sabato 1 novembre 2008

La Medicina? In ateneo è affare di famiglia

Di Giuseppe Marino per ilgiornale.it

«I figli so piezz’ e core». Ma anche di reni, fegato, occhi. Perché nelle cliniche universitarie delle due facoltà di Medicina di Napoli praticamente in ogni specialità c’è il rampollo di un barone universitario che ha ereditato una cattedra, un assegno di ricerca, un posticino al caldo di uno stipendio statale garantito. E non è un caso isolato. Le facoltà di Medicina sono tra le più contagiate dal morbo del nepotismo. Anche perché non sono solo luoghi di studio e ricerca, essendo collegate a ospedali e policlinici. Insegnare a Medicina in molti casi significa controllare posti letto. E i posti letto sono potere. E il potere è denaro. Non a caso Roberto Perotti, il professore della Bocconi autore del più acclamato libro denuncia del momento («L’università truccata», ed. Einaudi) ha preso come caso di studio proprio queste facoltà. E ha certificato, nero su bianco, che questa parte di università ha un’organizzazione strutturalmente feudale. Perotti ha compilato una statistica semplice ma significativa: ha contato quanti docenti di Medicina abbiano almeno un omonimo all’interno della stessa facoltà. Poi ha allargato il cerchio alle altre sedi di Medicina all’interno della stessa regione, un esercizio fondamentale, perché tra i baroni vige un sistema di scambio di favori, grazie al quale spesso i parenti stretti vengono sistemati in università satellite. I risultati sono incredibili.

Il record va a Messina: tre su 10 hanno omonimi in facoltà e quattro su dieci in Regione. Ed è particolarmente incredibile se si pensa che Messina non è certo una metropoli. Non va molto meglio a Napoli Seconda: il 27 per cento dei prof può annoverare un collega con lo stesso nome in facoltà (il dato sale a 34 per cento confrontando con le facoltà della Regione). La Federico II di Napoli è appena al di sotto queste cifre. E non sorprende, visto che nel capoluogo campano perfino gli studenti hanno denunciato la situazione raccogliendo segnalazioni di omonimie in occasione di una protesta denominata «Barone Day». In poco tempo, allargando il tiro all’intero ateneo napoletano, sono arrivate oltre cento segnalazioni di parentele. E Perotti ha scoperto anche che più aumentano le omonimie, più cala la qualità della ricerca (misurata in termini di citazione degli studi da parte di pubblicazioni scientifiche). Attenzione, Medicina non è un’eccezione: c’è una parentopoli in tutta Italia con 14 inchieste e 117 indagati. Ma i baroni negano. A Padova a fare scoppiare il caso, nel maggio scorso, è stato Ermanno Ancona, direttore della 3° clinica chirurgica, che ha inviato una mail ai 600 colleghi in vista dell’elezione del preside della facoltà. Nel messaggio elettronico si parlava di «questione etica» e di «nepotismo deteriore».

L’appello probabilmente è arrivato anche ad Antonio Ambrosini, direttore di Ginecologia, e al figlio Guido, che insegna nello stesso dipartimento. Oppure all’ex preside Antonio Tiengo e al figlio Cesare, medico a Chirurgia plastica clinica. Non è dato sapere come abbiano risposto. È agli atti di articoli di giornale invece la risposta di uno dei professori che era candidato alla massima carica della facoltà: «No comment, di queste cose si parla tra colleghi e non sui giornali». Come dire: è affare di famiglia, di cosa si impicciano studenti e contribuenti? La sensazione di onnipotenza e di impunità trasuda dalla ramificazione delle parentele. Ci sono professori che fanno stipulare contratti ai parenti direttamente, senza nemmeno passare per il fastidio di un concorso truccato (c’è un caso citato in un’inchiesta a Bari). Alla Federico II di Napoli il padre di un docente è stato condannato per aver agevolato l’assunzione del figlio. Ma l’erede è rimasto al suo posto. A Firenze è stato rinviato a giudizio il professor Firminio Rubaltelli per una «spintarella» alla collega Giovanna Bertini, di 28 anni più giovane. I due hanno sempre smentito di avere una relazione come sostenuto dal Gip. Poi la Finanza ha trovato a casa di lei una lettera di lui dai toni decisamente affettuosi. Eppure se glielo provi a dire ai baroni che il loro ormai è un sistema, si offendono. Perotti è stato inondato di messaggi indignati per la sua statistica sulle omonimie. «Non provano le parentele». Già è vero: restano fuori mogli, cugini e amanti.

