – attraverso contratti individuali e fondi di start-up – talvolta superano un milione di dollari; ma sempre negli Usa il rapporto fra lo stipendio medio degli ordinari e degli assistenti è di 1,5 a 1, mentre qui lo stipendio di un ordinario a fine carriera pesa 4 volte e mezzo la busta paga dei neoricercatori. È il paradosso d’un sistema il quale – legando la retribuzione dei professori esclusivamente alla loro anzianità di servizio – non sa essere né egualitario né meritocratico, tanto da attirarsi la censura dell’Ocse (Rapporto Going for Growth, 2007); sicché c’è bisogno di rivoltarlo come un calzino usato.

E qui “ordinaria” cronaca siciliana, non di nera, ma accademica. Università di Messina: indagata la moglie del Rettore e Ateneo messinese nella bufera: il rettore a giudizio per abuso d’ufficio, 25 gli indagati. Ne fa un bel pezzo di “colore” oggi il solito Stella.

Troppo “qualunquista” chiedersi, qualche volta, dove stavano prima del 2008, i signori professori e i signori Rettori che oggi fanno le barricate e parlano di merito e cultura che si vogliono distruggere? Ma di cosa stiamo parlando?

p.s.: Ricordando, per non essere fraintesa, che questa non vuole essere assolutamente una generalizzazione e che ad oggi, un punto su cui i consigli di ateneo più responsabili e “virtuosi” (e ce ne sono ovviamente diversi) stanno facendo pressione è proprio quello di orientare in senso meritocratico la distribuzione dei tagli. E non solo.

update: Il corriere oggi (2 novembre) ha pubblicato questo: Università, i conti in rosso. Con due grafici che contengono dati aggiornati.