venerdì 31 ottobre 2008

La caccia ai consensi facili

Di Gian Antonio Stella per corriere.it

Dilaga la rivolta nelle scuole? Tutti voti guadagnati. La battuta non è di Walter Veltroni, Antonio Di Pietro o Paolo Ferrero. La battuta è di Gianfranco Fini. E fu fatta in occasione dell' ultimo grande "incendio" scolastico prima dell' attuale. Quello scoppiato nel 2000 contro la svolta meritocratica tentata da Luigi Berlinguer. Disse proprio così, come ricorda una notizia Ansa, l' allora presidente di Alleanza Nazionale: «Dovrei ringraziare la Bindi e il suo collega Berlinguer, perché da medici e insegnanti verrà un consenso nuovo e fresco al Polo». E non si trattava di una strambata estemporanea. Il giorno in cui i professori ribelli erano calati a Roma «per dire no al concorso per gli aumenti di merito», il primo a portare la sua solidarietà ai manifestanti era stato lui, l' attuale presidente della Camera. Opinione solitaria? Per niente: l' onda dei contestatori, allora, fu cavalcata (fatta eccezione per la Lega, che non aveva ancora ricucito del tutto col Polo e preferì una posizione più defilata) da tutta la destra. Dall' inizio alla fine. Lascia quindi sbalorditi sentire oggi Mariastella Gelmini dire che «il disastro dell' istruzione in Italia è figlio delle logiche culturali della sinistra contro il merito e la competitività», che «per decenni scuola e università sono state usate come distributori di posti di lavoro, di clientele e magari di illusioni» e che la sola sinistra ha la responsabilità d' avere seminato «l' illusione che lo Stato possa provvedere a dare posti fissi in modo indipendente dalla situazione economica e dal debito pubblico». Sia chiaro: la sinistra e il sindacato hanno responsabilità enormi, nel degrado non solo della scuola e dell' università, ma dell' intera macchina pubblica italiana. Fin dai tempi in cui lo psiuppino Lucio Libertini teorizzava che «l' attivo della bilancia dei pagamenti e la consistenza delle riserve non sono dati positivi in assoluto» e il segretario comunista Luigi Longo tuonava che «non è lecito al governo trincerarsi dietro le difficoltà finanziarie». La caricatura feticista del garantismo che ha permesso di restare in cattedra a professori che insegnano voltando le spalle agli alunni o sono stati condannati per essersi fregati i soldi delle gite scolastiche è frutto di una deriva sindacalese. E così la nascita delle «scodellatrici» che devono dar da mangiare ai bambini perché «non spetta» alle bidelle. E tante altre cose inaccettabili. Che la situazione sia tutta colpa della sinistra e solo della sinistra, però, è falso. E lo scaricabarile, oltre a essere indecoroso, impedisce a una destra moderna di fare i conti fino in fondo con la storia, con i problemi del Paese e con se stessa. Perché forse è una forzatura polemica quella di Enrico Panini, segretario nazionale Cgil-scuola, quando dice che i precari «erano il serbatoio e lo spasso della Dc». Ma le sanatorie per i professori non le ha inventate la sinistra: la prima porta la firma di Vittorio Emanuele II nel 1859. «In eccezione alla regola del concorso...». Hanno radici profonde, i mali della nostra scuola: «Dal 1860 ci sono stati 33 ministri della Pubblica Istruzione, ciascuno desideroso di distinguersi rovesciando l' opera del predecessore. Il danaro è stato lesinato; e lo Stato e i Comuni, prodighi in ogni altra cosa, hanno fatta economia nel più fruttifero degl' investimenti nazionali», scrivevano nel 1901 H. Bolton King e Thomas Okey nel libro L' Italia di oggi. Cosa c' entra la sinistra se perfino Giovanni Gentile, del quale gli stessi antifascisti più antifascisti riconoscono la statura, durò come ministro della Pubblica istruzione solo una ventina di mesi? Se addirittura Benito Mussolini fu costretto a cambiare in quel ruolo più ministri di quanti allenatori abbia cambiato Maurizio Zamparini? Se la Dc per mezzo secolo ha mollato quel ministero-chiave solo rarissime volte e mai a un uomo di sinistra? Se la sanatoria più massiccia fu voluta dalla democristiana Franca Falcucci che nel 1982 propose alle Camere di inquadrare nel ruolo i precari della scuola e a chi le chiese quanto sarebbe costata rispose 31 miliardi e 200 milioni di lire l' anno, cifra che si sarebbe rivelata presto 53 volte più bassa del reale? La verità è che sulla scuola, il precariato, il mito clientelare del posto pubblico hanno giocato, per motivi di bottega, praticamente tutti. E che l' egualitarismo insensato di un pezzo della sinistra e del sindacato si è saldato nei decenni col sistema clientelare democristiano e socialista, socialdemocratico e liberale e infine cuffariano e destrorso. Fino all' annientamento dell' idea stessa del merito. Annientamento condiviso per quieto vivere da tutti. Trasversalmente. L' ultima dimostrazione, come dicevamo, risale nella scuola a nove anni fa. Quando Luigi Berlinguer riuscì a recuperare 1.200 miliardi di lire per dare aumenti di merito ai professori più bravi: uno su cinque sarebbe stato premiato con 6 milioni lordi l' anno in più in busta paga. Uno su cinque era troppo poco? Può darsi. Dovevano essere definiti meglio i criteri? Può darsi. Il sistema dei quiz non era l' ideale? Può darsi. Ma l' obiettivo del ministro era chiaro: «Va introdotto il concetto di merito. Chi vale di più deve avere di più». Fu fatto a pezzi. Dai sindacati e dalla "sua" sinistra, per cominciare. Basti ricordare il rifondarolo Giovanni Russo Spena («meglio distribuire i soldi a tutti e concedere a tutti un anno sabbatico a rotazione»), il verde Paolo Cento, la ministra cossuttiana Katia Bellillo («no alla selezione meritocratica dei docenti») o il leader dei Cobas Piero Vernocchi, deciso a far la guerra «contro ogni tipo di gerarchizzazione del sistema scolastico». Ma anche la destra cavalcò le proteste. Alla grande. Francesco Bevilacqua, di An, attaccò al Senato il ministro accusandolo di avere «stabilito per legge che il 20% dei docenti in Italia è bravo e che gli altri lo sono meno o non lo sono affatto». Il suo camerata Fortunato Aloi sostenne alla Camera che quel «concorsaccio non poteva assolutamente non mortificare coloro i quali operano nel mondo della scuola» i quali avevano «giustamente mobilitato le piazze». Lo Snals, che certo non era un sindacato rosso, fu nettissimo. Punto uno: «Rifiuto di ogni forma di selezione fra gli insegnanti». Punto due: «Riconoscimento della professionalità di tutti i docenti». E i primi ad appoggiare la lotta, con un documento che intimava al governo di «sospendere immediatamente il concorso», furono l' allora casiniano e oggi berlusconiano Carlo Giovanardi, la responsabile Scuola di An Angela Napoli e la responsabile Scuola di Forza Italia Valentina Aprea. La quale, vinta la battaglia contro il concorso meritocratico per i professori, ne scatenò subito un' altra sui dirigenti scolastici: «Sconfitto sul fronte dei docenti ora Berlinguer vuole prendersi una rivincita con i capi di istituto. I discutibili criteri di valutazione rimangono inalterati, con la conseguenza di creare il battaglione del 20% di super-presidi e conferendo la patente di mediocrità al restante 80%». Parole inequivocabili. Dove non erano contestate solo le modalità ma l' idea stessa degli aumenti di merito che pure dovrebbe essere cara a chi si proclama liberale. Come sia finita, quella volta, si sa. Luigi Berlinguer fu costretto a rinunciare, dovette mollare la carica di ministro e il suo naufragio è stato la pietra tombale di ogni ipotesi meritocratica. E noi ci ritroviamo, dieci anni dopo, alle prese con gli stessi temi. Aggravati. Vale per la destra, vale per la sinistra. Le quali, come accusa uno studio di «Tuttoscuola» (www.tuttoscuola.com), non si fanno troppi scrupoli di cavalcare ciascuno la propria tigre anche «addomesticando» i numeri. Che senso ha? Come spiega il dossier della rivista di Giovanni Vinciguerra, «al nostro Paese serve un recupero di qualità del confronto politico e sociale in un momento di così profonda crisi del ruolo e della legittimazione sociale del sistema educativo nazionale, non guerre sui dati o sui grembiuli».

NB: è tutto troppo tristemente vero. Mi permetto solo di notare che un conto è protestare contro la meritocrazia, un altro è farlo contro la meritocrazia stabilita per legge: entrambe le cose sono sbagliate, ma molto di più la prima, ovviamente...

Due patti scellerati (fra docenti, studenti e genitori)

Di Luca Ricolfi per lastampa.it

Il decreto Gelmini è stato convertito in legge, scuola e università sono in agitazione. Il mondo della scuola scenderà in piazza oggi (chissà perché dopo e non prima dell’approvazione del decreto?), mentre l’Università si mobiliterà il 14 novembre, per combattere tagli che furono decisi fra giugno e agosto, quando il Partito democratico riteneva inopportuno scendere in piazza («Noi manifesteremo il 25 ottobre»). Misteri della politica italiana.

Ma parliamo della sostanza. Che cosa sta succedendo nella scuola e nell’università? Perché studenti, docenti e genitori paiono trovarsi dalla medesima parte della barricata?

Quel che sta succedendo è relativamente chiaro, almeno per chi conosce i dati di fondo dell’istruzione in Italia e riesce a non farsi accecare dalle proprie credenze politiche. Sia la scuola sia l’università dissipano una quota di risorse pubbliche considerevole, nel senso che spendono più soldi di quanti, con un’organizzazione più efficiente, basterebbero a garantire i medesimi servizi. Su questo, quando si trovano al governo, destra e sinistra la pensano allo stesso modo.

Chi avesse dei dubbi può consultare due documenti del governo Prodi (il «Quaderno bianco sulla scuola» e il «Libro verde sulla spesa pubblica»). Credo non si sia lontani dal vero dicendo che, con una migliore allocazione delle risorse, sia la spesa della scuola sia la spesa dell’università potrebbero essere ridotte di almeno il 10 per cento a parità di output.