lunedì 3 novembre 2008

L'Ateneo sotto inchiesta pensa all'arredo

Di Gian Antonio Stella per corriere.it

Non è vero che non ci sono soldi per la ricerca. L' Università di Messina, ad esempio, una ricerca la sta facendo: cerca un pittore che per 80mila euro dipinga un quadro per l' Aula Magna di ingegneria. Direte: ma come, una spesa così insensata in questi tempi di vacche magre? Esatto. Dicono sia in-dis-pen-sa-bi-le. Certo, per arredare la parete della grande sala non potevano scegliere momento peggiore. Da una parte, infatti, divampa la polemica sui tagli decisi da Mariastella Gelmini, denunciati come la scelta scellerata di lesinare la goccia d' acqua agli assetati dalle gole riarse. Dall' altra il rettore dell' Ateneo, Francesco Tomasello, è stato appena rinviato a giudizio con la moglie Melitta Grasso (lei pure dirigente dell' Università) e altri 25 professori, ricercatori e funzionari vari (altri sette imputati hanno chiesto il rito abbreviato) per due scandali. Il primo: la gestione assai «controversa», diciamo così, di tre milioni di euro di fondi regionali destinati alla ricerca di un progetto scientifico «Lipin». Il secondo: un concorso taroccato. Scoppiato quando un docente aveva denunciato di aver subito pressioni per addomesticare la gara per un posto di professore associato che doveva a tutti i costi andare a Francesco Macrì, figlio dell' allora preside di Veterinaria Battesimo Consolato Macrì, che nelle intercettazioni viene chiamato «BatMac». Non bastasse, proprio in questi giorni L' Espresso ha rivelato che la moglie del rettore, il quale l' anno scorso era stato sospeso per due mesi dalla carica nell' ambito di una «inchiesta su delitti, appalti e clan», sarebbe al centro di un' altra indagine sulla fornitura di pasti del Policlinico e la gestione dei servizi di vigilanza. Servizi che oggi, grazie all' intervento del commissario straordinario, costano 300mila euro ma prima della svolta erano stati assegnati alla società «Il Detective» (unica partecipante alla gara d' appalto!) per un milione e 770mila: sei volte di più. Non bastasse ancora, la città peloritana è scossa da «boatos» secondo i quali ognuno degli 86 nuovi posti all' Università, banditi con 75 concorsi, sarebbe stato «cucito come un vestitino» addosso a 86 prescelti. Sia chiaro: l' ateneo messinese non è l' unico a spendere i soldi in maniera «bizzarra» dando ragione ai rettori più seri che inutilmente invocano da anni che la distribuzione dei fondi e più ancora dei tagli non sia fatta così, a casaccio, ma tenga conto delle enormi differenze tra le università sobrie e quelle spendaccione, quelle virtuose e quelle «canaglia». I casi sconcertanti sono infiniti. Con l' aria che tira in questi anni, ad esempio, era proprio indispensabile all' università di Salerno (dove ogni stanza e ogni bagno del campus è stata tinteggiata con un colore differente) la costruzione del «Chiostro della Pace» di Ettore Sottsass e Enzo Cucchi voluto per offrire ai giovani un luogo «dove riflettere sul senso della vita» e irrispettosamente ribattezzato «il lavandino» per le mattonelle di ceramica blu? È fondamentale, a Bari, mantenere tutt' ora a cura dell' ateneo la darsena del Cus, il centro universitario sportivo, dove fino a ieri decine di docenti ormeggiavano le barche senza tirar fuori un cent? Vi pare possibile che un porticciolo vicino al centro della città sia stato fino all' arrivo del nuovo rettore offerto per 16 anni ai baroni senza che nessuno si ricordasse di chieder loro di pagare la quota («omaggi a personalità influenti...», ammise il presidente) col risultato che siccome non fu mai mandata una richiesta è oggi impossibile pretendere gli arretrati? Chi li restituirà, i tre o quattrocentomila euro di crediti mai riscossi? E l' ex rettore di Teramo Luciano Russi, poi trasferitosi a Roma, doveva proprio spendere 93mila euro per comprare una Mercedes S320 con tivù al plasma anteriore e posteriore, fax, business consolle e «sound system Bose» e 303mila per rifare l' arredamento del suo ufficio? Certe voci resteranno indimenticabili: 54.391 euro per «librerie e boiserie in noce massello con appliques alle quattro pareti», 8.448 per «due divani in pelle modello Chesterfield tre posti», 6.500 per «tappeto Isphahan lana/seta»... Come poteva, con quelle spese, trovare altri soldi per la ricerca? E come possono accettare, i rettori «risparmiosi» attenti al centesimo, di essere messi sullo stesso piano, nei tagli, di chi ha speso 33.259 euro (quanto guadagnano in un anno tre dei precari pisani che hanno messo a punto un supertelescopio messo in orbita dalla Nasa) per «rivestimento soffitto in noce massello cassonato»? Ma torniamo a Messina. Dove lo stesso bando di concorso per «la scelta, l' esecuzione e l' acquisto» del quadro da 80mila euro è un capolavoro. Dopo avere precisato che «l' opera dovrà essere ispirata al tragico evento del terremoto di Messina» e «andrà collocata nell' Aula Magna della Facoltà di Ingegneria, sulla parete cattedra di m. 7,50x3,30 e sulle due pareti contigue, ciascuna di m. 2,00 circa x 3,30», il documento precisa infatti che «al concorso possono partecipare tutti gli artisti italiani e stranieri in possesso della residenza o del domicilio in Italia, che godano dei diritti civili e politici nello Stato di appartenenza». Insomma, se c' è un Picasso o un Gauguin che abbia voglia di cimentarsi, si astenga: la nostra università, oltre ai ricercatori stranieri, non vuole neppure pittori che non siano indigeni. E non è finita. Tra le meravigliose scemenze burocratiche, c' è infatti che «il plico deve essere sigillato con ceralacca e controfirmato sui lembi di chiusura e deve recare all' esterno, oltre all' intestazione del mittente (nome e cognome dell' artista) e all' indirizzo dello stesso, la dicitura "Bando di concorso per la scelta, l' esecuzione e l' acquisto di un' opera d' arte pittorica da collocare nell' Aula Magna della Facoltà di Ingegneria in Contrada Papardo di Messina"». Il plico deve contenere al suo interno la busta con la dicitura «Documentazione» e un contenitore con la dicitura «Bozzetto» entrambi «controfirmati sui lembi di chiusura...». Insomma: viva l' arte e viva gli artisti! Purché burocrati. E ossequiosi del comma 1/ter dell' art.47bis del dpr...

NB: grassetto del redattore.

I privilegi dei Rettori. E si lamentano pure...

Di Gennaro Sangiuliano per Libero

Qualche tempo fa, proprio l’allora rettore dell’Università di Siena Piero Tosi, finì in un mare di polemiche, che comportarono anche l’interessamento della Procura, che indagò sulla correttezza di alcuni concorsi, nomine e consulenze”.

“Il figlio, Gianmarco Tosi, aveva vinto nel 2003 il concorso per ricercatore di oculistica. Tosi junior, all’epoca dei fatti aveva 32 anni, una laurea con 110 e lode, 18 pubblicazioni e una specializzazione, il suo concorrente, il dottor Domenico Mastrangelo, nel 2003 era 48enne, aveva anche lui una laurea con 110 e lode ma 91 pubblicazioni e tre specializzazioni”.

“L’ateneo di Siena è stato sempre una roccaforte del Pci, poi Ds, prima di Tosi il rettore era stato Luigi Berlinguer, cugino di Enrico, ministro dell’Istruzione con vari governi ulivisti e il primo Prodi”.

“All’Università di Siena - sicuramente per incontestabili meriti - è stata chiamata come associato la professoressa Maria Rosaria Florinda Giuva, nota anche per essere la consorte di Massimo D’Alema, nominata con decreto n. 325 alla facoltà di Lettere”.

“In un altro prestigioso ateneo, quello di Bologna, il decreto 1663 del settembre 2006, invece, nomina professore ordinario alla facoltà di Farmacia, Luca Prodi, nipote del più celebre Romano. Naturalmente, anche in questo caso ci sono altissimi meriti scientifici”.

PROFESSIONE RETTORE

Stipendio: 120.000€ lordi all'anno, a cui vanno aggiunti rimborsi spesa e trasferte

Dotazione di ogni rettore: segreteria (di almeno 5 persone), addetto stampa, segretaria particolare ed auto con autista

Monte stipendi dei Rettori italiani (80 associati CRUI): 9.600.000€

NB: Piero Tosi è poi diventato Presidente della CRUI, la Conferenza dei Rettori, il "clan" di perottiana memoria. Il che è tutto dire...

Scuola, i riformisti del no

Di Ernesto Galli Della Loggia per corriere.it

Che cosa realmente sanno della scuola, della causa per cui protestavano, gli studenti che l'altro giorno hanno affollato le vie e le piazze d'Italia? Probabilmente solo che il potere, cattivo per definizione (figuriamoci poi se è di destra!), vuole fare dei «tagli», termine altrettanto sgradevole per definizione, e imporre regole limitatrici della precedente libertà (grembiule, valore del voto di condotta), dunque sgradevoli anch'esse. Sapevano, sanno solo questo, non per colpa loro ma perché ormai da tempo in Italia, nel dibattito tra maggioranza e minoranza, e di conseguenza nel discorso pubblico, la realtà, i dati, non riescono ad avere alcun peso, dal momento che su di essi sembra lecito dire tutto e il contrario di tutto. Nulla è vero e nulla è falso, contano solo le opinioni e i fatti meno di zero.

Esemplare di questo disprezzo per la realtà continua a essere il dibattito sulla scuola. C'è un ministro, Mariastella Gelmini, che dice che la scuola italiana non funziona. Porta delle cifre: sul numero eccessivo d'insegnanti, sull'eccessiva percentuale assorbita dagli stipendi rispetto al bilancio complessivo, sui risultati modesti degli studenti, sulla discutibile organizzazione della scuola nel Mezzogiorno; evoca poi fenomeni sotto gli occhi di tutti: l'allentamento della disciplina, gli episodi di vero e proprio teppismo nelle aule scolastiche. E alla fine fa delle proposte. Discutibilissime naturalmente, ma la caratteristica singolare dell'Italia è che nessuno, e men che meno l'opposizione, men che meno il sindacato della scuola che pure si prepara a uno sciopero generale di protesta, sembra interessato a discutere di niente. Né dell'analisi né di possibili rimedi alternativi a quelli proposti.