La novità di questi mesi non sta nella diagnosi, ma nella determinazione con cui si sta passando dalle parole ai fatti: la destra al governo sta facendo con la consueta ruvidezza molte cose che la sinistra stessa, magari con più garbo, avrebbe fatto se ne avesse avuto la forza, il tempo e il coraggio (fra queste cose c’è, ad esempio, il rispetto delle norme Bassanini sul numero minimo di allievi per scuola, varate dal centro-sinistra ben 10 anni fa). Del resto fu lo stesso Padoa-Schioppa, all’inizio della scorsa legislatura, ad avvertirci che certi sprechi non possiamo più permetterceli e a ricordarci che il problema di eliminarli dovremmo porcelo comunque, persino se avessimo i conti perfettamente in ordine: ogni spesa, infatti, ha un «costo opportunità», ossia è sottratta ad impieghi alternativi (se buttiamo al vento 8 miliardi per false pensioni di invalidità, automaticamente rinunciamo a una cifra equivalente in asili nido, sussidi di disoccupazione, aiuti ai poveri, sostegno ai non autosufficienti ecc.).

Su questo il governo ha ragioni da vendere, anche se non si può non rilevare che molte misure - pur condivisibili negli obiettivi - diventano criticabili per il modo in cui sono messe in pratica. È il caso, per fare l’esempio più importante, dei tagli all’università, che sarebbero ben più accettabili se punissero ancora più duramente gli atenei in dissesto, ma premiassero con più e non meno soldi gli atenei virtuosi.

Ma quella degli sprechi è solo una delle due facce del problema dell’istruzione in Italia. L’altra faccia è il tragico declino dei livelli di apprendimento, la scarsissima preparazione dei nostri diplomati e laureati, specialmente nelle regioni meridionali. Di questo sono corresponsabili ministri e docenti, ma anche gli studenti e soprattutto le loro famiglie. Il sistema dell’istruzione in Italia si regge su due patti scellerati: nella scuola, il patto fra insegnanti e famiglie, nell’università il patto fra docenti e studenti. Il cardine del primo patto è: l’importante è che il ragazzo sia sereno, vada avanti senza soffrire troppo, prenda il diploma; che poi impari molto o poco conta di meno. Il cardine del secondo patto è: l’importante è arrivare alla laurea, non importa in quanto tempo e imparando che cosa; noi professori pretendiamo sempre di meno da voi studenti, voi studenti non ci importunate e vi accontentate di quel poco che riusciamo a trasmettervi. Naturalmente ci sono anche - nella scuola come nell’università - isole felici e importanti eccezioni, ma il quadro generale è purtroppo diventato questo.

Sono precisamente i due patti non scritti che spiegano l’inconsueta alleanza fra una parte dei docenti, una parte degli studenti e una parte dei genitori. I docenti difendono i posti di lavoro (nella scuola) e le carriere (nell’università). I genitori difendono una scuola che insegna poco e male, ma in compenso non stressa i ragazzi e risolve non pochi problemi reali delle famiglie, specie quando la madre lavora. I ragazzi sono preoccupati per l’avvenire e temono di essere le uniche vittime dei cambiamenti che si stanno preparando per loro.

E hanno perfettamente ragione. Solo che indirizzano la loro ira verso il bersaglio sbagliato. Se fossero calmi e lucidi avrebbero già capito che il futuro non glielo ruba la Gelmini, ma glielo hanno già rubato molti degli adulti al cui fianco marciano con tanta convinzione. La precarietà dei giovani e il ristagno del sistema Italia sono anche il risultato non voluto e non previsto di una lunga e colpevole disattenzione per la qualità dell’istruzione. Il governo non è certo innocente, perché non c’è quasi nulla nei provvedimenti di cui da mesi si discute che lasci prefigurare un innalzamento apprezzabile del livello degli studi, e c’è persino qualcosa che fa temere un ulteriore declino. Ma coloro che aizzano bambini e ragazzi contro le misure del governo non la contano giusta: se davvero avessero a cuore il futuro dei nostri giovani si batterebbero come leoni per tagliare i rami secchi e rendere gli studi molto più seri, più rigorosi, più profondi. Perché lo smarrimento e l’angoscia di questa generazione sono genuini e pienamente comprensibili, ma sono anche il frutto della superficialità con cui gli adulti hanno permesso la distruzione della scuola e dell’università.

NB: l'unica pecca che segnalo all'articolista, sempre ottimo nella sua analisi, è che l'azione di un Ministro va valutata nel suo complesso, non è che possiamo fermarci alla sua unica legge, perché ne hanno ancora da venire di leggi e piani attuativi, quindi prima di dire che il Governo non ha intenzione di alzare la qualità dell'insegnamento aspetterei a valutare, consdierando soprattutto il fatto che tutto ciò che riguarda la 133 e la legge Gelmini inizierà il suo decorso dal 2010, quindi con un anno di tempo per mettere in chiaro tutto ciò che va messo in chiaro.

Spunta pure il dottore in beauty

Articoli tratti dalla rassegna stampa del 30/10/08 e del 31/10/08.