Cosa pensa ad esempio dei dati presentati dal ministro Gelmini il ministro ombra dell'istruzione del Pd, la senatrice Garavaglia? Sono veri? Sono falsi? E cosa indicano a suo giudizio? Che la scuola italiana funziona bene o che funziona male? E se è così, lei e il suo partito che cosa propongono? Non lo sappiamo, e bisogna ammettere che per delle forze politiche e sindacali che si richiamano con forza al riformismo si tratta di un atteggiamento non poco contraddittorio. Riformismo, infatti, dovrebbe significare prima di tutto la consapevolezza di che cosa va cambiato, e poi, di conseguenza, la capacità di indicare i cambiamenti del caso: le riforme appunto. Non significa dire solo no alle riforme altrui, e basta. Infatti, alla fine, dato il silenzio circa qualsiasi misura nel merito, l'unica proposta che rimane sul tappeto da parte del Partito democratico e del sindacato appare essere virtualmente solo quella di lasciare le cose come stanno. Naturalmente nessuno si prende la responsabilità di dirlo esplicitamente, ma ancor meno nessuno osa esprimere il minimo suggerimento concreto.

In realtà, a proposito della scuola una proposta precisa è stata ed è avanzata di continuo dall'opposizione politico-sindacale. Alla scuola — ci viene detto — servono più soldi (nel discorso pubblico italiano, di qualsiasi cosa si tratti, servono sempre o «ben altro» o «più soldi»). Insomma, la colpa del malfunzionamento della scuola starebbe nelle poche risorse di cui essa dispone: ciò che almeno serve politicamente a rendere ancor più deplorevole la recente decisione del ministro del Tesoro di togliergliene delle altre. Peccato però che pure in questo caso, per dirla con le parole di uno studioso che non milita certo nel campo della destra, Carlo Trigilia, sul Sole-24 ore di martedì scorso, dall'opposizione «non è stata elaborata alcuna proposta di manovra finanziaria che spiegasse se e come era possibile coniugare rigore finanziario e scelte concrete diverse da quelle del governo». Dunque neppure sul come e dove trovare quei benedetti soldi l'opinione pubblica ha la minima indicazione su cui discutere, su cui fare confronti e alla fine farsi un'idea.

Questo non tenere conto dei fatti, dei dati concreti, questo continuo scansare la realtà, finiscono così per diventare uno dei principali alimenti della diffusa ineducazione politica degli italiani. Nel caso della scuola contribuiscono a far credere a tanti, a tanti insegnanti, a tanti studenti, di vivere in un Paese governato da ministri sadici, nemici dell'istruzione, che chissà perché rifiutano di distribuire risorse che invece ci sono; contribuisce a far credere a tante scuole, a tante Università, che i problemi possono risolversi con la messa in scena spettrale — più o meno per il quarantesimo anno consecutivo! — dell'ennesimo corteo, dell'ennesima «okkupazione».

NB: grassetto del redattore.

sabato 1 novembre 2008

Università: 230 docenti per diritto ereditario

Di Emanuele Lauria per palermo.repubblica.it

Sono tanti con lo stesso nome. Troppi. E anche quando non si chiamano nello stesso modo, spesso sono parenti. Mogli, nipoti, cugini, cognati. Sono loro i padroni dell´Università. Famiglie. Ne abbiamo contate cento, probabilmente ce ne sono molte di più.

Abbiamo contato duecentotrenta consanguinei sparsi in aule, dipartimenti, facoltà. Un altro elenco verosimilmente incompleto, anche perché ci siamo fermati soltanto a ordinari, associati e ricercatori. Tralasciando il campo dei dottorati di ricerca. Un numero indiscutibile è però questo: il 54,7 per cento dei docenti dell´ateneo sono palermitani.