Le Dinastie in cattedra, di Francesco Magris per Il Piccolo

I prof scioperano ma intascano lo stipendio, su ilgiornale.it

Spunta pure il dottore in "beauty", di Federico Casabella per Il Giornale

Linee di moda, radio, bar. E l'ateneo finisce in rosso, di Miska Ruggeri per Libero

L'università laureata in sprechi, di Antonio Rossitto per Panorama

«Stupito per tante critiche, si sventolano dati falsi», int. a Luca Ricolfi per Giornale di Sicilia

Fondi solo per i migliori, di Roberto Perotti per Il Sole 24 ore

giovedì 30 ottobre 2008

Domande e risposte sul maestro unico

Il maestro unico/prevalente non è in grado di insegnare all'alunno la complessità della società italiana. E cosa ha la società italiana di talmente più complesso rispetto a Francia, Germania, Inghilterra ed USA (per limitarci alle principali) da doversi distinguere in modo così netto e pronunciato? Se anche fosse vero questo assunto, non potrebbero essere più che sufficienti due maestri?

Il maestro unico/prevalente non sarà in grado di insegnare italiano, matematica, storia, geografia, inglese, etc. come adesso. Secondo il pensiero di fondo che portò al passaggio al triplo maestro, la specializzazione che ne sarebbe conseguita avrebbe aumentato il livello di apprendimento dei bambini: non si capisce allora come nei principali test di rilevamento nei campi di italiano e scienze il livello medio sia crollato, in alcuni casi addirittura dietro Paesi come Cipro. Non si capisce neanche come, a giudicare dalle rilevazioni INVALSI, il grado di apprendimento peggiora progressivamente con il passare degli anni: un alunno di quarta elementare va peggio di un alunno di seconda elementare. Infine, come sopra, non si capisce perché i maestri francesi, spagnoli, tedeschi, inglesi, siano perfettamente in grado di insegnare quelle materie mentre l'insegnante italiano no. In base a quale assunto si dice questo?

Il maestro unico è un ritorno agli anni '40. Al massimo sarebbe un ritorno agli anni '80 (era in vigore fino al 1990), ma in ogni caso è un ritorno al presente o se volete un "ritorno al futuro", perché tutti i principali Paesi (tutti i Paesi in Europa), come detto, hanno il maestro unico/prevalente e non prevedono alcuna riforma in tal senso.

Il maestro unico porterà alla cancellazione di 87.000 posti di lavoro, i più penalizzati saranno i precari. In maniera molto brutale bisogna dire che la definizione di "precario" non prevede l'assunzione programmata: secondo poi, lo Stato italiano non può farsi carico di promesse assurde e fasulle della sinistra italiana, che con una mozione sindacale nel 1990 ha trasformato la scuola in una riserva di iscritti ed in un ammortizzatore sociale. In ogni caso, questo taglio sposterà soltanto in avanti nel tempo la stabilizzazione dei precari. È vero, su di loro pesano le scelte sbagliate di partito e sindacali, ma le stesse scelte non le si può far pesare allo Stato, cioè alle tasche dei cittadini, già in gravi difficoltà economiche. L'Italia oggi paga 70miliardi di euro in debiti di bilancio: se vogliamo recuperare una grossa parte di questi soldi l'unico modo è tornare sotto il 100% del rapporto debito/PIL: purtroppo per farlo sono necessarie scelte impopolari, ma sono scelte dettate da un assunto molto semplice. La stabilità dei nostri genitori, ottenuta spendendo soldi che lo Stato non aveva (ergo aumento del debito pubblico), la pagano i loro figli, che si devono accollare in toto il riordino dei conti pubblici. È dimostrabile sulla base degli atti parlamentari del tempo che la scelta del triplo maestro risponde soltanto ed esclusivamente ad esigenze occupazionali: nella scuola di deve pretendere il bene dei ragazzi, non quello dei sindacati, che è giusto facciano il loro mestiere come è giusto che il Governo faccia il suo.

Il maestro unico provocherà la scomparsa del tempo pieno: le scuole al più saranno parcheggi. Questa falsità sparata sulle famiglie italiane dalla sinistra per fare terrorismo scolastico è stata smontata da un dossier di Tutto Scuola, il quale così si esprime: «Attualmente le classi di scuola primaria organizzate a modulo sono circa 104 mila (il 75% del totale), mentre quelle a tempo pieno sono circa 34 mila (25%); se circa la metà delle classi normali a modulo passassero a 24 ore settimanali, vi sarebbero 50-52 mila classi con il docente unico, con un risparmio di altrettante mezze unità di personale (e quindi di 25-26 mila posti). Supponendo che un terzo di quel risparmio, pari a 16-17 mila mezze unità di personale docente (pari a circa 8 mila posti) fosse reinvestito gradualmente in nuove classi a tempo pieno, avremmo, senza oneri aggiuntivi, l’incremento di altrettante classi che passerebbero dalle attuali 33 mila (25% del totale) a circa 50 mila (37% del totale) con un aumento del tempo pieno del 50%. In questo caso sarebbero circa 300 mila gli alunni che beneficerebbero dell’estensione del servizio: dai 672 mila dell’anno scolastico 2007/2008, a circa un milione». È un semplice calcolo matematico, che non appare particolarmente difficile. Di nuovo, l'idea del "doposcuola" che nella dizione della sinistra significa uno scadimento della qualità didattica non appare in nessun punto del documento programmatico della Ministro Gelmini: come segnalato da un altro documento di Tutto Scuola infatti, «È vero che nel piano programmatico non appare la dizione “tempo pieno”, bensì la stessa dizione utilizzata dalla riforma Moratti con articolazione delle diverse parti dell’orario fino a 40 ore settimanali. L’ipotesi di “doposcuola” però non appare da alcuna parte e, comunque, l’organizzazione interna del servizio è di competenza delle scuole che ripartiscono autonomamente le attività didattiche nell’arco della giornata». Entrambi i dossier possono essere prelevati in alto nella colonna destra di questo blog. Infine, le associazioni dei genitori si sono dette contente e soddisfatte del chiarimento che la Ministro ha dato su questo punto nell'incontro programmato pochi giorni or sono.

Il triplo maestro è stata una grande conquista della migliore pedagogia italiana targata anni '70. Perché si vuole tornare a questa scelta, in base a quali parametri? Si rischia di rovinare l'unico livello di istruzione che funziona davvero. Il parametro migliore sarebbe il fatto che nessun Paese dopo oltre 15 anni ha seguito la scelta dell'Italia in tal senso: possibile che la pedagogia internazionale non abbia invitato tutti gli altri grandi Paesi (almeno loro!) a seguire l'esempio italiano se questo si fosse rivelato così splendido? Scienziati e pedagogisti discutono di questi temi (le conclusioni della pedagogia spesso differiscono da quelli delle neuroscienze) e probabilmente non ne usciranno mai, però è significativo che nessun Paese abbia seguito l'Italia se il suo sistema si fosse rivelato nel tempo superiore. In realtà, ci sarebbe un'altra questione più importante: la frantumazione delle capacità logico-mentali dei ragazzi. Sono oramai numerosi gli studi che hanno messo in luce, nelle classi del liceo, le mancanze delle più elementari basi per articolare pensieri complessi, cioè la mancanza di quelle basi che si apprendono nel corso della scuola primaria. Lo stesso non si nota in quei Paesi che hanno conservato l'impostazione del maestro unico/prevalente. Proprio le performance disastrose delle classi liceali dovrebbe portare a concludere che la scuola elementare non funziona: al di là del fatto che nelle classifiche essa è scesa di posizioni, la sua efficacia va valutata sul lungo termine, non soltanto sullo sprint del singolo anno scolastico. Se i bambini della prima scuola media ottengono punteggi bassi, ciò non può essere dovuto soltanto alla scuola secondaria ed ai suoi insegnanti, ma anche evidentemente a chi quei bambini li ha preparati per cinque lunghi anni.

Con il maestro unico si corre il rischio che il bambino viva per 5 anni con una persona non all'altezza. Invece con i tre maestri questa possibilità è ridotta. Beh allora perché non introdurne 5, così questa possibilità si riduce ulteriormente... Nella realtà bisogna puntare maggiormente sulla formazione degli insegnanti, che spesso ottengono l'abilitazione su test da livello elementare oppure per il semplice fatto di aver frequentato un corso universitario di matematica o di storia. Si deve puntare ad aumentare la media buona degli insegnanti, non tenerla bassa alzandola con il numero. Questo non vale soltanto per la scuola primaria ma per tutti i gradi dell'istruzione italiana, spesso anche per quella universitaria. È da qui che si deve partire per migliorare il livello della scuola: certamente il maestro unico da solo è inutile, ma è stato utile il passaggio al triplo? Ed è intima convinzione di moltissimi che ciò si potrà ottenere non solo sui libri ma anche sulla busta paga: l'attuale Governo con questa riforma ha già garantito un aumento di stipendio per i maestri ed altri aumenti ne prevede per i prossimi anni (si parla di 7.000€ in più all'anno a partire dal 2011-2012), a cui si aggiungono incentivi e premi da valutare su base meritocratica. Sempre che la crisi economica internazionale sia d'accordo con il Governo italiano, questo purtroppo per onestà va detto.