E due su tre, esattamente il 66, 8 per cento, vengono dalla provincia. Solo Napoli eguaglia la capitale della Sicilia in questa performance. Palermo è davanti a Catania e a Messina, a La Sapienza di Roma, a Torino, a Milano e a Bari. E il luogo di provenienza dei docenti, come spiega il professore della Bocconi Roberto Perotti nel suo libro «L´università truccata» (Einaudi), è il principale metodo «per quantificare più sistematicamente, anche se indirettamente, il ruolo del nepotismo e delle connessioni nell´università italiana».

L´altro - metodo - consiste nello studiare la frequenza dell´omonimia. Noi abbiamo cercato di andare oltre. Ricostruendo la fitta rete di intrecci familiari che sostiene il mondo accademico palermitano. Ecco i docenti parenti. Ecco le cento famiglie. I clan universitari più numerosi si scoprono in quattro facoltà: Medicina (58 docenti imparentati fra loro), Agraria (23 su appena 129 professori), Giurisprudenza (21).

In tutto sono almeno 230 i docenti parenti, legati con almeno un altro insegnante dell´ateneo da un rapporto di consanguineità di primo grado. Molti probabilmente sono i bravi, quelli che hanno la ricerca nel dna e fin da ragazzi sviluppano nell´ambiente familiare l´amore per gli studi. Ma sino che punto i rampolli dei «baroni» non ostacolano le ambizioni di altri studenti che non hanno il parente che conta? A Palermo come altrove, forse più che altrove visti i numeri, l´università può proporsi come casta.

La storia è quella di figli che salgono in cattedra per diritto ereditario, fratelli e sorelle che succedono inevitabilmente ai loro padri e ai loro zii, nipoti e cugini immancabilmente primi al pubblico concorso dove c´è sempre un docente in commissione che aiuta un altro. Alla fine, quest´inchiesta dimostra che non sempre ma troppo spesso quello che conta è il nome che si porta.

Un altro dato significativo riguarda la collocazione dei parenti docenti: in sessanta delle cento famiglie censite, ci sono almeno due componenti di stanza nello stesso dipartimento o nello stesso settore scientifico disciplinare. Per inciso, a Bari, dopo gli scandali degli anni scorsi, l´università ha adottato un codice etico che ha bandito la nomina di parenti stretti nello stesso settore e nella stessa facoltà. A Palermo questa regola non c´è.

E regnano le dynasty, che si formano in silenzio. A Medicina, dove la scienza è una vocazione ma pure un comodo bagaglio ereditario, c´è il record di parenti ma anche quelli dei docenti che sono 448. La parentopoli si annida naturalmente anche in altre facoltà. Ad esempio a Economia, il reame dei Fazio. Il capostipite è Vincenzo, ordinario di Scienze economiche, aziendali e finanziarie. Nello stesso suo dipartimento ci sono altri due Fazio: i suoi figli, Gioacchino associato e Giorgio ricercatore. Insegnano la stessa materia di papà.

Il preside di Economia si chiama Carlo Dominici, suo figlio Gandolfo è anche lui in facoltà per istruire gli studenti in Scienze economiche. Poi ci sono i due Bavetta, l´ordinario Sebastiano (fino a ieri l´altro assessore comunale) e Carlo associato, figli di Giuseppe che lì a Economia c´era fino a qualche tempo fa. Ora è in pensione. Un ultimo caso di padre e figli di quella facoltà: il docente di economia aziendale Carlo Sorci, che è anche presidente di una società regionale, e sua figlia Elisabetta - ricercatrice - che insegna Diritto commerciale.