La fabbrica dei docenti

Di Francesco Giavazzi per corriere.it

La situazione nelle nostre università è paradossale. Studenti e professori protestano contro una riforma che non esiste; il ministro, preoccupato dalle proteste, non si decide a spiegare quel che intende fare per riformare l' università. L' unica certezza è che nei prossimi mesi si svolgeranno nuovi concorsi per 2.000 posti di ricercatore e 4.000 posti di professore ordinario e associato, ai quali seguiranno, entro breve, altri 1.000 posti di ricercatore. In tutto 7.000 posti, più del dieci per cento dei docenti oggi di ruolo. I 4.000 posti di professore saranno semplicemente promozioni di persone che sono dentro l' università. Le promozioni avverranno secondo le vecchie regole, cioè con concorsi finti. E' assolutamente inutile che un giovane ricercatore che consegue il dottorato a Chicago o a Heidelberg faccia domanda: di ciascun concorso già si conosce il vincitore. I 3.000 concorsi per ricercatore assicureranno un posto a vita ad altrettanti dottorandi che lamentano la loro condizione di precari. In tutte le università del mondo ad un certo punto si ottiene un posto a vita, ma ciò avviene solo dopo aver dimostrato ripetutamente di saper conseguire risultati nella ricerca. Qui invece si chiede la stabilizzazione per decreto senza neppure che sia necessario aver conseguito il dottorato. Il ministro ha ereditato questi concorsi dal suo predecessore e non pare aver la forza per cambiarli e assegnare i posti secondo criteri di merito piuttosto che di fedeltà. Gli studenti ignorano tutto ciò e sembrano non capire l' importanza di meccanismi di selezione rigorosi, in assenza dei quali le università che frequentano vendono favole. In quanto ai professori, buoni, buoni, zitti, zitti. Se questi concorsi andranno in porto ogni discussione sulla riforma dell' università sarà d' ora in poi vana: per dieci anni non ci sarà più posto per nessuno e ai nostri studenti migliori non rimarrà altra via che l' emigrazione. La legge finanziaria dispone un taglio ai fondi all' università che è significativo, ma non drammatico: in media il 3% l' anno (1,4 miliardi in 5 anni su una spesa complessiva di circa 10 miliardi l' anno). Si parte da tagli quasi nulli nel 2009, mentre poi le riduzioni diverranno via via crescenti per raggiungere la media del 3% nell' arco di un quinquennio. Il taglio non è terribile, anche considerando che la stessa Conferenza dei rettori ammette che in Italia la spesa per studente è più alta che in Francia e in Gran Bretagna. Comunque reperire risorse è sempre possibile: ad esempio, si potrebbero cancellare le regole sull' età di pensionamento approvate dal governo Prodi, ritornare alla legge Maroni e investire i denari così risparmiati nella ricerca e nell' università. Né mi parrebbe osceno far pagare tasse universitarie più elevate alle famiglie ricche e usare il ricavo in parte per compensare i tagli, in parte per finanziare borse di studio per i più poveri. Come spiega Roberto Perotti in un libro che chiunque si occupa dell' università dovrebbe leggere («L' università truccata», Einaudi, 2008) tasse uguali per tutti sono un modo per trasferire reddito dai poveri ai ricchi. I dati dell' indagine sulle famiglie della Banca d' Italia, citati da Perotti, mostrano che il 24% degli studenti universitari proviene dal 20% più ricco delle famiglie; solo l' 8% proviene dal 20% più povero. Nel Sud la disparità è ancora più ampia: 28% contro 4%. Il ministro Gelmini afferma che il suo modello è Barack Obama: forse il ministro non sa quanto costa a una famiglia americana mandare il figlio in una buona università. In una delle migliori, il Massachusetts Institute of Technology, la frequenza costa 50.100 dollari l' anno (40.000 euro), ma il 64% degli studenti che frequentano il primo livello di laurea riceve una borsa di studio.

È finita la protesta apolitica? Gli scontri di piazza Navona

Alla fine, il tanto vituperato scontro di piazza è arrivato. Per diverse settimane le proteste (che non condivido né nei toni né tanto meno nei pensieri) sono filate lisce e "gioiose". I ragazzi, sfrondati di ideologismi politici e quant'altro, muniti soltanto dei vessilli delle rispettive scuole, sono scesi ripetutamente in piazza, creando certo disordine alla circolazione ma indubbiamente nessun problema di ordine pubblico. Non si sapeva neanche bene chi fosse di sinistra o chi fosse di destra, chi avesse votato Walter, Silvio o chi per loro, il che è certamente un significativo innalzamento di livello rispetto agli anni passati. Indubbiamente tuttavia, il background di base ha orientato i motivi della protesta, spingendoli di volta in volta a focalizzare maggiormente alcuni punti piuttosto che altri.

Quello che è successo ieri 29 ottobre, dopo la conversione del DL137 in legge, è stato un ritorno al cavernicolismo delle proteste studentesche: chi si arroga di assegnare patenti di democrazia ai partecipanti e dopo averle assegnate si preoccupa anche di consegnarle al destinatario, con caschi e spranghe. Ora, io non condivido nulla di quello che portano avanti quelli di Forza Nuova e l'espressione studentesca del loro movimento, Blocco Studentesco, non condivido nulla dal punto di vista politico e dell'ideologia di fondo: d'altronde, a differenza che in passato, non fanno parte della coalizione di Governo né della maggioranza in Parlamento.