La Medicina? In ateneo è affare di famiglia

Di Giuseppe Marino per ilgiornale.it

«I figli so piezz’ e core». Ma anche di reni, fegato, occhi. Perché nelle cliniche universitarie delle due facoltà di Medicina di Napoli praticamente in ogni specialità c’è il rampollo di un barone universitario che ha ereditato una cattedra, un assegno di ricerca, un posticino al caldo di uno stipendio statale garantito. E non è un caso isolato. Le facoltà di Medicina sono tra le più contagiate dal morbo del nepotismo. Anche perché non sono solo luoghi di studio e ricerca, essendo collegate a ospedali e policlinici. Insegnare a Medicina in molti casi significa controllare posti letto. E i posti letto sono potere. E il potere è denaro. Non a caso Roberto Perotti, il professore della Bocconi autore del più acclamato libro denuncia del momento («L’università truccata», ed. Einaudi) ha preso come caso di studio proprio queste facoltà. E ha certificato, nero su bianco, che questa parte di università ha un’organizzazione strutturalmente feudale. Perotti ha compilato una statistica semplice ma significativa: ha contato quanti docenti di Medicina abbiano almeno un omonimo all’interno della stessa facoltà. Poi ha allargato il cerchio alle altre sedi di Medicina all’interno della stessa regione, un esercizio fondamentale, perché tra i baroni vige un sistema di scambio di favori, grazie al quale spesso i parenti stretti vengono sistemati in università satellite. I risultati sono incredibili.

Il record va a Messina: tre su 10 hanno omonimi in facoltà e quattro su dieci in Regione. Ed è particolarmente incredibile se si pensa che Messina non è certo una metropoli. Non va molto meglio a Napoli Seconda: il 27 per cento dei prof può annoverare un collega con lo stesso nome in facoltà (il dato sale a 34 per cento confrontando con le facoltà della Regione). La Federico II di Napoli è appena al di sotto queste cifre. E non sorprende, visto che nel capoluogo campano perfino gli studenti hanno denunciato la situazione raccogliendo segnalazioni di omonimie in occasione di una protesta denominata «Barone Day». In poco tempo, allargando il tiro all’intero ateneo napoletano, sono arrivate oltre cento segnalazioni di parentele. E Perotti ha scoperto anche che più aumentano le omonimie, più cala la qualità della ricerca (misurata in termini di citazione degli studi da parte di pubblicazioni scientifiche). Attenzione, Medicina non è un’eccezione: c’è una parentopoli in tutta Italia con 14 inchieste e 117 indagati. Ma i baroni negano. A Padova a fare scoppiare il caso, nel maggio scorso, è stato Ermanno Ancona, direttore della 3° clinica chirurgica, che ha inviato una mail ai 600 colleghi in vista dell’elezione del preside della facoltà. Nel messaggio elettronico si parlava di «questione etica» e di «nepotismo deteriore».

L’appello probabilmente è arrivato anche ad Antonio Ambrosini, direttore di Ginecologia, e al figlio Guido, che insegna nello stesso dipartimento. Oppure all’ex preside Antonio Tiengo e al figlio Cesare, medico a Chirurgia plastica clinica. Non è dato sapere come abbiano risposto. È agli atti di articoli di giornale invece la risposta di uno dei professori che era candidato alla massima carica della facoltà: «No comment, di queste cose si parla tra colleghi e non sui giornali». Come dire: è affare di famiglia, di cosa si impicciano studenti e contribuenti? La sensazione di onnipotenza e di impunità trasuda dalla ramificazione delle parentele. Ci sono professori che fanno stipulare contratti ai parenti direttamente, senza nemmeno passare per il fastidio di un concorso truccato (c’è un caso citato in un’inchiesta a Bari). Alla Federico II di Napoli il padre di un docente è stato condannato per aver agevolato l’assunzione del figlio. Ma l’erede è rimasto al suo posto. A Firenze è stato rinviato a giudizio il professor Firminio Rubaltelli per una «spintarella» alla collega Giovanna Bertini, di 28 anni più giovane. I due hanno sempre smentito di avere una relazione come sostenuto dal Gip. Poi la Finanza ha trovato a casa di lei una lettera di lui dai toni decisamente affettuosi. Eppure se glielo provi a dire ai baroni che il loro ormai è un sistema, si offendono. Perotti è stato inondato di messaggi indignati per la sua statistica sulle omonimie. «Non provano le parentele». Già è vero: restano fuori mogli, cugini e amanti.