Dal video che di seguito si presenta si può chiaramente vedere che erano lì in piazza con l'approvazione degli studenti, ovvero partecipando insieme a loro, con musiche canti e slogan alla protesta. Non so se è vero come dice qualcuno che si siano fatti largo nella piazza menando a destra e a manca (la logica vorrebbe che se così fosse la piazza si sarebbe ribellata, invece nulla di tutto ciò: beceri momenti di tensione non fanno una rissa contro la piazza), ciò che è vero è che un signorotto piuttosto attempato e di sinistra non ha smosso di una virgola l'animo dei ragazzi della piazza, che hanno inveito contro di lui quando ha cominciato ad urlare "Siamo tutti antifascisti!" (ergo, la piazza l'ha mandato a quel paese, non la piazza è fascista, spero che almeno questo esercizio di logica sia facile da portare a termine). Alla fine di tutto, un gruppo di comunisti appartenenti ai collettivi, centri sociali ed altra marmaglia del genere si è portata in piazza Navona con l'unico intento di fare a botte e "cacciare" i fascisti: dal filmato si vede benissimo che ciò che dà il via allo scontro (il lancio di un fumogeno ed una bottiglia) ha origine nel gruppo dei caschi bianchi. I quali sono giunti in piazza già di tutto punto preparati per lo scontro, come si può vedere dal video di Matrix, nel quale la polizia li ha intercettati e momentaneamente bloccati prima dell'ingresso alla piazza: cosa abbia spinto poi le forze dell'ordine ad accompagnare questo gruppo e a lasciare loro la libertà di muoversi resta un mistero. I ragazzi che fuggono dalla piazza avevano già fiutato l'aria che tirava, il fatto che le forze dell'ordine abbiano messo più di 5 minuti a capire l'inevitabilità dello scontro e ad intervenire per diradare i contendenti resta anch'esso un mistero. Non dovevano frapporsi fra i gruppi come qualcuno chiede (la polizia non può mai mettersi in mezzo se non in grandi forze), ma quanto meno rimanere vigili e prontissimi, cosa che non è avvenuta a mio avviso. Sarà anche vero che quei bastoni e quei caschi sul camion non dovevano esserci, sarà anche vero che la polizia doveva controllare meglio: ma è ancora più vero che quei bastoni e quei caschi c'erano anche ieri e l'altro ieri, quando nulla è successo, nessuno scontro, niente di niente, solo canti e balli con la musica pompata dalle casse. È già finito il mito dell'onda apolitica come si chiede Il Riformista? Probabile, sempre che sia davvero iniziata, ma in Italia non potrà mai esserci un movimento apolitico finché non ci si libererà dei fantasmi del passato: invece di essere contro le dittature, c'è chi ancora oggi si arroga il diritto di essere comunista e chi non è antifascista non ha diritto di parola e democrazia, in uno strano avvitamento irrazionale che grida vendetta contro chi, come noi, è contro tutte le dittature, comunismo compreso.

Comunque, non stanchi di tutto ciò, alle 16:00 questi signorotti hanno improvvisato una manifestazione alla Sapienza gridando di essere stati aggrediti e quant'altro. Franco Giordano di Rifondazione Comunista si è indignato a Matrix per la presenza del camion di Blocco Studentesco alla manifestazione (che dire invece del furgone dove lo "studente" attempato di sinistra inveiva contro il Governo?), tentando la solita sortita comunista di ribaltamento e divorzio dalla realtà.

Io non difendo i signori di Blocco Studentesco ma oramai provo sempre più odio e disprezzo per questi comunisti che seminano panico e terrore nelle città e poi fanno le faccette angeliche... Siamo stanchi, ve ne dovete stare fuori dal Parlamento come hanno voluto gli Italiani e lasciare alle forze politiche democraticamente elette e agli studenti liberi di manifestare il loro dissenso in maniera pacifica. Indipendentemente dal fatto che si condivida questa protesta nei modi, nei toni e negli slogan che, come ripeto, non sono di mio gradimento.

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EDIT 01/11/08: la tesi complottista dell'infiltrato della Polizia all'interno del Blocco avanzata dagli studenti di sinistra e propagata dal Corriere è stata smontata da La Repubblica con questo video. In relazione alle foto che mostrano alcuni studenti del Blocco aggredire altri studenti presenti sulla piazza, si tratta né più né meno (forse più) che di una aggressione di stampo fascistoide a danno dei presenti. Tale aggressione non ha alcun collegamento cronologico con quanto avvenuto dopo: come si vede dai video, centinaia di studenti cantano e ballano alle musiche del Blocco prima dell'arrivo dei Collettivi e fuggono in seguito alla presenza degli stessi. Se fosse confermata la versione che vuole i Collettivi della Sapienza chiamati a comando, si aprirebbe un altro capitolo: chi li ha chiamati? Con quale scopo? 200 persone che si portano in una piazza con caschi e volto coperto, e con bottiglie di vetro e fumogeni in tasca, a casa mia tutto hanno tranne che un intento pacifico...

Nota di cronaca: non sono state le foto pubblicate su Flick che avrebbero dovuto aprire anche questo capitolo nelle indagini della Polizia, in quanto le testimonianze di questo assalto sono state raccolte anche dai telegiornali nei loro servizi, in primis la già ricordata trasmissione di Matrix (video).

EDIT 03/11/08: ulteriori dati. A chiamare un dirigente del Partito della Rifondazione Comunista sarebbe stato un liceale del Tasso, a quel punto il tam tam delle chiamate sarebbe stato breve: probabilmente meno di un'ora per giungere a piazza Navona. Il racconto-intervista raccolto dal Corriere qui, nel quale si dice chiaramente che i militanti del PRC si sono portati nella piazza con il chiaro intento di "fare a botte". In questo servizio di Matrix un montaggio molto ben fatto sugli scontri di piazza Navona.